“[…] a chi parta dall’esame degli autori precedenti, la lingua di Dante appare quasi un miracolo inconcepibile.” – non aveva dubbi Erich Auerbach, uno dei più importanti autori della filologia tedesca, quando scriveva del Sommo Poeta nella sua leggendaria opera Mimesis, Il realismo nella letteratura occidentale.

Partendo dalle fondamenta culturali greche di Omero e transitando per alcune delle opere letterarie che hanno inciso significativamente sul modo di narrare e di riflettere sulle cose del mondo, lo studioso arrivò infatti, nella prima metà del XX secolo, a dedicare un intero capitolo a Dante Alighieri. Dedica che, in realtà, non si fermò alla sola opera citata, ma anche a molti altri saggi e documenti.

Ma questo amore culturale incondizionato non era certo dato da impulsi inconsci o privo di riflessioni profonde.
Il poema di Dante veniva, innanzitutto, considerato dal tedesco come primo vero grande unificatore dello stile di scrittura “semplice” e “sublime” (Sacrae Scripturae sermo humilis).

“Egli vede inoltre in Dante il primo autore che, alla fine del Medioevo cristiano, anticipa un elemento che egli ritiene una costante della moderna cultura europea, ovvero la centralità della persona umana frutto della convinzione che la sorte personale dell’uomo sia necessariamente tragica e rivelatrice della sua connessione con l’universale. Secondo Auerbach, Dante ritrovò nell’uomo quella unità di spirito e corpo, di realtà individuale e realtà storica, che avrebbe caratterizzato la coscienza moderna dell’Occidente.”

E’ peraltro ritenuto come uno scrittore che “con la sua lingua ha riscoperto il mondo“, senza alcuna base solida, nel passato precedente, che riuscisse a giustificare un tale colpo di genio.

Ha anche reso sublime e lodevole, per la prima volta, la rappresentazione esatta e schietta del quotidiano, ribaltando le gerarchie.

Ciò con cui comunque è opportuno concludere questa breve parentesi è la pagina citata all’inizio, poiché in grado, da sé, di esprimere l’ammirazione complessiva più di quanto non si possa fare commentando e analizzando il pensiero di Auerbach:

I lettori di questa mia analisi che non abbiano molta confidenza con le letterature medievali nelle lingue volgari, forse si meraviglieranno che qui io dia tanto rilievo e che esalti come qualcosa di straordinario strutture sintattiche che oggi sono usate con tutta facilità da qualunque scrittore di qualche talento, ma a chi parta dall’esame degli autori precedenti, la lingua di Dante appare quasi un miracolo inconcepibile. Di fronte a tutti gli altri scrittori precedenti, fra i quali furono tuttavia grandi poeti, la sua espressione possiede una tale ricchezza, concretezza, forza e duttilità, egli conosce e impiega un numero talmente superiore di forme, afferra le più diverse apparenza e sostanze con piglio tanto più saldo e sicuro, che si arriva alla convinzione che quest’uomo abbia con la sua lingua riscoperto il mondo. Spesso si crede d’aver trovato dove egli abbia attinto questa o quella espressione, e invece le fonti sono tante, egli le accoglie e le impiega in un modo tanto esatto, originario, e pur così suo proprio, che tale ritrovamento non fa che aumentare l’ammirazione per la potenza del suo genio linguistico. In un testo come il nostro [si riferisce al Canto X Inferno, e in generale a tutta la Commedia] ci si può imbattere dovunque in qualche cosa di stupefacente, in qualche cosa che nelle letterature volgari era rimasto fino allora inesprimibile.”

 

By Simone Chiani

Nato nel 1997. Viterbo. Diplomato al Liceo Psicopedagogico e laureato in Lettere Moderne. Autore dei libri Evasione (Settecittà, 2018) e Impronte (Ensemble, 2020).

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