Avevo 13 anni quando scavavo a mani nude per aiutare chi aveva più bisogno di me

Avevo fame e nel pane ci trovavo di tutto anche la saggina.

Io avevo 13 anni quando cercavo di aiutare chi aveva più bisogno di me, ma non ero il solo, potrei fare il nome dei fratelli Salani, dei fratelli Balestra, eravamo in tanti. Ora non saprei dire se eravamo incoscienti o coraggiosi, forse c’eravamo abituati a convivere con la paura e cercavamo di reagire e collaborare come meglio potevamo.

Ho sempre cercato di dare un aiuto al mio prossimo, tanto che poi sono andato in ospedale a portare il mio contributo come infermiere a chi soffriva. Tempi terribili, quando la sofferenza e la fame erano la nostra compagnia. Avevamo una tessera annonaria che aveva una validità di due mesi, c’era una tessera per il pane, una per la pasta, un’altra per i vestiti, e così via.

Ci si prenotava presso un determinato negozio,  qui il negoziante metteva il timbro su quel genere prenotato, che, a sua volta  aveva ordinato dietro prenotazione, presso l’ufficio annonario e l’ammasso. Poi nel giorno stabilito, ci veniva consegnato, se però c’era a sufficienza  per tutti. Avevamo diritto a due etti di pane al giorno, ma era un pane dove dentro ci si trovava di tutto, pezzi di patate, semi di saggina, qualsiasi cosa si potesse impastare veniva messa in mezzo, poi, per ritirare quello che avevamo prenotato, dovevamo metterci in fila, e non solo per il pane, ma anche per il sapone, per  le aringhe che non si trovavano più, per tutto. Indimenticabili quelle estenuanti, interminabili file da fare.

Ci alzavamo prestissimo, a volte alle 2 o alle 3 del mattino,  quando era ancora buio, e iniziavamo a metterci in coda aspettando l’apertura del negozio, (che avveniva intorno alle 8 del mattino). Speravamo di poter essere tra i primi, e di trovare quanto avevamo ordinato, quando finalmente veniva fatta la distribuzione.

I vestiti non c’erano più, le scarpe ugualmente, io non ho vergogna a dirlo, ma una volta le scarpe le ho sfilate a un morto. Eravamo in molti a fare questo, chi non aveva più le scarpe, era costretto a farlo, avevamo tanto freddo. Più passavano i giorni, più crescevano i disagi. Non si trovava più niente, né pane, né farina, non c’era più nulla; andavamo nelle campagne a rubare qualche patata, e raccoglievamo qualsiasi cosa potesse essere commestibile, la fame era tanta, chi aveva la fortuna di conoscere qualche contadino, poteva sperare di rimediare un po’ di latte, anche se non spesso.

Non si trovava più niente da mangiare, l’olio era  artificiale, il caffè con la cicoria o con le ghiande.

Ci inventammo l’olio artificiale, mettendo a bagno i semi di lino nell’acqua per due giorni, poi questo miscuglio diventava una specie di gelatina che usavamo come olio.

Man mano che Francesco racconta, l’emozione si fa sentire forte, io, Maurizio, e sua figlia Arianna, intenta alla cinepresa, avevamo tutti gli occhi pieni di lacrime, e forse per spezzare questa atmosfera carica di dolore che si era creata, gli domando se il caffè lo avessero.

No! Esclama sbalordito, di certo non si aspettava una domanda così sciocca, ma servì a farlo distogliere. Il caffè non c’era, alcune persone fortunate lo facevano con l’orzo, altrimenti si faceva con la cicoria, che si andava a cercare in campagna. Dopo raccolta, si metteva a seccare, poi si tritava e ci si faceva il “caffè”.

Si usavano anche le bucce d’arancio che venivano bruscate, oppure le ghiande della quercia, o del cerro che era migliore, anche queste prima bruscate, poi tritate e messe nella macchinetta a stantuffo. Tanto per capirci quella napoletana, che quando l’acqua bolliva veniva capovolta. Oppure si prendeva un secchietto con dentro l’acqua, si metteva sul fuoco, e come alzava il bollore, ci si versava un cucchiaino  di queste miscele; dopo qualche minuto si spegneva, e si aggiungeva la scorza dell’arancio, per rendere questo caffè più accettabile.

Lo si beveva senza zucchero, perché non c’era. Gli chiedo se avesse mai conosciuto il caffè Franck.

Io personalmente non conosco questa miscela, però so che esisteva, si comprava da Capoccetti che aveva il negozio di dolciumi in via Cavour, anche questo tipo di caffè veniva messo a bagno, poi chi possedeva la caffettiera lo preparava con essa, altrimenti in un pentolino.

Il racconto del caffè ha fatto riprendere Francesco, e seppure per un attimo, l’ha distolto dai dolorosi ricordi.

Tratto dal libro: 17 GENNAIO 1944

Di Rosanna De Marchi

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