Un uomo seduto fuori dal bar, mentre alcuni altri avventori  si apprestavano a entrare. Delle donne stavano uscendo dalla farmacia, e degli anziani sostavano sotto il portico della chiesa.

Splendeva il sole, quando passavo per Tessennano, e i colori erano resi più vividi dal suo brillare. Ma l’ho visto anche con la pioggia, plumbea e umida. Oppure ventosa, con le fronde del grande albero che regala ombra agli abitanti da chissà quanti decenni, che si agitavano come a scacciare un nemico invisibile.

Attraversavo quello che è uno dei comuni meno estesi della Tuscia, e certamente il più scarsamente popolato, dato che arriva a poco più di 300 abitanti, durante la mattina del sabato. Mi spostavo da una scuola all’altra, e Tessennano era sulla mia via.

Piazza Umberto I

Quando giungevo nel piccolo borgo, mi rendevo conto di essere una delle poche che di lì passava, visto che l’interesse delle persone presenti difficilmente veniva celato.

In tutti quei mesi, non mi sono mai fermata, presa dalla fretta di giungere alla mia destinazione finale, senza esser per nulla incuriosita da quel gioiellino che, invece, avrei conosciuto soltanto ora in età matura, quando si ha più tempo e maggiore disposizione d’animo per apprezzare quelle che sono le nostre radici e la nostra cultura.

Secondo alcune teorie, la denominazione del piccolo comune deriverebbe  dal nome etrusco  Tessenna, a cui fu aggiunto il suffisso “anus” che stava ad indicare la proprietà; secondo altre, ben argomentate, l’etimologia sarebbe diversa e legata ad una leggenda che attribuirebbe la fondazione del borgo ad Ascanio, figlio di Enea, da cui avrebbero avuto origine diversi altri centri della nostra provincia. Sembra che il condottiero, nipote da parte di madre di Priamo, re di Troia, avrebbe fondato Albalonga e poi un’altra città molto popolata il cui nome era, appunto, Tuscia. A causa dell’alto numero di cittadini, si formarono due centri. Distinguerli non era semplice, perciò si decise di attribuire al più piccolo il suffisso “nanum”. Nacque così Tessennano, da Tuscia nana. L’altra era la Grande Tuscia, Tuscania.

Devo ammettere, però, che le dimensioni di quella che assume a pieno titolo il ruolo di piazza principale, Piazza Umberto I, non restituiscono l’idea di un piccolo paese.

La fontana ornamentale

Abbiamo parcheggiato al di fuori della chiesa, poco distanti dalla bella fontana ornamentale, voluta e fatta realizzare da Agostino Balsi in memoria del proprio padre, Matteo,  che eroga le acque grazie al vicino acquedotto inaugurato, come riporta l’epigrafe scolpita nel marmo, nell’ottobre del 1925.

Ci siamo introdotti al di sotto del sottopassaggio che conduce alla struttura idraulica, senza trovarla. Quel che ci si è mostrato, invece, è stato il bellissimo e verdeggiante panorama maremmano. Questo borgo, difatti, assieme ai comuni circostanti, quali Arlena di Castro, Canino, Piansano, ai limitrofi Tuscania, Ischia di Castro, Cellere e Farnese, e alle zone costiere di Montalto di Castro, Tarquinia e Vulci, va a formare quella che conosciamo come la Maremma Laziale.

Epigrafe dell’acquedotto

Per inciso, la “maremma”, che attualmente, viene riportata con la maiuscola, con i suoi 5000 Kmq rappresenta una delle più vaste pianure italiane. Il suo nome sta a indicare, secondo lo scrittore toscano Aldo Santini, “una qualsiasi regione bassa e paludosa vicina al mare dove le dune, ovvero cordoni di terra litoranea, impediscono all’acqua di sfociare liberamente in mare provocandone il ristagno, con il risultato di creare paludi”.

La costa della Bassa Toscana e dell’Alto Lazio, presentano proprio questo tipo di paesaggio e per secoli, fino alle opere di bonifica degli Asburgo Lorena, furono interessate dal problema della malaria.

In seguito a questo fatto, la malattia legò il proprio nome alla zona, caratterizzandola a tal punto da farne un luogo geografico specifico e facendole   acquisire la lettera maiuscola.

Il sommo poeta, nel XIII canto dell’Inferno della sua Commedia, la delimita tra la toscana Cecina e la laziale Tarquinia, l’allora Corneto.

“Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti”.

La Porta Nord del borgo

Ci siamo incamminati verso la porta che introduce al cuore di Tessennano, cittadina minuscola, ma piuttosto allungata, tanto che addirittura esiste un detto che la indica come “ Tessennano, longo-longo” prosegue “che dda capo c’era ‘n forno, e dda piede c’è ‘n pajjaro, piccia ffoc’a Tessennano”.

Non abbiamo incontrato, durante questa nostra visita estiva nel borgo della Tuscia, alcun passante. Siamo andati nel primo pomeriggio della domenica, quando la gente cerca rifugio alla calura recandosi in zone costiere, in questo caso piuttosto vicine, o al lago, altrettanto prossimo.

L’orologio posto al di sopra della porta, segnava le quattro del pomeriggio, e il colore arancio intenso dell’intonaco della struttura portante, strideva col violaceo del cielo.

L’attuale quadrante segna l’ora soltanto dal 1950. Prima di esso, ve ne era uno assai particolare, che conteneva soli sei numeri e una lancetta.

Abbiamo percorso la via principale, poggiando i piedi sui sampietrini e scrutando, a destra e a sinistra le mura variopinte di alcune abitazioni, che si intervallavano, di tanto in tanto alla pietra a vivo  di altre.

Anche in questo paesino, come in altri che abbiamo ammirato, è emersa la cura che viene posta ai particolari da parte di cittadini che tengono a cuore l’immagine del luogo che li ospita.

Camminando ancora per alcune decine di metri, siamo giunti a Piazza del Plebiscito che, come chiarisce il nome, ospita il palazzo in cui ha sede l’amministrazione comunale.

Il Palazzo Baronale, venne fatto erigere dalla Famiglia Orsini alla fine del ‘400. Nel  secolo successivo divenne dimora farnesiana, durante il periodo in cui il paese apparteneva al Ducato di Castro.

Mentre osservavamo la facciata dell’antica costruzione, ci siamo resi conto che stavamo poggiando i piedi sopra lo scudo contenente stemma del paese, in cui è rappresentata una torre guelfa merlata, cui fanno da sentinelle laterali due gigli, simbolo della casata Farnese.  Lo stemma sembrerebbe risalire  al matrimonio tra Margherita Medici e Odoardo Farnese, avvenuto nel 1628.

Lo stemma di Tessennano

Quest’ultimo elemento, composto da sanpietrini di diverso colore, ci ha portati a pensare ai secoli di storia che hanno attraversato Tessennano.

Durante il periodo etrusco-romano, subì l’influenza sia della città di Vulci che di quella di Tarquinia. Non conosciamo le vicende che coinvolsero l’abitato nei secoli che seguirono, sebbene lo sappiamo essere stato un’importante stazione di posta, data la sua posizione mediana sulla via che conduce da Tuscania a Canino.

Durante il Medioevo, la piccola città fu fortificata mediante la costruzione di mura che, assieme alla sua disposizione sulla rupe, la protessero dagli attacchi di predatori più o meno organizzati.

Agli inizi del XII secolo, la Grancontessa Matilde di Canossa, potentissima feudataria, donò a Papa Pasquale II, un ampio territorio comprendente anche l’attuale Tessennano. Quasi un secolo dopo, la parte non soggetta al controllo della vicina Tuscania divenne proprietà di Papa Bonifacio VIII, il pontefice odiato da Dante, il quale la offrì a Nerio de Turri, capitano di ventura, affinché potesse ricavarne il pagamento del dazio.

Successivamente alla morte del papa e all’esilio ad Avignone, arrivò la Famiglia Farnese. In quel periodo, e precisamente nel 1334, subì l’occupazione dei senesi e nella seconda metà dello stesso secolo contava tra i suoi abitanti Cecco di Pietro Farnese. Il paese, come accadde per quelli posti nello stesso territorio, entrò a far parte del Ducato di Castro.  Nel 1644, il figlio di Odoardo Farnese, Ranuccio II, pressato da ingenti debiti, fu  costretto a cedere il Ducato di Tessennano a Papa Innocenzo X, responsabile della distruzione della città di Castro e del dissolversi del ducato stesso. La cittadina passò così alla Camera Apostolica fino all’annessione al Regno d’Italia.

La Porta Sud

Abbiamo continuato a muoverci nelle silenziose stradine che si dipartono dalla piazza fino ad arrivare al termine del paese, segnato dalla presenza di una porta. C’era vento, e i fiori del mio leggero vestito sembravano volersi liberare da quella stampa tiranna, che li teneva incollati alla stoffa, per poter svolazzare sulle antiche pietre.

Siamo giunti alla porta sud, oltrepassata la quale, ci si immette sulla provinciale. Tutt’intorno, un sapore antico, che non richiama lo splendore e i fasti delle dinastie che, seppur per breve, vi si sono succedute. Piuttosto, con i ricordi sono tornata alla mia infanzia, quando mi capitava di spostarmi per paesi e di notare quei particolarissimi magazzini, direttamente incastonati in grotte e chiusi con porte ottenute dall’assemblaggio di pezzi e materiali di recupero.

Una Madonnina ci guardava dall’alto della sua teca posizionata al di sopra di un masso in tufo, l’unica pietra che sembri esistere in questa zona.

In realtà, quei ruderi, un tempo, erano le mura della Chiesa della Madonna del Soccorso, identificata come una chiesa suburbana risalente  al VI secolo.

Poco distante, si trova la Cappella di San Liberato, uno dei luoghi eletti per la vita spirituale del paese, dato che al santo sono riconosciuti numerosi miracoli, tanto che diverse persone vi si recavano, in pellegrinaggio, anche dai paesi circostanti. Si sa, inoltre, che attorno al 1687, viveva nei pressi della cappella un eremita che portava il nome di Lorenzo Bertesso.

Una finestrella nel borgo

Siamo tornati indietro, spostandoci per la parte più antica del paese, quella che viene chiamata “il dentro” , chiusa tra la porta sud, che avevamo appena lasciato, e la porta nord, ornata dal particolare orologio bifronte, e che si oppone al “sodo”, ossia quella parte del paese sorta su di un terreno incolto e non dissodato.

Questa zona si sviluppò principalmente sotto i Farnese, i quali, per volere del Cardinale Alessandro, caldeggiarono il trasferimento di alcune famiglie di coloni dall’Umbria. Ciò accadde, come abbiamo già detto, anche nelle vicine Arlena di Castro e Piansano.

C’è un aneddoto che lega il cardinale alla popolazione, ovvero il modo in cui lui chiamava gli abitanti. Li chiamava “culdidies”, nome utilizzato anche da Innocenzo X, mentre, nei detti popolari, erano indicati come “tasci” perché vivevano “imbucati su pe’ quelle buche”, come i tassi.

Tornati sulla piazza principale, non abbiamo certo lesinato una visita  nella Chiesa di San Felice Martire, che è anche patrono del paese.

La Chiesa di San Felice Martire

Essa venne costruita alla fine del XVIII secolo, e si caratterizza sia per la pianta a forma ottagonale che per il porticato a sei colonne di colore bianco in chiaro stile neoclassico. Un altro elemento che la distingue è il timpano che pare sia stato realizzato per ricordare quello, più noto, del millenario Pantheon.

All’interno del tempio sacro si trovano diversi dipinti di Angelo Campanella, artista romano nato nella metà del ‘700. Nonostante egli non sia molto conosciuto, era uno degli incisori più attivi dell’Urbe.

Siamo saliti in macchina, e abbiamo lasciato quel piccolissimo gioiellino maremmano. Percorrendo la strada che ci stava riportando a casa, abbiamo notato le tante piantagioni di ulivi e i pascoli.

Le ruote della nostra macchina hanno risalito, per una volta ancora, la via che porta verso la strada dei giganti, verso quelle pale eoliche che da una parte deturpano il paesaggio incontaminato, e dall’altra affascinano per la loro imponenza.

Il vento continuava a soffiare sull’altopiano e, stavolta, i fiori, hanno deciso di volare via.

 

Fonte: viterbox

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