“Era il tipo di voce che le orecchie seguono come se ogni parola fosse un arrangiamento di note che non verrà mai più suonato” (Francis Scott Fitzgerald; scrittore e sceneggiatore USA)

“La nostra vita mentale è frutto di co-creazione, di un dialogo continuo con le menti degli altri, che costituisce la nostra matrice intersoggettiva” (Daniel Stern; psichiatra USA).

Per comprendere l’arte di Diego De Nadai meglio partire dalla fisica. Esattamente dal fenomeno della “risonanza”. Avete presente il celebre esperimento dei due diapason? Se con un martelletto colpite un diapason questo emetterà la sua nota caratteristica ma le onde sonore spandendosi intorno raggiungeranno anche il secondo diapason il quale risponderà entrando a sua volta in vibrazione, riproducendo quella nota. Tutto il nostro habitat acustico è fatto di risonanze.

Anche quella emozionale può essere interpretata come un’interazione di risonanza e intorno alla metà degli anni ’90, proprio da un team di neuroscienziati italiani, sono state scoperte le basi neurofisiologiche delle nostre interazioni motorie ed emozionali: i famosi “neuroni-specchio”, neuroni specializzati che si attivano sia quando facciamo direttamente un’esperienza motoria o emozionale sia quando vediamo altri fare quella medesima esperienza. Nel 2004 la neuroscienziata sociale tedesca Tania Singer ha confermato le basi neurofisiologiche dell’empatia e persino identificato le aree cerebrali “specchio” che si attivano quando sperimentiamo direttamente uno stato emozionale o quando diventiamo coscienti di altri che sperimentano quel medesimo stato.

Quanto comunemente chiamiamo compassione ed empatia viene da lì.
Tutti siamo attori sociali e tutti normalmente manipoliamo ritmo, pause, cadenze, intonazioni, volume etc. della voce per rendere più efficace la comunicazione, caratterizzare meglio il nostro profilo soggettivo e, non di rado, per stabilire gerarchie sociali.

Diego De Nadai, nel suo lungo tirocinio nell’arte della recitazione ha innalzato questa diffusa competenza di base che abbiamo tutti a disciplina espressiva in un modo non molto diverso da come Michelangelo e Bernini hanno fatto delle capacità di lavoro della mano prensile un prodigioso strumento dell’arte.
Il risultato è che De Nadai è pervenuto alla decodifica della sintassi trans-semantica della voce umana, il codice che corre parallelo a quello dei significati delle parole e che interferisce con il nostro sistema emozionale e sa impiegare questa sintassi per far affiorare ed ossigenare stati della coscienza sommersi nelle profondità nascoste della nostra quotidiana ripetitività.
Ma De Nadai fa anche altro; lui si definisce “donatore di voce” e con la lettura distilla dalla nuda catena verbale di un testo un flusso di dense immagini sonore che ingaggiano l’ascoltatore in un lieve ma coinvolgente partenariato emozionale.
Queste le ragioni per le quali l’arte di Diego De Nadai non è comunicazione ma interazione e le emozioni non sono le seduzioni dell’essere ma stati della coscienza.

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