Mi mancava una foto a effetto, e sono dovuta ritornare. Avevo girato per il borgo a lungo, cercando un’inquadratura che potesse rendere a Ischia di Castro il giusto merito.

L’ho trovata, con sorpresa, lasciandomi l’abitato alle spalle.

Avevamo riacceso la moto e puntato in direzione di un altro dei piccoli paesi della Maremma Laziale. Ci siamo distratti, mentre passavamo tra la folta vegetazione che impediva una completa visione della strada, facendo sì che, con il nostro mezzo, dovessimo camminare al centro della corsia.

Alcuni capannoni in tufo, forse delle rimesse per mezzi agricoli, chiudevano ulteriormente la vista. Poco oltre, abbiamo scorto un piccolo poggio da cui siamo riusciti a immortalare quella che era stata la meta della nostra breve e significativa visita.

 

Ischia di Castro si erge a quasi 400 metri sul livello del mare, dal quale non è troppo distante: per giungere nel comune di Montalto, con cui condivide la specifica “di Castro”  è necessario attraversare soltanto il territorio caninese.

La sua  estensione è notevole, ed è composta da vari ambienti di cui abbiamo goduto la vista durante i nostri spostamenti. Ampie distese erbose si alternano a dolci colline, a folti boschi e a ripidi costoni in tufo, tanto simili alle tagliate che siamo abituati a vedere nelle zone più selvagge della nostra provincia.

La frescura della serata ci ha accarezzato le guance e le braccia mentre entravamo nella cittadina. Alla vista del bel giardino ombroso, la Pineta Comunale,  popolato da bimbi e mamme, ho ripensato alle volte che sono passata di lì con la mia automobile e avrei voluto fermarmi con i miei figli. Siamo portati a pensare di avere sempre tanto tempo a disposizione, che poi, il tempo, sfugge in un momento.

Chiesa di San Rocco

Superata l’antica Chiesa di San Rocco, risalente  al XIII secolo, e il Museo Civico Archeologico, alcune palazzine colorate, in fondo a una discesa, preludono alla grande piazza cui guarda l’imponente Palazzo Ducale, un’altra delle fastose residenze attribuite alla  dinastia Farnese che in questi luoghi dimorò e lasciò tracce particolarmente incisive.

Ci siamo avvicinati a bassa velocità alla rocca, osservando con curiosità la porta che doveva essere l’unico punto d’accesso al vecchio borgo. Sopra di essa l’orologio, le cui lancette segnavano un angolo piatto e sembrava volessero spaccare in due il quadrante, come a voler dividere una giornata che avevamo trascorso come fosse appartenuta a due diverse vite. L’una reale, l’altra protesa verso il sogno.

Al di sotto della fortezza abbiamo notato un gran numero di macchine parcheggiate, indispensabili per soddisfare le nostre normali esigenze, ma incredibilmente stonate in un luogo in cui la storia si fonde con la poco distante natura.

L’ampia facciata posteriore conta diverse di finestre e un porticato disegnato da tre grandi  archi.

La Porta che immette al vecchio borgo

Alcune persone sostavano fuori una porta. Ho sperato fossero visitatori in attesa di introdursi all’interno di quelle che sicuramente si presentano come delle grandi e fastose sale. Chiedendo ad alcune signore del luogo, che sedevano sulla piazzetta retrostante, ho scoperto che la rocca è privata e che non mi sarebbe stato possibile compiere la visita che tanto mi sarebbe piaciuta.

Questo grande palazzo, sicuramente ben mantenuto rispetto ai tanti altri che abbiamo avuto la fortuna di osservare, fu la prima, e per un periodo l’unica, residenza dei Farnese.

La costruzione venne edificata durante l’XI secolo direttamente sullo sperone in tufo su cui poggia gran parte dell’abitato.

In tempi lontani, questo insediamento di probabile origine etrusca era naturalmente protetto e preservato da coloro che avrebbero potuto introdursi in esso e depredarlo grazie alla lontananza dalle  principali vie di comunicazione, rappresentate dalle consolari Cassia e Aurelia.

Nel luogo in cui sorse la rocca, vi era il castrum altomedievale. Quando essa venne eretta, presentava tre torri e un ponte levatoio che solcava il fossato. Questo, successivamente, fu trasformato nella porta d’ingresso. Altre modifiche vennero apportate all’edificio per rafforzarlo e renderlo più spazioso.

Nel 1395, il popolo ischiano si ribellò ai soprusi perpetrati dai Farnese. Ne nacque una sanguinosa rivolta in cui vennero uccisi molti membri della dinastia; uno dei pochi ad essere risparmiato fu Ranuccio  da Farnese il vecchio, nonno di Papa Paolo III,  che viene considerato come uno dei fautori della fortuna della sua casata.

Il Palazzo Ducale

Nel ‘500 la rocca fu trasformata in palazzo, seguendo il progetto dell’architetto Antonio da Sangallo il Giovane, prediletto dalla famiglia. A testimonianza della sua rilevanza, esiste una lettera di Pierluigi Farnese, nato dalla relazione tra il  pontefice e Silvia Ruffini,  redatta per conto dell’imperatore Carlo V, in cui specifica di scriverla  “dal mio palazzo di Ischia”. E di tale importanza rimase sino alla caduta del Ducato di Castro, e alla distruzione di quella città esistente sin dai tempi degli Etruschi.

Così, nel 1649, l’edificio passò alla Camera Apostolica per poi esser ceduto, alla fine del XVIII secolo, alla Famiglia Capranica, originaria di Roma, e successivamente, oltre un secolo dopo ai Piermartini. Attualmente, è di proprietà  di uno storico d’arte.

Non siamo passati inosservati alla clientela che popolava il bar. Non perché avessimo qualcosa di particolare con noi: semplicemente, in questi piccoli centri, ancora si conoscono tutti. Così, lambiti dagli sguardi di quegli uomini che approfittavano del calar del sole per concedersi una pausa e quattro chiacchiere davanti a un fresco casereccio di quelle terre, siamo passati sotto l’arco che delimita il cuore del centro storico.

La piazza principale dell’antico borgo è dominata dalla facciata di rappresentanza del Palazzo Ducale, e una grande scalinata, celata da un alto muro, conduce al suo interno.

Il parlare delle signore sedute sulle loro sedie disposte in maniera circolare, ci ha accompagnati mentre calpestavamo il lastricato color antracite.

Il Duomo di Sant’Ermete

Su una piccola piazza, lungo Via Annibal Caro, segretario di Pierluigi Farnese e noto a noi, studenti indefessi degli anni passati,  si affaccia il Duomo di Sant’Ermete.

La cartellonistica comunale, sebbene scolorita dai raggi del sole, ci ricorda che fu, ed è, il “traduttore per eccellenza” dell’Eneide di Virgilio e che venne nominato dai Farnese “commendatore”. Gli fu, difatti, affidata  la Commenda dei SS. Giovanni e Vittore in Selva a Montefiascone. Dal conferimento del titolo sembra derivi anche la denominazione della Strada Commenda, che è necessario percorrere per giungere a Ischia di Castro.

Le porte del Duomo erano chiuse. Come sempre. Nei nostri giri abbiamo faticato a trovare dei tempi della cristianità accessibili. Questa condizione mi è difficile accettarla. Un luogo sacro, di raccoglimento, indispensabile in alcuni momenti a chi crede, e che dovrebbe essere a servizio della gente, chiuso, inservibile. Non mi abituerò mai all’idea.

Non si ha idea delle sue origini, in quanto è assente un archivio che raccolga documenti. Si sa soltanto che nel corso dei secoli ha subito diversi restauri e trasformazioni. L’impianto principale, nato dalla mano dell’architetto viterbese Prada, risale al periodo compreso tra il 1759 e il 1766. L’altare maggiore, invece, è successivo e venne realizzato in stile napoleonico nel 1816. Eccetto la cappella del Sacramento, che ricalca lo stesso stile, la maggior parte della chiesa è barocca.

E’ interessante sapere che, in passato, la chiesa disponeva di cinque sepolture suddivise a seconda dell’appartenenza dei defunti (sacerdoti, bambini, forestieri, poveri e persone con  notevoli possibilità economiche). Oltre alle tombe, esistevano anche due cimiteri, di cui uno al di sotto della chiesa, che venne chiuso nel 1874.

Le strette vie di Ischia di Castro proseguivano in discesa tra un silenzio ovattato che oramai ci è familiare. Lungo la strada, di tanto in tanto, qualche vaso di fiori e i panni stesi, profumate farfalle di stoffa immobili a causa dell’assenza del benché minimo alito d’aria.

Chiesa della SS Trinità

Più in avanti, abbiamo notato una piccola chiesa, stavolta aperta.  L’interno, ben tenuto, è rappresentato da un solo e piccolo ambiente. A terra, sopra la pavimentazione in mattoni, un tappeto, qualche cero e dei vasi. In alto, sopra il piccolo altare, un dipinto della Madonna con il Bambino sulle ginocchia.

La volta a botte, è ricoperta di mattoni simili a quelli che costituiscono il pavimento.

Sulla Chiesa della SS Trinità, questo il suo nome, non siamo riusciti a trovare alcuna notizia circa il secolo in cui venne edificata.

Diversi graziosi palazzi, congiunti da piccoli sottopassaggi, ci hanno accompagnati verso il limitare del borgo, laddove quiete e abbandono anticipano la vista sulla verdissima forra.

Abbiamo percorso lo stretto camminamento che cinge l’abitato, ci siamo seduti sui muretti che nel tempo debbono aver assistito a diverse scene romantiche e promesse. Del resto, lo sfondo non può che suggerire dolci pensieri.

Ammirando il panorama, ho immaginato come potesse essere quella vallata quando esisteva l’antica, e oramai inesistente, città di Castro.

Distrutta dalle truppe pontificie di Innocenzo X  nel 1649, conobbe un periodo di grande splendore.

In realtà le sue origini risalgono a tempi molto più remoti. Sulle rive del fiume Fiora, in epoca villanoviana, sorse la città di Vulci, che acquisì estrema importanza durante il periodo etrusco. Non troppo distante da essa, su uno sperone roccioso che domina una delle principali vie dell’ Etruria antica, la Via Clodia,  fu eretta una rocca. Attorno ad essa nacque il centro abitato, talvolta ricordato col nome di Statonia.

Nel periodo altomedioevale vi si rifugiarono molti degli abitanti che vivevano nei luoghi vicini e che fuggivano  dalle devastazioni perpetrate dalle truppe barbare. Nel VII secolo vi fu addirittura trasferito il titolo vescovile di Bisenzio, distrutta e saccheggiata per mano dei Saraceni e dei Longobardi.

L’importanza della città, che poté fregiarsi anche del titolo vescovile di Vulci e che divenne un luogo fortificato,  crebbe nel corso dei secoli. Fu dominato da una donna, Madonna Felicita, tanto che ne assunse il nome e, nel 1154 entrò a far parte del Patrimonio di San Pietro, sotto Papa Adriano IV.

Nel terzo decennio del ’500  Antonio Scaramuccia e Jacopo Caronio presero il potere godendo della protezione di Pierluigi Farnese, signore di Valentano. Papa Clemente VII ordinò ai Farnese la restituzione della città  allo Stato della Chiesa, che fu poi saccheggiata dal Duca di Latera Gian Galeazzo Farnese.

La svolta avvenne a partire dal 1534, quando salì al Soglio di Pietro Alessandro Farnese, che divenne Papa Paolo III.

Egli volle fare dei feudi della propria famiglia un unico Stato che si estendeva dal Lago di Bolsena al Mar Tirreno, compresa una piccola enclave a Ronciglione, di cui Castro fu capitale.

La città venne ricostruita, su progetto del Sangallo, seguendo il modello di Pienza, e si trasformò in un vero e proprio gioiello rinascimentale.

Ma quando gli interesse dei Farnese verterono sul territorio di Parma e Piacenza, ben più prestigioso, iniziò una lenta decadenza.

Due guerre segnarono la sua millenaria storia, l’ultima delle quali, nel 1649, si concluse con la sparizione totale della città.

Le vie del borgo

Una grande nuvola ha attraversato il cielo, fino a quel momento sereno e, oscurando per qualche minuto il sole, ci ha riportati alla realtà.

Camminando tra le vie del borgo, abbiamo raggiunto la piazza da cui era iniziato il nostro giro. Ho raccolto i miei capelli cercando di farne una treccia, affinché non si scompigliassero, e mi sono infilata il casco. Non ho abbassato la visiera, avrebbe impedito parte della visuale che di lì a poco mi sarei trovata di fronte.

Siamo partiti, elettrizzati al pensiero di assistere, ancora una volta, allo spettacolo delle geometrie naturali che Madre Tuscia conserva per noi.

 

Fonte: viterbox

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