Durante le pause del giovedì, ce ne andavamo al mare. Avevamo quattro ore di tempo, e le usavamo per distenderci al sole. E’ successo soltanto poche volte, ma ne conservo la memoria.

Canino, cittadina dell’Alta Tuscia, è poco lontana dalla costa. La strada che la unisce a Montalto di Castro, la Castrense per l’appunto, collega il Lago di Bolsena al litorale tirrenico, attraversandola.

Ho lavorato lì per quattro anni, e nonostante fosse piuttosto distante da casa non ho mai sentito il peso di dover fare tutti quei chilometri.

Mi piaceva, soprattutto, perché la trovavo tanto diversa dal luogo in cui ero abituata a vivere. Ne notai subito le differenze. Un dialetto che discostava dal nostro, un paesaggio un poco più aspro e un clima mite, con gli inverni decisamente dolci, dato che non esisteva giorno in cui non portavamo gli alunni in giardino.

Nel  corso degli anni sono ritornata a Canino soltanto di passaggio, credo di aver partecipato a qualche edizione della Sagra dell’Olivo,  la miracolosa pianta da cui si ottiene un prodotto, l’olio, che la rende celebre a livello nazionale.

La manifestazione risale addirittura all’anno 1939 ed ha il privilegio di essere la prima sagra che celebra, in Italia, questo tipo di albero. Si svolge nel periodo di dicembre quando, solitamente, gli olivicoltori hanno terminato le proprie pesanti ma soddisfacenti attività.

Dal sorgere al tramonto del sole, esposti ad un clima umido, questi lavoratori della terra, un tempo armati di rete e rastrelli, ora di scuotitori e macchinari specifici, per settimane sostano nei campi per raccogliere il frutto che, una volta spremuto, ci dona quel magnifico e denso liquido, colorato delle tonalità più o meno verdognole a seconda della terra che lo nutre. In genere, la raccolta inizia “dopo i morti” (primi di novembre) e termina intorno alla “Madonna” (Immacolata Concezione, che cade l’8 dicembre.

A Canino, ho avuto occasione di assaggiare la deliziosa bruschetta condita con olio autoctono e di assistere alle manifestazioni che vi si svolgevano a margine.

Quest’estate, invece, ho goduto del privilegio di visitarla più a lungo e di scoprire l’enorme quantità di storia e tradizione che conserva.

Scorcio del centro di Canino

Abbiamo deciso di descrivere un cerchio: avremmo percorso quei quasi novanta chilometri senza giungere alla meta per poi tornare indietro. La prima volta che, in maniera autonoma, arrivai in questo comune, decisi di passare per Tuscania, seguendo poi quel percorso curvilineo che tocca Arlena di Castro e Tessennano.

Per poter eguagliare quella prima volta, la mia scelta è caduta nuovamente sullo stesso itinerario e così, dopo aver attraversato le campagne rigogliose e solitarie di quel bellissimo territorio maremmano, sono giunta in paese. Naturalmente, il primo punto d’interesse che ho deciso di ricercare, è stato proprio quell’edificio scolastico in cui ho  mosso i miei primi passi da insegnante.

C’era silenzio e nessuna presenza umana. La scuola era chiusa, e il giardino incolto. Ma ho rivisto i grembiulini di quei bambini, oggi ultratrentenni, che svolazzavano allegri nella tiepida aria d’inizio autunno.

Ci siamo mossi lungo Via Tuscania, e ho cercato le insegne e le vetrine dei negozi che vedevo ogni giorno.

Abbiamo parcheggiato poco distanti da quella che, fino a pochi anni fa, era la sede della dirigenza della scuola del paese.

Ci siamo incamminati sotto un cielo che inizialmente non prometteva nulla di buono, con la pelle che a ogni alito di vento si accapponava a causa delle temperature, insolite per quel periodo.

Teatro Comunale

Costeggiando l’area pedonale della bella Piazza Valentini, in cui pullulava una gran quantità di persone, abbiamo notato l’elegante struttura che ospita il Teatro Comunale, costruito nell’ultimo decennio del XIX secolo, trasformato nella metà degli anni ’60 in cinema, per poi cadere in disuso ed essere riaperto pochi anni fa.

La piazza vanta un bellissimo giardino pubblico in cui svettano, maestosi, degli enormi cedri del Libano. Risistemata nel 1877, ospita una statua in bronzo dedicata ad uno dei personaggi, che assieme ad un altro, ancor più importante,  diede, e continua a conferire lustro a questo florido comune: Luciano Bonaparte, fratello minore dell’immenso Napoleone, che lo definì “il più dotato dei miei fratelli, ma quello che mi ha fatto più male”. Quel fratello che mai si piegò alla volontà del grande condottiero e imperatore.

Luciano, giovanissimo, sposò la figlia del proprio albergatore, Christine Boyer, da cui ebbe due figlie. Nel frattempo varie vicende politiche prima lo avvicinarono, poi lo separarono, in maniera quasi netta e definitiva, da Napoleone.

La statua di Luciano Bonaparte in Piazza Valentini

Nel 1802, il minore dei Bonaparte incontrò e poi sposò quella che sarebbe diventata la compagna di una vita, Alexandrine. Una donna, per la quale, Luciano, che tempo prima era stato nominato senatore, tralasciò addirittura la carriera politica.

Napoleone cercò di dissuadere il fratello, avendo in mente ben altri progetti (e unioni) per lui, ma non vi riuscì, tanto che dopo la nascita del primo, la coppia si unì dinanzi a Dio ed ebbe altri nove figli.

Alexandrine, che era in possesso di un concentrato di doti, rappresentava il contrario di ciò che Napoleone anelava per il fratello. Era disposto a tutto, purché la lasciasse, tanto da pronunciare la frase “tout pour Lucien non marié, rien pour Lucien marié”.

E Lucien, indifferente alle preghiere di colui che stava per divenire l’Imperatore dei Francesi, giunse in Italia, prima ospite dei Principi Giustiniani a Bassano di Sutri, poi sotto l’ala protettrice di Papa Pio VII  a Roma, ospite del Cardinale Fesh a Palazzo Lancelotti. La coppia visse tra Roma e Frascati per alcuni anni, finché non giunse in Maremma.

Già… il Principe di Canino e Musignano, che con la propria consorte Alexandrine de Bleschamps, entrò in possesso del feudo nel 1808 e lì visse per oltre trent’anni, quando venne sopraffatto dalla morte. Questi si  distinse per il forte carattere e la spiccata erudizione, ed è colui  cui dobbiamo la gran parte dei ritrovamenti avvenuti nella vicina città di Vulci.

Il feudo comprendeva 800 ettari di terreno, il palazzo che appartenne ai Farnese, la Rocca della Badia e il Castello di Musignano, edificio che in origine era destinato a convento fortezza, situato alle pendici del Monte Canino nei pressi del fiume Timone, in cui la famiglia si trasferì nel dicembre dello stesso anno.

I lavori di scavo che vennero avviati e sostenuti dalla coppia, portarono alla luce immense ricchezze di quella che fu una delle più importanti città etrusche, le quali andarono ad impreziosire le collezioni presenti nei musei di tutto il mondo.

I Bonaparte stabilirono un rapporto speciale con la città di Canino, tanto che lì rimasero a lungo e, almeno per quanto riguarda Luciano, fin quasi al giorno della sua morte che avvenne mentre era di passaggio per la città di Viterbo.

La Collegiata di Sant’Andrea

Il corpo di Bonaparte, assieme a quello della consorte e del figlioletto Giuseppe, riposano nella cappella gentilizia all’interno della Collegiata di Sant’Andrea.

Sant’Andrea,  a cui è intitolata la chiesa, è il patrono della cittadina. La sua festa, che cade il 30 di novembre, è particolarmente cara ai bambini.

Com’è noto, Andrea, fratello di Simon Pietro, era pescatore in terra di Galilea. Fu uno dei primi martiri cristiani, e morì crocifisso su delle travi disposte a “x” su una nave diretta a Patrasso quando regnava Nerone. Il santo è il protettore dei pescatori e dei pescivendoli. Sembra che già nel medioevo, nei giorni in cui si ricorda l’apostolo, era  tradizione smuovere lunghe file di barattoli tenuti insieme da un filo. Il rumore da essi provocato, spingeva il santo a far soffiare un vento tanto sostenuto da far cadere a terra le olive, di cui poi potevano impossessarsene coloro che non ne possedevano le piante, le quali erano quasi tutte di proprietà dei signorotti locali.

Collegata a questa manifestazione,  è la tradizione del celebre, almeno in terra di Tuscia, pesce di Sant’Andrea. Oggi in cioccolata, un tempo era impastato con miele e pasta.

E sulla piazza principale, a partire dal 1783, venne edificata la bella chiesa di cui stiamo narrando. In quel luogo, nel XV secolo, fu costruito il castello Farnese. Trecento anni dopo, di questo, non restavano che rovine, e si decise quindi che la chiesa sarebbe sorta lì.

L’interessante tempio sacro, realizzato in stile barocco, ha la forma di una croce latina e tre portali d’ingresso in pietra.

Il campanile della chiesa, venne innalzato alcuni decenni dopo, nel 1818, nel luogo in cui sorgeva la Chiesa di San Carlo. Nel 1886  crollò per esser presto ricostruito.

La Cappella Bonaparte

La Cappella Bonaparte fu costruita, invece, nel 1853. Oltre ad accogliere le tombe dei coniugi e di uno dei figli, sono presenti diversi e preziosi gruppi scultorei e un bassorilievo attribuito al Canova.

Nella chiesa ci sono anche molti pregevoli dipinti, tra i quali anche il ritratto di Papa Pio VII.

In quel momento, all’interno, non vi era nessuno, e la quiete che questi luoghi emanano, non ha fatto che arricchire i nostri animi già disposti alla pace.

Ad ornare i banchi alcuni delicati e candidi fiori, che hanno fatto sì che noi intuissimo che, poco dopo, una coppia si sarebbe unita in nozze.

Siamo usciti dalla  chiesa e, dopo aver ammirato la fontana dodecagonale attribuita al Vignola, commissionata nel XVI secolo dai Farnese ed originariamente collocata nella Piazza del Mercato, abbiamo passeggiato lungo la bella via che scende verso un’altra interessante parte del borgo.

La fontana ornamentale

Ci siamo incamminati, lentamente, sul selciato, e antichi palazzi erano schierati ai margini delle vie. Al di sotto di essi, un buon numero di negozi ha attirato i nostri sguardi. Le vetrine proponevano capi dalle fatture originali ed eleganti. La visione di quegli abiti, mi ha riportato alla memoria alcune insegnanti conosciute in quel periodo. Sempre abbigliate e acconciate in maniera ricercata. Non ho mai pensato che la cura del proprio aspetto potesse, in qualche modo, esser confusa con vanità. Al contrario, presentarsi a scuola, o in qualsiasi altro luogo di lavoro, in maniera decorosa rispecchia, secondo me, il profondo rispetto che si ha per coloro che si incontrano e per l’istituzione stessa.

Giunti in Piazza Vittorio Emanuele, ci è apparsa la particolare Fontana del Cane. Costruita nei primi del ‘900 ospita, al di sotto di un arco, compreso tra due colonne e posto su di un piedistallo, un cane levriero, simbolo del paese.

La piazza, che si trova lungo Via Cavour, venne realizzata nel ‘400 dopo la demolizione di edifici eretti in epoca medioevale. Su di essa si affacciano i palazzi Caraceni e Miccinelli, quest’ultimo si fregia di un interessante portico arcuato e mostra la data della costruzione, il 1475.

Uno stipite della Chiesa di Santa Croce

Proseguendo sulla stessa via, incastonata tra altri edifici, abbiamo scorto, nuovamente, una chiesa che, risalendo all’XI secolo, ha titolo per essere considerata la più antica del paese. Il portale della Chiesa di Santa Croce (databile tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo) risulta abbellito da due stipiti e un architrave ornati di bellissimi bassorilievi raffiguranti elementi floreali e figure virili.

L’interno, molto suggestivo, è caratterizzato da una sola navata e contiene una tavola, di fattura tardo cinquecentesca, su cui è rappresentata la Deposizione.  Anche la torre quadrata edificata con  blocchi di tufo, detta dell’orologio, faceva parte della chiesa e ne costituiva il campanile. Nel 1874 venne decisa la sua demolizione e la ricostruzione della Torre Civica.

Siamo usciti e ci siamo incamminati verso sud ovest. Siamo giunti nella piazza su cui si affaccia quella che fu  la residenza dei Bonaparte nel borgo. C’erano delle persone sedute a godere dell’inaspettata frescura. Abbiamo sostato un po’ in quel luogo, ci siamo seduti su una delle panchine a osservare il grande portone che tanti e tanti anni fa accoglieva gli alunni della scuola elementare.

Ci siamo poi spostati verso il muro che dà sulle campagne e il mio sguardo è scivolato sui campi e sulle rimesse agricole che contengono i macchinari e gli attrezzi utili al più antico e nobile lavoro che l’uomo abbia mai svolto: l’agricoltura.

Ho pensato alla nostra terra, così ricca e fertile, sebbene depauperata dalla pessima volontà di chi non ne comprende il valore. Ho pensato a ciò che ci circonda, ai millenni di storia, alla cultura, alle arti, alle lettere che, in ogni angolo della nostra Tuscia, rinnovano ogni giorno, il suo splendore.

Panorama delle campagne

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