Il silenzio. Rotto soltanto dallo scorrere delle acque. Le nuvole si spostavano quiete, andando lentamente ad unirsi alle proprie e imponenti sorelle.

Verso ovest il cielo stava assumendo sfumature violacee, facendo presagire l’arrivo di un violento temporale che avrebbe compromesso la nostra visita.

In quella zona, la Maremma ti avvolge. Srotola i suoi tappeti giallo paglierino, senza permettere al verde di prevalere.

Sullo sfondo alcuni gruppi collinari interrompono la noia della pianura, che si fa più ostinata man mano che si avvicina al litorale.

La lunga e diritta striscia color antracite taglia i campi con precisione certosina, e i granuli dell’asfalto producono un rapidissimo cicaleccio mentre subiscono la corsa degli pneumatici.

Dalla Castrense per arrivare a Vulci si impiegano una manciata di minuti. Si svolta poco dopo aver superato una località che non smentisce il valore storico della zona, Musignano.

La residenza Bonaparte di Musignano

Luciano Bonaparte, Principe di Canino e Musignano, in quest’ultimo, aveva una residenza in cui amava vivere e, nelle campagne circostanti, adorava passeggiare.

La villa, ora di proprietà dei Principi Torlonia e impossibile da visitare, un tempo convento fortezza, sorgeva in prossimità di un bosco di querce scolari in cui il principe restava con piacere. Intorno ai sessantacinque anni, mentre si spostava, probabilmente a passi “tardi e lenti” , come amava declamare il Petrarca, recitando i versi della Gerusalemme Liberata del Tasso, il componimento che più apprezzava, ebbe un mancamento che lo portò, soltanto un mese dopo, alla morte.

Siamo arrivati a Vulci nel tardo pomeriggio di un giorno di fine estate. L’aria era piuttosto calda e umida, e il sole era sapientemente nascosto dietro alle sue rivali bianche.

L’ultima volta che avevo visitato il territorio di quella che fu una delle città etrusche più note, avevo ancora i bambini piccoli. Visitammo con attenzione tutto ciò che ci fu possibile, e scattammo delle bellissime foto mentre il vento ci scompigliava i capelli.

In passato, a Vulci, c’ero stata tante volte. Il ricordo più incisivo che serbo in me, è l’attraversamento del ponte.

Il Ponte del Diavolo

Una vera opera di alta ingegneria, se pensiamo che si erge sul fiume Fiora, che separa le terre appartenenti ai comuni di Canino e di Montalto di Castro, sin dall’epoca dei nostri progenitori.

In realtà, l’elevata costruzione è frutto di varie fasi costruttive, la più antica delle quali si deve, appunto, agli Etruschi. Questa corrisponde a due piloni in blocchi di tufo rosso posizionati nella parte più bassa e che poggiano direttamente sull’alveo del fiume.

La struttura del Ponte del Diavolo, il cui nome è dovuto a una credenza medioevale, secondo la quale il maligno, e lui soltanto, sarebbe stato in grado di costruire una struttura dalla volta così alta e ampia in una sola notte, venne variata durante il I secolo dopo Cristo, in piena epoca romana, per poi essere di nuovo modificata aggiungendole strutture difensive collegate al possente edificio che stava sorgendo, il Castello della Badia.

Il Ponte della Badia, questo l’altro suo nome, in epoca etrusco romana era a seguito di una delle vie di comunicazione più sfruttate nell’Etruria interna. Distante poche centinaia di metri, vi era la Porta Nord di Vulci.

L’arcata del ponte è particolarmente pronunciata e, sporgendosi dal parapetto, la vista sul quel fiume, con l’acqua che si infrange sui massi incastonati nel suo letto, vincola a sé  un forte carico di emozioni.

Il fluire dell’acqua, non sempre regolare, provoca un suono che rompe, in maniera tenue e piacevole il silenzio che regna in quel luogo così carico di testimonianze del passato ma tanto scarno di vita.

Durante il medioevo venne costruita la fortezza che svetta sul lato sud occidentale del corso d’acqua. Dalla sua torre era possibile controllare sia la via che il territorio che sorgeva attorno.

Il nobile edificio è semi circondato da un fossato pieno d’acqua.

Il castello della Badia

La storia narra che, agli albori del IX secolo, una rocca sorse in prossimità dell’abbazia benedettina dedicata a San Mamiliano. Al suo interno pare vi fossero anche i monaci che furono, in quei secoli bui, l’unico barlume di cultura. Anche le popolazioni locali trassero benefici e protezione dalle incursioni che venivano praticate sia per terra che per mare.

A partire dal XII secolo diverse e potenti famiglie, come gli Aldobrandeschi e i Di Vico,  nonché il comune di Orvieto, iniziarono a interessarsi alla proprietà e alle terre circostanti, questo fu il motivo per cui le difese furono alzate.

I Farnese, signori assoluti di questi spazi, ne furono proprietari dal 1430 quando fu assegnato a Ranuccio e per i due secoli che seguirono. Successivamente diventò dimora occasionale per Papa Paolo III. Il pontefice fece edificare il corpo centrale, quello che oggi occupa l’importante Museo Archeologico Etrusco di Vulci.

Dopo al caduta del Ducato di Castro, nella metà del XVII secolo, la struttura andò ad arricchire i già prosperi possedimenti della Camera Apostolica; poi, nel 1808, fu il già largamente citato Luciano Bonaparte che ne divenne proprietario, assieme alla tenuta di Canino e Musignano di cui faceva parte.

Neanche cinquant’anni dopo fu acquistato dal principe Alessandro Torlonia. Nonostante il nuovo proprietario l’intero complesso attraversò un lungo periodo di decadenza e abbandono. Venne quasi esclusivamente utilizzato come dogana pontificia, che sorgeva sul confine tra lo Stato della Chiesa e il Granducato di Toscana. In seguito all’Unità d’Italia, non esistendo più  ragion d’essere, fu abbandonato. Circa mezzo secolo fa, successivamente all’interessamento dei Beni Culturali, divenne  sede del museo.

Siamo entrati all’interno della sala museale. Abbiamo scoperto non soltanto la presenza di numerosi reperti archeologici di grande valore ma, anche, un ambiente suggestivo in cui spicca una bellissima corte e la torre.

La corte del Castello della Badia

Siamo saliti per le poche scale che ci separavano dal primo piano. La rampa era rischiarata dalla luce dei raggi di un sole oramai basso.

Siamo usciti di fuori. Ho rivisto il muretto che ha fatto da sfondo ad una delle foto più belle che ho dei miei figli.

Erano piccoli, e i loro capelli si muovevano a causa del vento che ci tormentò tutto il pomeriggio. Lorenzo poggiava il gomito all’estremità del parapetto, il suo viso era impegnato in un’espressione che metteva in luce i suoi occhioni scuri. Francesca teneva in braccio Ludovica, con le guance quasi a toccarsi tra loro.

Ce ne siamo andati da Vulci, lanciando un ultimo sguardo ai cavalli che si muovevano con passo pigro nei campi della Maremma.

L’ambiente selvaggio ci ha portato alla mente, una volta ancora, il Domenichino, quel brigante ricordato per il suo particolare senso della giustizia e a cui è stato intitolato anche l’ultimo tratto del sentiero che, attraversando la Selva del Lamone, conduce nel territorio vulcente.

Risaliti in auto, abbiamo puntato le ruote verso la cittadina di Canino, sapevamo di avere ancora molto da vedere e tanta storia da ascoltare.

Mi sono sempre chiesta da dove derivasse il particolare nome di questo paese. La risposta ci ha ricondotti nel luogo dal quale ci eravamo appena mossi.

L’esterno del castello

La “gens Caninia”, una delle più importanti e nobili famiglie di Vulci, diede il nome a quel territorio che di lì a poco avremmo raggiunto. In epoca preromana, su quelle terre, sorse un piccolo villaggio agricolo, un pagus.

Negli anni in cui la potente città etrusca stava andando verso una fase di declino a causa delle invasioni romane e saracene, coloro che la popolavano decisero di spostarsi verso il nuovo insediamento, che acquisì una sempre maggiore importanza.

Nella zona che conosciamo con la denominazione di Musignano,  crebbe un centro abitato romano. Tuttavia i primi insediamenti  risalgono con ogni probabilità al periodo etrusco (IX sec. a.C.).

E’ intorno alla metà del IX secolo, stavolta dopo Cristo, che il nome di Canino compare in una Bolla Pontificia, emessa da Papa Leone IV, riguardo i confini del territorio di Tuscania.

Da  un documento datato 1180  si evince l’esistenza del castrum e che fu donato, per mano di Innocenzo III o di Alessandro III, assieme al poco distante paese di Cellere, a Viterbo. Nel corso della prima metà del ‘200 Canino confermò la propria fedeltà alla potente città viterbese per mezzo di un atto di vassallaggio. Poco più tardi, nel 1259, dissolto tale rapporto, venne stabilito invece con la cittadina di Tuscania, a cui ogni anno avrebbe dovuto elargire un enorme cero votivo a testimonianza e conferma della propria sottomissione.

Nel 1300 quest’ultima città  venne assoggettata al Campidoglio e Canino riuscì a rendersi indipendente. La nuova posizione durò, però, molto poco, dato che esso ritornò sotto il  suo potere con nuovi e più pesanti costi.

Il suo destino seguì quello cui era sottoposto in quegli anni il territorio italico, tanto che venne assoggettata a potenze sempre diverse. Schieratasi con i guelfi orvietani, fu poi occupata da Ludovico il Bavaro, imperatore del Sacro Romano Impero, per poi passare nelle mani dei Prefetti di Vico e dei Signori Paolo Orsini, Broglio da Lavello e Ildebrando Conti.

Nella seconda metà del XV secolo, Ranuccio III Farnese entrò nella storia del borgo grazie alla nomina di vicario temporale della parte del paese non controllata dalla famiglia Conti, che la tenne ancora per vent’anni. In quel periodo si inasprì la rivalità tra Canino e Castellardo, la cui rocca venne distrutta per opera dei rivali nel 1459.

In quegli anni il potere dei Farnese si rafforzò, tanto che si elevarono come una delle famiglie italiane più potenti. Per merito di Ranuccio, l’abitato iniziò a cambiare il proprio aspetto, migliorandolo.

Il 29 febbraio del 1468, anno ovviamente bisestile, nacque nelle stanze del palazzo di famiglia, Alessandro Farnese, che la storia avrebbe poi annoverato come il pontefice cui si deve il Concilio di Trento nonché come uno dei più grandi mecenati del Rinascimento. Fu colui, difatti, che finanziò la realizzazione del Giudizio Universale all’interno della Cappella Sistina, tanto che Michelangelo, per mostrare la propria gratitudine decise di ritrarne i lineamenti nel volto di San Pietro. Fu anche colui che, nel 1537, eresse il Ducato di Castro.

Il pontefice Paolo III Farnese

Di fronte al palazzo in cui ha sede l’amministrazione del Comune di Canino, siede sul suo trono, lui, Paolo III, certamente il personaggio che ha portato più lustro a questo bellissimo centro della Maremma Laziale, che egli tanto amava da coniare addirittura un detto “se vuoi vivere in eterno a Gradoli d’estate e a Canino d’inverno”.

Una delle artefici dell’ascesa di Alessandro, e dell’intera famiglia, fu la bellissima Giulia, sorella del futuro papa che, grazie al legame con Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, assicurò ampi e durevoli benefici alla propria stirpe.

La storia della bionda dama rinascimentale, ci è ben nota, tante sono state le volte che ci è capitato di scovarne le tracce in giro per i bellissimi borghi della Tuscia;  da Capodimonte sua città natia, a Vasanello in cui visse i primi tempi del matrimonio con Orsino Orsini, fino a Carbognano, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita prima di andare a Roma e lì spirare. L’Isola Bisentina, poi, in cui potrebbe esser sepolta, come tanti suoi familiari, anche se la sua ultima destinazione non è certa.

Alle spalle della statua del papa, sorge la Rocca Farnese, un edificio costruito nel Medioevo e ristrutturato nella seconda metà del ‘400 da Pier  Luigi Farnese Seniore, che ne fece la propria residenza fin quando non si trasferì nel bel palazzo di Valentano. Dopo la sua partenza, il palazzo fu abbandonato e iniziò la sua lunga decadenza fino ad esser ridotto a rudere, eccezion fatta per la torre detta di Paolo III. La Rocca venne restaurata, nel 1808, per merito di Luciano Bonaparte.

La Rocca Farnese

Oggi, i suoi ambienti sono abitati, e non credo rimanga più nulla di quanto i componenti della Famiglia Farnese ebbero modo di vedere.

Mi sono seduta sulla panchina per qualche minuto, respirando la stessa aria che cinque secoli prima dovettero inalare i protagonisti delle vicende di questo prezioso territorio. Ho notato una macina, simbolo della ricchezza di Canino, l’olivo. Quel fluido tanto prelibato da far commettere atti di gola persino a un papa.

Dopo la caduta del ducato, per Canino iniziò un periodo in cui la miseria e la decadenza, la fecero da padrone. In quell’epoca nulla venne costruito, se non la grandiosa Collegiata dei S.S. Giovanni e Andrea.

La storia del borgo continua con il grande Bonaparte, di cui abbiamo già narrato, e che riempì le cronache per buona parte del XIX secolo. Anche dopo la morte del coniuge, avvenuta nel 1840, Alexandrine volle continuare gli scavi di Vulci, per vendere, poi, nel 1853, le sue proprietà ai Torlonia. La principessa si trasferì a Senigallia, dove morì due anni dopo. La sua salma fece ritorno in paese, per essere deposta nella cappella di famiglia.

Abbiamo vagato per un po’ lungo le viuzze del paese, voltandoci, di tanto in tanto, verso la bella campagna che si offre all’occhio. Palazzetti, balconi con panni stesi, porte in legno colorate, gatti pigri che vagavano da uno scalino all’altro. Tra vecchie chiese, affreschi, campane e tracce della sua gloriosa storia, siamo tornati verso la nostra automobile.

Prima di andarcene, ci siamo fermati in un piccolo bar, i cui tavoli  davano sulla piazza. Abbiamo ordinato una lemon soda con ghiaccio, l’ultima scoperta della nostra estate. L’abbiamo sorseggiata lentamente, mentre conversavamo con alcune persone del posto.

Ce ne siamo andati seguendo la strada che ci avrebbe portati verso casa.

Il Chiostro della Chiesa di San Francesco

Ci siamo fermati, poi, di fronte a un antico ex convento che comprende la bellissima Chiesa di San Francesco.  Gli affreschi presenti nel chiostro esterno, che stupiscono per la loro magnificenza, narrano episodi della vita di Sant’Antonio da Padova, mentre il chiostro interno è arricchito da pitture che raccontano la storia di San Francesco d’Assisi e contiene gli stemmi delle famiglie di Canino, Cellere e Tessennano.

Un suono di violino proveniva dalla chiesa. Ci siamo avvicinati, abbiamo scrutato all’interno, con l’intenzione di non disturbare. La violinista, molto brava, era una bambina, della stessa età dei miei alunni caninesi di venticinque anni fa.

Abbiamo dato una rapida occhiata alla chiesa, ai suoi dipinti, all’altare, al crocifisso e siamo usciti lasciando la nostra sete di curiosità insoddisfatta.

Ci trovavamo laddove, secondo le credenze, si fermò il santo a pregare. L’intero complesso venne edificato più tardi, per merito dei Farnese.

Uscendo, abbiamo ammirato la più antica chiesa del paese, risalente al XIII secolo e dedicata all’Annunciazione di Maria Santissima, tenuta in grande considerazione in tutta la zona, in quanto accoglieva i pellegrini che vi si recavano, anche da Orbetello, per chiedere protezione contro le pestilenze.

Poi ho sentito la chiave girare e il motore avviarsi. Stavamo per lasciare Canino. Ancora una volta, come tanti anni fa, hanno iniziato a scorrere davanti ai miei occhi i tanti alberi della pineta alla mia sinistra, i nuovi quartieri alla destra e poi, avanti, sul lato opposto, il cimitero.

La strada ha iniziato a curvare tra campi e colline e la luce si faceva meno intensa a causa delle nuvole che gareggiavano tra loro per andare a coprire il sole.

Una serie di stabili e abitazioni erano lì, a segnare il percorso e a ricordarmi quegli anni lontani. Siamo giunti al bivio. Svoltando a destra, avremmo incontrato il lago, proseguendo diritti, ci saremmo introdotti in una zona boscosa.

Abbiamo sostato per breve tempo, giusto il tempo di decidere cosa avrebbe meglio saziato i nostri animi.

 

Fonte: viterbox

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