Ore 10:25 del 2 agosto 1980. Una calda giornata estiva. Molti erano in partenza per le vacanze. L’orologio si fermò a quell’ora, dopo un boato fortissimo. Fu una strage. Morirono 85 persone, provenienti da tutta Italia, molte delle quali avevano meno di trent’anni.

Fu una carneficina. Macerie e passi incerti, fra i morti, le urla, i pianti dei bambini e i feriti, che furono più di duecento.

Una bomba fece esplodere la stazione di Bologna. Sono passati 41 anni e la giustizia è riuscita parzialmente a capire cosa successe precisamente quel giorno.

Anche i treni fermi furono investiti dall’onda d’urto dell’esplosione, così i taxi che aspettavano sul piazzale antistante la stazione.

La deflagrazione fu innescata da una bomba collocata nella sala d’aspetto di seconda classe, sopra la quale si trovavano gli uffici dell’azienda che gestiva i servizi di ristorazione dello stabile, la Cigar.

Il ministro dell’interno, Virginio Rognoni, parlò inizialmente di un’esplosione accidentale.

Ma chi era in stazione parlava dell’odore di polvere da sparo e di un attentato. Alle 17.30 arrivò l’allora presidente della repubblica Sandro Pertini: il volto di pietra, la voce rotta dalle lacrime.

Il 2 agosto è una data rimasta nella storiografia e nei ricordi degli italiani, senza un apparente movente.

Alle 20.30 di quel giorno la stazione riprese a funzionare. Le telecamere della Rai immortalano l’assurdo e irreale contrasto fra le comitive in partenza per le vacanze e chi ancora scavava fra le macerie.

La strage volle colpire le persone comuni, quelle che solitamente vanno in ferie nel primo fine settimana dell’esodo estivo.

L’arco costituzionale fu inizialmente compatto nell’indicare in attori interni i responsabili della strage. La firma, alcuni dissero, è fascista. Il 4 agosto il presidente del consiglio, Francesco Cossiga, dichiarò: “L’orribile strage di cui è ormai chiara la matrice di destra ci impegna a fare luce, a non lasciare nulla di intentato”. Solo il Partito socialista democratico italiano (Psdi), fin dal 3 agosto, in interviste radiofoniche, parlò invece di una pista internazionale, così come Giovanni Spadolini che, con altri senatori repubblicani, il 4 agosto presentò un’apposita interrogazione. Un’ipotesi rilanciata da Licio Gelli e da articoli di giornale a partire dal settembre del 1980.

Da allora sono passati quarantuno anni, sono stati celebrati diversi processi e quello che sappiamo è che i sospetti della prima ora si sono rivelati fondati.

Giovani vite che transitavano per caso da quei binari, spezzate da altrettanto giovani attentatori che avevano imbracciato le armi per scelta, stando alla sentenza che ha individuato tre colpevoli: Valerio Fioravanti, 22 anni all’epoca; Francesca Mambro, 21; Luigi Ciavardini, nemmeno 18: è stato processato a parte, dal tribunale dei minorenni.

Terroristi-ragazzini che sotto la sigla neofascista dei Nuclei armati rivoluzionari hanno commesso e rivendicato omicidi di poliziotti, carabinieri, magistrati, avversari politici e traditori, ma per la strage si proclamavano innocenti, nonostante le condanne siano ormai definitive.

Un quarto esecutore è ancora presunto, si chiama Gilberto Cavallini, altro estremista nero dell’epoca: il 2 agosto ’80 non aveva ancora compiuto 28 anni, ma per lui la giustizia è andata molto a rilento e la condanna di primo grado è arrivata solo a gennaio del 2020.

Un altro ipotetico attentatore, già inquisito e prosciolto ma ora nuovamente imputato, di anni ne aveva 27: Paolo Bellini, neofascista di un’altra banda, Avanguardia nazionale; gli inquirenti ne hanno appena chiesto il rinvio a giudizio, e chissà quando arriverà.

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