Eravamo al Teknival prima dell’incidente costato la vita a Gianluca Santiago: niente a che vedere con lo scenario da horror dei quotidiani italiani.

L’ormai famigerato “rave nel viterbese” – come lo chiamano i quotidiani nazionali, sui quali, complice la penuria di notizie ferragostane, si sta dimostrando in grado di scalare la classifica delle news – non è un rave, più precisamente è un Free Party o meglio ancora un Teknival, ovvero una sorta di festival dedicato alla musica Free Tekno, che fiorisce grazie al convergere in un punto preciso di una serie di crew, cioè di gruppi che portano con sé muri di casse, dj set, luci, teloni e proiettori per creare, ciascuno per conto suo, uno spazio in cui ballare, dotato di spiccata unicità.

Come è chiaro, ne basterebbe uno di questi sound per fare una serata – mentre in un Teknival come quello che si è appena concluso al confine tra le province di Viterbo e Grosseto ce ne sono decine. Lo so perché ci sono stato, la seconda notte. Prima del tragico incidente costato la vita al ventiquattrenne inglese Gianluca Santiago, affogato nel vicino – attenzione: vicino ma non incluso nel perimetro dove si stava svolgendo il Teknival, da lì anzi lo specchio d’acqua non si vede neppure – Lago di Mezzano.

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In ogni caso il vieto tam-tam giornalistico, fatto di prese di posizione perbeniste, ignoranza, interrogazioni parlamentari di Gasparri, ipocrisia e via benpensando era cominciato da subito, già da prima dell’incidente. Tra le diverse reazioni, mentre viaggiavo in macchina alla volta del Teknival, spiccavano le lamentele di una guida ambientale del Lago di Mezzano, che si disperava (come no) per non poter essere andata a lavoro a Ferragosto a causa del rave, che a suo dire avrebbe rovinato per sempre quella landa incontaminata. Questa storia della landa incontaminata era destinata a diventare una gag: eravamo su dei campi sperduti nel centro Italia – a chilometri da quel piccolo, fatale, laghetto – e premendo le suole sugli sterpi secchi che andavamo calpestando (alcuni dei quali, si intuiva in lontananza, parte di tenute coltivate: a proposito dell’ambiente incontaminato) avremmo di certo disturbato qualche orda di grilli, costretta a spostarsi per qualche giorno qualche decina di metri più in là.

Se per fare i party vengono scelti posti così remoti è infatti proprio per non dar fastidio a nessuno con il volume della musica, così come per rendere l’organizzazione possibile, al riparo da occhi indiscreti: in poche ore va montata una piccola città fatta di palchi, sound, punti ristoro, angoli relax, spot dedicati alla riduzione del danno e il tutto deve avvenire rapidamente, perché non appena la stampa locale si rende conto di ciò che sta succedendo comincerà ineluttabilmente a sparare titoli assurdi che in sostanza significano: siamo dei vecchi bigotti e vogliamo impedire a quei ragazzi di ballare su quel prato dimenticato da Dio. Perché in fin dei conti di questo si tratta.

Certo, quest’anno c’era in ballo anche la questione Covid, cioè quella che a me, mentre ero ancora in viaggio, pareva la situazione più critica per quanto concerne l’ordine pubblico: ebbene, una volta arrivato sul posto ho potuto constatare che gli spazi erano così vasti e i sound così numerosi che non si formavano quasi mai chissà che capannelli, e in ogni caso gli assembramenti non erano più fitti – anzi, lo erano di certo meno – di quelli che si creano di fronte al bar di qualsiasi stabilimento balneare.

Certo, un Teknival è anche simbolicamente uno spazio di libertà assoluta, un gesto puramente anarchico che urla alle istituzioni la voglia di prendersi una libertà che da molto tempo – i festival di musica elettronica sono fermi da due anni, tanto per fare un esempio – a molti è negata, costituiscono dunque un gesto dal forte significato politico; e le istituzioni soffrono a livello direi anche simbolico chi dimostra di sapersela prendere questa libertà (n.b. la libertà ballare in un campo), di cui in fondo non si capisce perché non si dovrebbe avere diritto.

Realizzare poi un Teknival così imponente – una vera e propria città di crew provenienti da tutta Europa, con muri di casse lunghe decine di metri – è un’affermazione in qualche misura trionfale per una sotto-cultura (anche se data la sua persistenza e le sue proporzioni in Europa negli ultimi decenni la definizione comincia ad andare stretta) come quella dei Free Party. E mentre la stampa nazionale continua a dipingere i “rave” come luoghi di perdizione, i raver continuano ad arrivare da tutto il continente, a migliaia. Come mai tutte queste persone sono attratte da quello che la stampa insiste a descrivere come un orrore indescrivibile?

Forse bisogna cominciare a fare i conti con la realtà: i Teknival sono eventi culturali di caratura internazionale, e anche se è forse impossibile paragonare il valore artistico di un singolo set anche solo con una canzone pop (nel senso che è complesso su una ampia serie di piani), è a mio avviso arrivato il momento di prendere in considerazione la possibilità che un Teknival come lo Space Travel 2, ovvero quello che si è appena concluso nel viterbese, non valga meno, a livello culturale, di una sonata di Debussy.

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Come considerare in questo contesto l’incidente costato la vita al giovane Gianluca Santiago? È una tragedia, ovviamente, così come è una tragedia il cinquantenne affogato negli stessi giorni nel Lago di Bolsena, e che niente aveva a che fare col Teknival (immagino che non abbiate letto quest’altra notizia, vero?; che si fa, aspettiamo che la Meloni faccia un’interrogazione parlamentare per “chiudere i laghi”?); così come sono una tragedia le morti al volante fuori dalle discoteche o dai concerti, con la piccola differenza che sono digerite molto meglio dalla stampa mainstream, avvenendo a corredo di attività legali; allo stesso modo sono tragiche le morti di chi fa alpinismo o di chi va in moto; di chi abusa di tabacco e alcol e via dicendo. L’unica differenza come vedete è assicurata dal livello di ipocrisia della lente con cui decidiamo di osservare tutti questi eventi.

Fonte: esquire

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