Sono passati poco più di nove anni. Era una giornata grigia e calda, non tipicamente primaverile. Ricordo un bel casale, arredato con gusto, tavoli apparecchiati in maniera raffinata e una grande vetrata da cui si ammirava il prato all’inglese.

Eravamo arrivati in tardissima mattinata, passando per un lungo viale sterrato, dopo esser discesi, di circa 3 chilometri, dall’adorata Cellere.

Mia cugina aveva scelto quella bellissima location per festeggiare la Comunione della sua prima figlia.

I ragazzi erano ancora tutti piuttosto piccoli, e passarono ore a giocare sull’erba umida, con i piedi rigorosamente scalzi.

Fino a quel momento non conoscevo il borgo di Pianiano, tantomeno il poco distante Casale Bonaparte, elegante struttura di ricezione che, un tempo, fu residenza di Luciano Bonaparte, fratello minore del ben più celebre condottiero Napoleone.

Il casale, edificato nei primi anni del ‘600, e ne è conferma il ritrovamento di alcune tegole originali, dal 1810 fu una delle dimore del futuro principe Luciano che, costretto all’esilio dal potente fratello, trascorse gran parte della sua vita in queste terre.

Finita la festa, mancammo l’occasione di visitare il caratteristico borgo e, sopraffatti dalla stanchezza, ce ne tornammo a casa.

Una visita approfondita, però, abbiamo poi avuto modo di effettuarla durante uno dei nostri giri in moto in terra di Maremma.

Primo pomeriggio. Temperatura elevata e sole a picco. Un’insegna metallica, posta davanti a un magazzino in tufo, ci ha segnalato che eravamo giunti a destinazione.

Abbiamo lasciato la moto al di sotto di un grande albero, la cui folta chioma ci ha offerto un po’ di refrigerio. È vano affermarlo, ma dal piccolo borgo non proveniva alcun rumore, se non il canto delle cicale. Ci siamo seduti sul muretto che delimita la via d’accesso a quella miniatura che stavamo per visitare, e abbiamo scattato qualche foto alla porta d’ingresso. In maniera sommessa e silenziosa, come era necessario che fosse, ci siamo avvicinati.

Porta d’ingresso al borgo di Pianiano

L’antico castello, ossia l’attuale borgo, aveva un unico punto di accesso, che corrisponde a quella che noi oggi identifichiamo  con la porta d’ingresso. Il varco godeva di un complesso sistema di difesa, articolato in più porte, di cui restano delle tracce sulle mura.

All’interno delle stesse vivono attualmente poco più di una decina di persone, e questo dato ne fa una delle frazioni, se non la frazione meno popolata della provincia di Viterbo. In ogni caso, l’attenzione che gli abitanti pongono ai vicoli e alle piazzette, la rende una delicata bomboniera della quale è complicato immaginarne la storia.

Ci siamo dovuti spingere verso il fondo del paese, laddove la perfezione sembra scemare, per immaginare  quanti episodi abbiamo da raccontare quelle pietre color ocra.

Porta sud

Pianiano è un borgo dalle fattezze tipicamente etrusche e arroccato su uno sperone tufaceo attorniato da fossati che scorrono lungo il suo profilo. In epoca medioevale fu racchiuso da una possente cinta muraria che si è in parte conservata fino al giorno d’oggi.

Facendo un passo indietro di diversi secoli, e volendo ricercare le sue origini, abbiamo incontrato la figura della Principessa etrusca Rasenna, della quale si dice sia dispersa sotto il tufo la sua monumentale tomba.

Sulla toponomastica, invece, si sono fatte diverse ipotesi, e tra queste che la sua denominazione che derivi dal latino Planium Dianae,  forte della consacrazione alla Dea della caccia e dei boschi; il territorio era difatti costituito dalla boscaglia.

Un’altra teoria lo vorrebbe provenire da un’altra Diana,  una principessa stavolta guerriera, la quale si mosse seguendo un richiamo sovrannaturale che la condusse fino alla valle del fiume Fiora, in cui si trovavano delle tombe etrusche che lei fece poi trasportare fino alla chiesetta del castello.

I fatti che segnarono Pianiano sono assimilabili a quelli del comune di cui fa parte, Cellere. Sono del 1214 le prime notizie che lo coinvolgono e lo danno come sottomesso alla città di Viterbo, per poi passare, nel 1270, sotto il dominio della non troppo distante Tuscania, all’epoca Toscanella.

Successivamente divenne feudo della Famiglia Orsini di Pitigliano, che lo diede come dote alla discendete Girolama, divenuta poi la consorte di Pierluigi Farnese, figlio illegittimo di Papa Paolo III, nato nella vicina Canino, e di Silvia Ruffini, dalla quale il pontefice ebbe altri due figli, Costanza e Ranuccio.

Con l’atto di nozze, il castello entrò a far parte dei beni della Dinastia Farnese, cui la Orsini si unì, prima e del Ducato di Castro, costituito nel 1537, poi.

Le condizioni del piccolo abitato furono prospere per un breve periodo, dato che nel XVII secolo un’epidemia di malaria, causata dagli acquitrini presenti nei dintorni,  lo rese un paese fantasma.

Da quel momento, del castello, non si ebbero più notizie. Nel 1729 Pianiano entrò a far parte della Comunità di Cellere. Ma fu nella metà del ‘700 che, per opera di Benedetto XIV, si ripopolò. Papa Lambertini, il cui pontificato viene considerato uno dei più incisivi della storia della Chiesa, fece sì che 212 persone provenienti da Scutari, nell’Albania ottomana, e dall’attuale Montenegro, trovassero rifugio a Pianiano.

Ciò che si presentò loro, era una cittadina colma di edifici diroccati, segnata dallo scorrere del tempo e dagli eventi atmosferici che non lo risparmiarono. La natura, come sempre accade, aveva nuovamente preso possesso di ciò che le era stato sottratto dall’urbanizzazione, avvenuta in tempi molto lontani.

La vegetazione e la boscaglia, avevano invaso le strade e si erano insinuate tra le rovine di quello che, un tempo, era stato un piccolo gioiello.

I nuovi arrivati, non stettero a guardare e, in pochi anni, ristrutturarono ogni costruzione e disboscarono le terre adiacenti.

Questo fu l’inizio della sua trasformazione da selva ad ambiente agricolo, che vide il suo perfezionamento con l’opera dell’Ente Maremma, terminata negli anni ’50 del secolo scorso.

Scorcio di Pianiano

Abbiamo vagato per il borgo, e siamo rimasti felicemente affascinati dall’ accuratezza con cui i residenti, o i semplici proprietari degli stabili, usano per rendere quel paese dalle fattezze lillipuziane un giardino sempre fiorito, in cui una piccola colonia felina si muove con disinvoltura e senza timori. Le immagini che ci ha restituito, mostrano i colori sgargianti di fiori nel pieno del vigore e della freschezza. L’ordine e  la pulizia delle strade le rendeva quasi uno specchio su cui i raggi del sole non temevano di riflettersi.

Molte delle imposte erano chiuse, probabilmente la calura del pomeriggio estivo non era gradita da coloro che occupavano quelle belle abitazioni.

Superata la via principale, ci siamo ritrovati al centro di una piazzetta. Sul lato destro, una costruzione presentava una facciata completamente ricoperta di edera. Dopo esser passati al di sotto di un arco, ci siamo trovati di fronte a quella che doveva essere una delle due porte d’accesso. Un tempo questa, posta a sud, e quella opposta, collocata naturalmente a nord, garantivano la sicurezza del castello.

Usciti dalla porta, eravamo di fronte allo spettacolo con cui la natura ci delizia.

Vista della valle

La selva, che un tempo abbondava, ha lasciato  spazio ai campi coltivati e alle distese di ulivi, viti e ora anche tanti noccioli. Abbiamo percorso la piccola strada sterrata da cui si ammira la maestosità delle mura. Poco più in basso, un recinto delimitava una piccola aia in cui era alloggiato qualche capo di bestiame.

Siamo ritornati indietro senza addentrarci  nella campagna sottostante, nonostante sarebbe stata un’ottima occasione per uscire, una volta ancora, dal tempo.

Abbiamo incontrato alcuni dei pochi abitanti che godono della sua quiete, ci hanno sorriso e indicato una bottega in cui erano in mostra libri dedicati alla storia di quel borgo, noto anche per aver dato i natali al brigante più celebre di Maremma,  Domenico Tiburzi.

Nato il 28 maggio del 1836 da Nicola e Lucia Attili, gente di  umili origini, poveri come la quasi totalità dei loro compaesani, ebbe un’adolescenza piuttosto normale, sebbene l’istinto di sopravvivenza lo condusse a compiere piccoli furti, tanto che a 16 anni era già nella lista dei ricercati. Dal carattere irascibile e piuttosto violento, venne coinvolto anche in alcune risse. Si sposò ed ebbe due figli, ma la moglie Veronica dell’Aia lo lasciò prematuramente vedovo.

Poco più che trentenne, si stabilì in una stanza al piano terreno del vecchio castello di Farnese, con le sue poche cose. Tra i suoi mezzi di sostentamento, vi erano alcune pecore malnutrite. Si sa  che portare le pecore al pascolo, in terreni altrui, non era una pratica legale, così come cacciare la selvaggina da destinare a un nutrimento fatto esclusivamente di zuppa di verdure e di pan bagnato.

Tiburzi, così, ebbe ancor più motivi per evadere la legalità. Un fatto segnò una svolta decisiva  nella sua esistenza: l’omicidio di Angelo del Buono, guardiano delle terre del Marchese Guglielmi, cui il Domenichino inferse due colpi di fucile dopo aver ricevuto una multa da lui ritenuta ingiusta.

La colpa del futuro brigante, detto anche il Re del Lamone, questo il nome della selva che si estende in quel territorio, fu quella di aver sottratto dagli ampi campi del marchese un po’ di foraggio che sarebbe servito a sfamare le sue bestiole.

Di lì, la “carriera” del brigante si arricchì di una serie di azioni che gli diedero la fama di cui gode ancora oggi.

Venne ucciso nel 1896 a Capalbio, dopo 24 anni di latitanza, dal Capitano Michele Giacari. Conquistò, come ho già sottolineato nei precedenti racconti, una fama positiva per il suo senso della giustizia, divenendo, così, “il brigante buono”.

Una volta ucciso, venne legato ad un albero e esposto alle genti. Il parroco di Capalbio, si rifiutò di officiarne il rito funebre, mentre la comunità capalbiese gli si ribellò. Gli abitanti del paese toscano ritenevano che il Tiburzi, si fosse prodigato molto per la loro causa.

Venne trovata una soluzione decisamente bizzarra: fu posto in una fossa senza targhe, croci o segni distintivi sul cancello d’ingresso.  Il corpo fu sepolto in terra consacrata soltanto per metà: gli arti inferiori dentro il cimitero, testa e torace, che venivano considerate sede dell’anima, fuori.

Attorniati da rigogliose piante di ortensie, siamo giunti alla chiesa, che vanta origini medioevali, di San Sigismondo, partono del paese. Dopo l’arrivo della comunità albanese venne ampliata. Addossata alla mura castellane, presenta al suo interno un’acquasantiera in nenfro decorata con gigli farnesiani.

Una tela dall’aspetto orientale, funge come testimonianza della presenza albanese. A questo riguardo, va ricordata anche una via intitolata ad essi.

Un fatto verificatosi nel 1867, quando il brigantaggio imperversava in questi luoghi, caratterizza la storia di questa chiesa.

Il malfamato brigante Veleno, attratto dalla donna che accudiva il parroco, subì un forte attacco di gelosia e atterrò il sacerdote presso la fonte del borgo.

Don Vincenzo, al secolo Danti, rispose prontamente all’attacco, tanto che sferrò un colpo di coltello, che teneva sotto la tonaca, al ventre del brigante, il quale non sopravvisse.

Fiori a Pianiano

Sono tante le storie e le leggende che fanno del borgo di Pianiano un luogo magico.

Le abbiamo scoperte parlando con chi lo conosceva già, le abbiamo lette sui tanti testi e siti web che danno il risalto che merita ad un luogo così ben fornito di fascino. Le abbiamo anche viste, come fossero impresse sulla pellicola di un bel film, di quelli che piacciono a noi e che ci riportano ad un tempo in cui neanche la più folle e spiccata immaginazione potrebbe calarci.

Abbiamo desiderato  vivere in un’atmosfera fatata e, seppure soltanto per una manciata di minuti, ci siamo riusciti.

 

Fonte: viterbox.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *