Quando abbiamo iniziato il nostro giro in quelle che mi piace chiamare “le terre del nord ovest”, puntammo le ruote della moto verso Latera, ma si stava facendo oramai sera e fummo costretti a tornarcene a casa.

Eravamo sulla lunga e pianeggiante strada che attraversa la Valle dell’Olpeta, il fiume che nasce dal Lago di Mezzano, oggi celebre in tutta l’Italia per via del rave di Ferragosto,  e va ad arricchire le acque del Fiora. Mi ricordo che spesso osservavo lo specchietto per parlare guardando negli occhi, anzi, negli occhiali, il conducente.

E nello specchio mi compiacevo di veder riflessa la mia collana “importante”, forse inadeguata al top in seta rosa antico che indossavo e ai miei inseparabili jeans.  Il girocollo, di basso costo ma di alta fattura, era composto da un insieme di grandi pietre simili a brillanti che regalavano sfumature multicolori più o meno accese a seconda dell’angolazione con cui il sole si rifrangeva in esse.

L’estate, poi, è finita. O quasi. Non riesco a credere che esista ancora quando il tramonto si manifesta nel tardo pomeriggio e la nostra stella inizia a tagliare l’aria disegnando linee che vanno a formare angoli sempre più acuti.

Non era più il caso di viaggiare sulle due ruote, quando abbiamo deciso che Latera sarebbe stata la nostra prossima meta.

L’abitato di Latera

Eravamo appena stati a Canino, e stavamo lasciando un paese che è conosciuto per essere un luogo in cui la stagione più rigida è mitigata da temperature tiepide.

Il cielo si stava pian piano oscurando: la brutta perturbazione che ci era apparsa all’orizzonte stava cavalcando verso di noi.

Abbiamo superato l’abitato di Valentano e continuato sulla Castrense, fino a raggiungere la zona conosciuta come “la buca di Latera”  che, nella versione corretta, sostituisce il primo sostantivo con il più adeguato “caldera”.

Lungo il percorso, il mio cellulare ha squillato. In genere, quando compio queste fughe lo silenzio  se, addirittura, non lo spengo proprio. Non mi piace essere risvegliata mentre attraverso le mie chimere.

Quel trillo, però, era diverso. Forse perché arrivava da molto lontano e viaggiava sulle onde del cuore.

Ci siamo fermati al bordo della strada per evitare che la connessione risentisse in maniera negativa del nostro spostamento.

La frescura si faceva quasi fastidiosa, dato il mio abbigliamento ancora estivo. Iniziavo a pentirmi di aver indossato quel vestito tanto leggero e corto, che neanche mi piaceva.

Dopo alcuni minuti di percorrenza, siamo giunti alla Cantoniera di Latera, una frazione poco distante dalla nostra destinazione.

Tante volte l’avevo vista dall’alto, ma sempre di fretta e distrattamente. Una collina fatta di case, perduta nella piana.

Quando andavo a scuola, di maschi ce n’erano davvero pochi. Tra questi un ragazzo, moro, con i capelli arruffati e quel po’ di brufoli che testimonia l’adolescenza, aveva attirato le mie simpatie.

Le nostre classi erano speculari. Passavamo le ricreazioni, e a volte anche i cambi ora, a chiacchierare.

Poi, le lezioni ebbero termine. Io dovevo sostenere l’esame di maturità. Il giorno prima seppi della sua tragica scomparsa a causa di un incidente mentre si trovava sul suo motorino. Da quel giorno, per me, Latera, è Paolo.

Dopo aver scorto un piccolo spiazzo, probabilmente privato, abbiamo accostato per scattare qualche foto a quella meraviglia inaspettata.

C’era silenzio, e la quiete che precede l’arrivo del maltempo.

Il busto del brigadiere Sebastiano Preta

L’auto ha iniziato a scivolare, in maniera quasi sensuale, sull’asfalto, fino a giungere in Via Roma, dove abbiamo notato una piccola chiesa, purtroppo dalle porte serrate e, poco distante, il busto del carabiniere Sebastiano Preta, eroico brigadiere abruzzese, nato a Celenza sul Trigno nel 1860 e deceduto a soli 31 anni in territorio laterese mentre combatteva la dura lotta contro il brigantaggio.

Uno dei fili conduttori di quest’ultima parte del mio lavoro, oltre alla blasonata famiglia che tanto ha dato a questa e ad altre porzioni della Tuscia, è popolato dalle pittoresche figure di quegli uomini che, costretti a un’esistenza umile, a versi umiliante, non accettarono di piegarsi alle pessime condizioni cui erano sottoposti e cercarono di riscattarsi, in alcuni casi soltanto di sfamarsi, compiendo azioni illegali che li avrebbero condotti a una vita ancor peggiore.

Sebastiano Preta morì per mano di uno dei due briganti che stava inseguendo. Ansuini e Menichetti, questi i loro nomi. Due negletti che trascorrevano la loro vita tra omicidi e atti delinquenziali.

La ferocia di Ansuini era talmente nota che il Tiburzi, che certamente non veniva considerato uno stinco di santo, si rifiutò più di una volta di allearsi con lui.

Menichetti, suo compare, nacque a Toscanella, l’attuale Tuscania, nel 1858. Le scorribande dei due hanno lasciato segni profondi e tanto sangue.

Il brigadiere ebbe l’infausto destino di scovarlo e farlo catturare, seppur rimettendoci la vita.

Oggi, riposa nel cimitero della vicina Valentano e a esso, in segno di gratitudine e riconoscenza, è intitolata la caserma dei Carabinieri di Viterbo.

Abbiamo camminato un po’, ignari di dove saremmo arrivati e di come sarebbe stata la visione non appena avessimo raggiunto il nucleo del borgo dell’Alto Lazio.

Una lieve discesa ci ha condotti in Piazza Vittorio Veneto. Abbiamo calpestato il selciato fino alla porta che apre sui tesori che questo bellissimo abitato conserva.

La porta che conduce al borgo

Ci siamo appoggiati al parapetto di quello che anche a un occhio poco esperto appare come il ponte che separa il castello dal resto del territorio.

Al di sotto, un labirinto di vicoli e antiche abitazioni. Fosse stato buio e freddo, avremmo immaginato di essere capitati dentro un presepe.

Erano pochi minuti che ci trovavamo di fronte a quello che abbiamo supposto essere il cuore del paese, e già eravamo in grado di percepire la lunga storia che lo ha portato a essere ciò che oggi ammiriamo.

Varie ipotesi sono state fatte su quella che è la sua attuale denominazione. Secondo la più pratica, deriverebbe dal latino “latera”, a fianco, a margine, che sarebbe a testimonianza della sua posizione marginale rispetto alla grandi vie di comunicazione e della lontananza dal grande bacino lacustre che tocca anche i confinanti comuni di Gradoli e Capodimonte.

Seguendo il parere di altri,  è una trasposizione di “later-lateris”, mattone, data la presenza nei pressi di una cava di pietra e di una fornace le quali si ricordano oggi tramite il nome di Pietraria.

C’è invece chi lasciò scritto, nella metà del XVII secolo, che il borgo avrebbe ereditato il suo nome dall’etrusco “Larthes”, che indicava i Larti, o Lucumoni, che altro non erano che i capi supremi di quello stesso popolo.

Tante ne sono state scritte, come la correlazione con un’antica città la cui posizione, ad oggi è sconosciuta, oppure una voce verbale latina, che sarebbe la traduzione del nostro “nascondere”, e ricondurrebbe ai folti castagneti che erano in zona e che ne celavano la vista a coloro che passavano di lì.

Nei pressi del Lago di Mezzano, in territorio comunale, sono stati ritrovati resti di insediamenti preistorici appartenenti all’ Età Neolitica. Altri popoli , fino ad arrivare ai Villanoviani, si stabilirono in questi luoghi.

E’ interessante notare che Latera si trovava al centro della Dodecapoli Etrusca e che come tutto il resto dell’Etruria, fu presto dominata dai Romani. La restituzione di iscrizioni, cippi e monete ne forniscono la certezza. Una delle epigrafi ritrovate, riporta la scritta “Villa Traiani”, ciò farebbe pensare alla possibilità di una villa dell’imperatore edificata proprio in questo lembo dell’ Alta Tuscia.

Una volta dissoltosi il glorioso Impero Romano, gli Ostrogoti prima e i Longobardi poi, dominarono la zona. Tra le barbarie, che sicuramente commisero, eressero il primo nucleo del Castello di Latera, che oggi non risulta più visibile.

Il corposo libro delle vicende che segnarono il comune, riprende la sua narrazione nel XII secolo, con la strenua contesa tra la città di Orvieto e lo Stato Pontificio. Le tante incursioni terminarono con la distruzione del castello, con tutta probabilità da parte di Ludovico il Bavaro.

All’alba del XV secolo Ranuccio Farnese ricevette da Papa Gregorio XII il vicariato di Latera. I membri della casata la amministrarono fino al 1658 e sono ricordati per l’oculatezza e, se vogliamo, per il progressismo con cui governarono. Contribuirono allo sviluppo del paese concedendo prestiti agli agricoltori, evitarono che venissero praticati tagli scriteriati al manto boscoso che cingeva l’abitato e fecero realizzare, ai tempi in cui governava il duca Pier Francesco Farnese, un acquedotto che, anche odiernamente, fornisce l’acqua alla fontana chiamata, appunto, la Fontana del Duca.

La Fontana del Duca

La punta di diamante, però,  è rappresentata dal bellissimo Palazzo Ducale in cui oggi ha sede il municipio.

Latera, diede i natali al suo ultimo duca, il Cardinale Girolamo Farnese, nato nel 1599 da Mario Farnese e Camilla Lupi. Egli succedette al fratello Pietro nell’anno della morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1662. Il porporato si distinse non soltanto per gli incarichi che gli vennero affidati e per le opere che fece realizzare, ma anche per la generosità verso il suo borgo, tanto che alla sua morte (1668) la comunità organizzò una solenne e fastosa cerimonia funebre giurando eterna fedeltà alla dinastia, i cui membri divennero i “Vassalli di Cristo”.

La salma del Cardinale riposa in una delle più belle chiese della capitale, la Chiesa del Gesù.

Nonostante la presenza nei secoli della famiglia a Latera, essa non entrò mai nel Ducato di Castro e non subì le conseguenze della sua dissoluzione, tanto da crescere e prosperare nei tempi che seguirono. La storia si snoda, poi, attraverso il Risorgimento, momento in cui si svolsero gli scontri tra truppe garibaldine e pontificie.

Dopo oltre due secoli sotto il potere dello Stato della Chiesa entrò a far parte, nel 1870, del Regno d’Italia.

Abbiamo arrotolato il lungo papiro della storia della cittadina che ci accingevamo a visitare e abbiamo fatto il nostro ingresso nel borgo medioevale.

Il cielo ingrigiva sempre di più, e delle gocce d’acqua sottili come spilli, iniziavano a inumidire le mie spalle e i miei capelli.

La piazzetta

Ho notato una panchina posta al lato della piazza che ospita la suggestiva Chiesa di San Clemente. Mi sono seduta con la scusa di riprendere la telefonata che avevo interrotto poco prima e ho osservato con attenzione il tempio sacro e il bellissimo campanile che lo completa e lo impreziosisce.

Ci siamo resi subito conto che la nostra visita sarebbe stata lunga e interessante, e che avremmo scoperto, una volta ancora, i tanti segreti che, nonostante sia dalla nascita che viviamo in questo eden, non avevamo ancora il privilegio di conoscere e, se possibile, di divulgare.

Perché la storia non esisterebbe se restasse un dono  non condiviso.

 

Fonte: viterbox

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