Ad Arlena di Castro, se parti dal capoluogo, devi andarci apposta. Non è sulle maggiori vie di comunicazione, e la strada che la attraversa non è vista neanche come una possibile scorciatoia per raggiungere uno dei tanti comuni che la attorniano.

La SP 14, detta anche Caninese, parte dalla vicina Tuscania e giunge a Canino, come suggerisce la sua denominazione.

Già al suo esordio, si capisce che condurrà verso luoghi che, all’occhio di chi abita in una città, anche se di scarse dimensioni, appaiono sperduti e senza vita.

E’ lapalissiano affermare il contrario. Probabilmente, chi vive in un piccolo centro sviluppa un attaccamento maggiore rispetto a quello di chi nasce in una città. Le opportunità non sono pari, e chi sceglie di restare lo fa perché ne è convinto.

Arrivati a Tuscania, ci si sposta in direzione nord ovest, superando una delle gelaterie più rinomate e frequentate del provincia. Poche centinaia di metri dopo, la striscia d’asfalto sulla quale, stavolta, ci siamo mossi in automobile, si insinua disegnando delle svolte a volte dolci a volte decise nella campagna maremmana.

Dritte strade in terra battuta si dipartono verso i campi. A seguito di una curva abbiamo notato una grande impianto fotovoltaico, che interrompe la poesia decantata dal territorio.

Che poi, questo, dovrebbe esser a difesa del territorio stesso, producendo quella che viene riconosciuta come “energia pulita”.

Tra l’oro dei campi, interrotto da esili staccionate, e il verde brillante di alberi e arbusti, siamo giunti tra piccole tagliate in tufo sovrastate dalla vegetazione.

La campagna attorno ad Arlena di Castro

Una delle ultime curve, è rivelatrice: di lì, il panorama della regina solitaria, Arlena di Castro, si manifesta.

A metà degli anni ’90 la scoprii. Non c’ero mai stata e la conoscevo soltanto per averla sentita nominare qualche volta. Invece, divenne la mia sede lavorativa per un anno, lo stesso anno in cui mi recavo anche a Cellere.

Non era comodo arrivarci, specie quando dovevo condividere la mattinata con l’altra scuola. Per noi insegnanti, “l’interplesso” è sempre stato uno spauracchio con cui, però, abbiamo dovuto spesso fare i conti.

Io, come sempre, imparai ad abituarmi e a considerarlo un valore aggiunto al mio lavoro. Incurante della spesa per il carburante, del resto non sono mai stata una persona attaccata al denaro, non ho mai disdegnato riservare parte della giornata di lavoro al viaggio.

Era incredibile il numero dei comuni che attraversavo…

All’epoca vivevo a Vitorchiano, quindi le ruote della mia macchina solcavano il territorio di Viterbo, Tuscania, Arlena di Castro, Tessennano, Canino, Cellere, e poi, al ritorno,Valentano, Capodimonte, Marta, di nuovo Viterbo e Vitorchiano. Mi spostavo tra campagne, valli, cittadine d’arte e un bellissimo lago.

Di frequente lo sguardo era distratto e la mente proiettata alla lezione da svolgere o a quella appena svolta.

La ex scuola di Arlena di Castro

Stavolta, invece, ho cercato di non lasciarmi sfuggire nulla, e di notare ogni possibile particolare.

Una scritta metallica a caratteri cubitali, appoggiata su una collinetta al di sotto del paese, accoglie i visitatori.

“Arlena di Castro” un nome composto che contiene le due diverse origini del borgo.

Secondo una versione, difatti, Arlena, sembra sia la conseguenza dell’insediamento di diverse famiglie nobiliari provenienti da Allerona, comune facente parte dell’odierna provincia di Terni, che occuparono il paese nel 1573 per desiderio del Cardinale Alessandro Farnese, nipote di Papa Paolo III. Ad esse furono concessi terreni e praticate esenzioni fiscali.

Il “di Castro” lo si deduce facilmente, rifacendosi al ducato che tra il XVI e il XVII secolo, occupava le terre che si estendevano dal Lago di Bolsena fino al Mar Tirreno ed era sottoposto alla casata dei Farnese.

In realtà, la storia del borgo che abbiamo scelto di visitare in una caldissima mattina d’estate, parte da più lontano, dall’epoca in cui la civiltà in cui fondiamo le nostre radici, iniziò ad assumere un certo rilievo.

Nacque sulle rovine di quello che fu un insediamento etrusco, Contenebra, che venne distrutto dall’esercito romano mentre avanzava alla conquista della Tuscia.

Coloro che sopravvissero, fondarono non una, ma due nuove città: Arlena e Civitella di Arlena. Durante il medioevo la popolazione si concentrò nell’attuale borgo e di questo ne sono testimonianza le rovine del castello, che costituisce uno dei pochi elementi storici del paese.

Queste sono collocate sulla cima del colle Civitella, a circa 340 metri slm. Sembra che in epoca medioevale, per ragioni ancora oggi ignote, gli abitanti del borgo vi si rifugiarono abbandonando le proprie dimore nell’abitato poco distante.

Della fortificazione resta ben poco, sebbene sia possibile tracciarne l’intero perimetro e individuare i resti di una torre che si eleva per circa quattro metri. Inoltre, sono stati rinvenuti frammenti di ceramiche medioevali e pezzi di tegole, che parrebbero  risalire al XV secolo.

Ma di Arlena, se ne iniziò a parlare nell’823. Un’antica pergamena  indica infatti un certo Walperto di Rofano il quale concesse al Monastero di San Salvatore dei terreni siti tra Tuscania e Viterbo.

E di “Arnena”, che sta per Arlena, nel 1258 ne discute in una bolla anche papa Alessandro IV (uno dei pontefici sepolti a Viterbo). L’argomento è la soppressione del Monastero di San Giuliano e la successiva espropriazione di beni e tesori. Tra questi rientravano le terre vicine ad Arlena.

Dopo le vicende non note che determinarono lo spopolamento del borgo,  la   fuga della cittadinanza verso il castello di Civitella, e il successivo ripopolamento per merito delle famiglie di Allerona, nel 1537 la cittadina passò tra i possedimenti del Ducato di Castro e, quando questo venne smembrato, andò in mano al Conte Alessandro Cardelli, per concessione di Papa Pio VI, che lo vendette poi al polacco  Principe Poniatowski.

Una delle vie del centro

Avevamo parcheggiato la nostra autovettura in piazza, di fronte a quella che, un tempo, era la scuola. Mi sono venute in mente le pause pranzo, quando i ragazzi, una volta a settimana, tornavano a casa e rientravano dopo un paio d’ore. Dopo aver mangiato un panino in compagnia di colleghe che venivano da fuori come me, salivo al piano superiore e mi affacciavo alla finestra, per catturare il segnale del cellulare e chiamare a casa. Da quel punto osservavo la meraviglia di quel paesaggio bucolico, le dolci colline verdeggianti e i cespugli rotondi appena sotto alle finestre della scuola. Oggi è chiusa, è divenuta la sede di una casa di riposo. Abbiamo percorso la lunga e diritta via centrale, spostandoci, di tanto in tanto verso i vicoli laterali.

Dal lato sinistro del paese, si gode una splendida vista sulla campagna silenziosa, la cui quiete è interrotta poco frequentemente dalle non numerose automobili che giungono o attraversano l’abitato.

Mi sono appoggiata al muro e mi sono seduta con il verde alle spalle che faceva da cornice e si intonava al mio abito, e mi sono fatta scattare una foto, per immortalare la poesia della Maremma Laziale.

La strada che giunge al borgo, lo divide a metà. Sul lato destro, una staccionata ed alcune impalcature delimitano l’ingresso alla Chiesa di San Giovanni Battista.

La Chiesa di San Giovanni Battista

Il complesso ecclesiastico, che comprende l’Oratorio del Santo Sepolcro, fu eretto nella seconda metà del ‘500. La chiesa, nel corso dei secoli è stata rivista e la copertura lignea dell’unica navata è il frutto di un rifacimento avvenuto circa due secoli dopo la sua costruzione. Al suo interno, vi sono tre altari. Il maggiore è dedicato al patrono del paese, San Giovanni Battista, mentre i laterali sono intitolati alla Madonna del Rosario e alle Anime Sante del Purgatorio. Ognuno di questi altari, è impreziosito da tele che raffigurano San Giovanni Battista, la Madonna del Rosario e la Trinità con la Vergine e le Anime Sante del Purgatorio.

L’oratorio, cui si accede tramite un ingresso indipendente, è composto da due ambienti comunicanti. Sono presenti, difatti, una cappella affrescata e un vestibolo di accesso in cui è conservata una pregiata tavola lignea cinquecentesca dipinta su ambo i lati. L’uno imprime l’immagine dell’Immacolata Concezione, mentre nell’altro si trova quella di San Rocco, il co-patrono di Arlena. Questa tavola rappresentava anche l’antica macchina che veniva portata in processione per le vie del borgo in occasione delle festività agostane.

Accanto alla chiesa un antico orologio, posto sulla canonica torre, scandisce il tempo.

E  ne deve esser passato parecchio da quando venne eretto, nella via che si diparte proprio dalla chiesa, il palazzo più importante del piccolo paese della Tuscia.

La costruzione di Palazzo Guidolotti, difatti, appartiene al piano di riordino attuato dal Cardinal Alessandro Farnese allo scadere del XVI secolo. L’edificio, appare oggi rimaneggiato in maniera pesante. Si sviluppa su due piani  e un sottotetto e  in origine godeva di  tre grandi aperture al piano terreno, con un ingresso centrale ornato da archi. Nella parte superiore sono ancora visibili tre oculi ovali attorniati da una cornice stuccata.

Anche la facciata presentava degli stucchi. Le sale al piano nobile erano decorate con affreschi che riproducevano scene pastorali e nudi femminili.

In passato, il palazzo è stato sede dell’amministrazione comunale.

Siamo andati alla ricerca della parte antica, ci siamo addentrati in quella che ci sembrava la parte più vecchia del paese, che guarda al mare e ai Monti della Tolfa. Abbiamo trovato palazzetti di costruzione recente in cui nulla faceva pensare ai secoli passati. Probabilmente erano il frutto della ricostruzione o della ristrutturazione posteriore al terremoto che, il 6 febbraio di 50 anni fa, sconvolse la zona circostante alla vicina Tuscania e, di conseguenza, Arlena di Castro.

La Chiesa di San Rocco

Abbiamo così deciso di risalire la via e tornare verso la piazza in cui sostava la nostra automobile. Sullo sfondo, abbiamo notato, solitaria, nonostante vi siano state costruite delle case non troppo lontane,  la bella Chiesa di San Rocco, risalente al ‘400. Per come è stata congeniata, sembrerebbe essere stata una chiesetta agreste.

La struttura è costituita da blocchetti in tufo e a essa è addossato un ulteriore edificio che, un tempo, veniva utilizzato come lazzaretto. L’architettura esterna è molto semplice ed è presente un piccolo campanile a vela. All’interno di una nicchia spicca la statua del santo cui è intitolata la chiesa e tre affreschi seicenteschi. Pensavamo di aver visto tutto, in realtà ci mancavano ancora le necropoli etrusche presenti sulla strada che porta a Canino.

Abbiamo preferito lasciarle per un altro giro, quello che ci avrebbe condotto verso una delle perle di Maremma.

Ci siamo diretti in direzione Piansano, attraversando quell’altopiano visibile da buona parte della provincia che ospita decine di pale eoliche. In quel punto, spira sempre un forte vento.

I campi verso Piansano

Lungo la strada, abbiamo accostato e siamo scesi dalla macchina. Mi sono mossa per i campi, lasciando che l’aria mi sconvolgesse quei capelli che amo tenere lisci e ordinati. Avevo le scarpe aperte, e alcune pagliuzze si sono infilate con prepotenza tra la suola e il piede, provocando qualche lieve fastidio. Ho percorso qualche decina di metri, ora baciata dal sole, ora schiaffeggiata dal vento.

Ho guardato in direzione Viterbo, e ho trovato la mia città dolcemente adagiata alle pendici dei Monti Cimini. Sullo sfondo, la cima rivolta verso ovest della Palanzana, che sembra guardare al mare. Mi è sembrata così lontana, così distante da quel luogo solitario e quasi lunare…

Fonte: viterbox

 

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