Meglio un morto vivo che un vivo morto.

Ho avuto modo di leggere alcuni racconti di Matteo Bertolotti; “In morte di Lenoire” è certamente quello che ho apprezzato di più.

E’ stato commovente osservare la vita dal punto di vista di una persona comune, svegliatasi oltre la soglia del cadaverico, che tenta fanciullescamente di fingersi (solo a se stesso, in effetti) ancora vivo. Tanto più che nessuno attorno a lui sembrava essersene accorto.

E’ curioso come l’autore di un libro simile, quando gli chiesi per quale assurdo motivo volesse accettare un mio articolo riguardante la sua opera, rispose bizzarramente “Perché voglio che sia conosciuto, così tutti lo comprano!”.

Curiosa non è la risposta, ma il suo solito sorrisetto sbeffeggiante e auto-ironico. Almeno così a me è sembrato, se è vero che lo conosco quel tanto che basta: “Che importa del perché ne voglio la recensione? I morti, che sanno di essere morti, non sono forse liberi di fingersi vanagloriosi quel tanto che basta da poter ridere allegramente di se stessi?”; questo è quello che ho pensato del significato che lui dava alle sue stesse parole.

Tant’è che nel racconto non mancano le scene comiche e tragicomiche che solo ad un ingenuo cadavere in erba possono capitare, scene che hanno la stessa qualità dei momenti più profondi e commoventi.

“Che idiozia. Che senso ha l’irrigidirsi così? Mi sembra insensato. Non è possibile che, una volta morti, bisogni necessariamente rinunciare a vivere la vita come la si conosce”. Questa una delle frasi di inizio libro che appare divertente agli occhi del lettore, finché egli stesso non procede a leggere di tutto l’inevitabile deterioramento del cadavere di Lenoire; una sublime decadenza, tanto dalla prospettiva materiale quanto da quella percettiva e temporale, che sembra portare lo stesso lettore in un sentimento onirico che a forza lo catapulta nell’essere egli stesso “il cadavere”.

Così Lenoire, pur nelle sue condizioni di morto senz’anima, ma con fin troppi ricordi sconnessi, sentiva l’ardente impulso di osservare il mondo fuori. E così la sua kafkiana avventura avanza, in un processo di disidentificazione crescente, di consapevole deterioramento della propria carne, incontrando vari personaggi non meno affascinanti (assolutamente memorabile l’incontro col “potentissimo” sovrano senzatetto alla scalinata della chiesa). E così, in una sfracellante immersione nell’assurdo, lo sventurato impiegato postale ritrova se stesso nella sua più totale dispersione.

“Jean sembrava essersi scordato del suo piede mancante ma, dopotutto, una nuova scoperta aveva attirato la sua curiosità.

Il sole, per qualche motivo a lui oscuro, era esploso in miliardi di piccoli puntini luminosi lasciando, sospesa immobile, la sua vecchia corazza argentata.

Il cielo ora, nonostante la luce dei brandelli stellari, appariva completamente nero, ma Lenoire sapeva che se solo fosse riuscito a raggruppare tutte quelle piccole fiammelle l’azzurro sarebbe ricomparso perché, allora, il buio sarebbe stato sconfitto e il cielo non avrebbe più avuto motivi per essere triste.”

Al simile sentimento di un miserabile cadavere non è possibile aggiungere altro.

Autore del libro:

Matteo Bertolotti, nato a Roma il 7 Aprile 1999.

Performer, scrittore e membro del team “La Città News”

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