La chiesa di san Sisto. È una delle più antiche chiese di Viterbo, sorta sul luogo ove è attestata una chiesa già nel IX secolo.

La chiesa è menzionata per la prima volta nel 1068, come filiale della diocesi di Tuscania, da cui dipendeva, non esistendo ancora la diocesi di Viterbo.

Edificata presumibilmente sui resti di una precedente edicola, è citata tra le più antiche chiese di Viterbo.

E’ probabile che, la sua costruzione risalga ad una data compresa tra il 1037 ed il 1046.

In origine era dedicata alla SS.ma Trinità, S. Maria, S. Sisto e S. Marco. Dopo l’ultimazione delle mura urbiche (1098) e non più tardi del 1116, papa Pasquale II (1099-1118) – intento a riconquistare il territorio della Tuscia – concede a S. Sisto i privilegi della pieve.

Nel corso dei secoli successivi essa riceve diversi privilegi e benefici, tanto da diventare la più importante e la più ricca della città, in particolare con la sua erezione prima a parrocchia e poi a collegiata (ossia sede di un collegio di presbiteri), e per la presenza dello ius fontis baptismalis, ossia il diritto di amministrare il sacramento del battesimo, diritto concesso a poche chiese viterbesi.

Questo porta a credere che santa Rosa nata il 9 luglio 1233, sia stata battezzata in questa chiesa.

L’ara pagana presente presso l’ingresso a destra della chiesa, viene trasformata in Fonte battesimale e, da quella data, la chiesa viene consacrata soltanto a papa Sisto II.

I beni dei fondatori e le oblazioni dei fedeli – rese copiose dal desiderio di procurarsi la benedizione di san Pietro promessa dal vescovo Giselberto – permettono presto di trasformare la piccola chiesetta in una più maestosa e più bella. Più tardi, cresciuta la ricchezza, aumentati i privilegi, mutata la prioria in Arcipretura, la parte posteriore della chiesa viene abbattuta per sostituirla con quella più spaziosa e adorna che oggi vediamo.

Innocenzo II (nel 1133)7 ed Eugenio III (eletto nel 1145) concedono all’Arciprete e ai canonici di san Sisto maggiori privilegi e la possibilità, vacando la sede vescovile, di appellarsi direttamente alla Sede Apostolica per qualsiasi gravame. Alla fine del 1100 san Sisto assume a filiali le chiese di san Leonardo in Colle e santa Maria di Luco (ora Montejugo) oltre alla chiesa di Giovanni in Celleno, con numerosi possedimenti terrieri.

Nel 1196, san Sisto viene accolta sotto la protezione dell’imperatore Enrico che esercita il proprio potere sull’intero patrimonio della Tuscia, a spese del debole governo di papa Celestino III.

Le chiese più importanti sono, in quest’epoca, non solo la casa di Dio, ma anche la casa del popolo; dalle chiese parrocchiali prende il nome la contrada o il rione e, sotto il vessillo del Santo a cui la chiesa è dedicata, i cittadini si riuniscono per il servizio di guardia o per combattere i nemici.

Per tutto il XIII – XIV ed una parte del XV secolo, la chiesa ha due chiostri: uno esterno, sulla piazza di san Sisto, l’altro interno nel palazzo contiguo residenza dell’Arciprete e dei canonici, dei rettori del Patrimonio, dei conservatori di san Sisto, in estate dei vescovi della città e, nel 1223 anche del podestà di Viterbo.

La ricchezza e l’importanza della chiesa è attestata in diverse occasioni; nel 1397 papa Bonifacio IX, con una bolla annulla tutte le vendite dei beni ecclesiastici rese necessarie per pagare le collette imposte dai Di Vico, impone una tassa annua per i bisogni della chiesa (chiamata sussidio o terzeria) ed onora san Sisto di un Arciprete scelto in seno alla propria famiglia.

Mentre in città imperversano le lotte tra le maggiori famiglie nobili viterbesi, l’arciprete di san Sisto si pone a capo di una ambasceria inviata da Roma per calmare i contrasti.

La chiesa ha anche il sostegno delle istituzioni civili: nello statuto del 1469 si stabilisce che in san Sisto si dovevano conservare le chiavi dell’Arca del Comune che conteneva le scritture più importanti.

Il rilievo di san Sisto cresce sempre più tanto che, fino al 1519 le due chiese di san Lorenzo e san Sisto, situate in due angoli della città e che coprivano un circuito di tre miglia, erano le uniche ad avere il fonte battesimale. Nel 1574 il territorio di sua competenza si allarga, le viene unita la parrocchia soppressa di san Nicola delle Vascelle e, per qualche tempo, quella di san Leonardo in Colle. Sarà soppressa come parrocchia soltanto nel 1873 per la legge dell’asse ecclesiastico per poi tornare ad esserlo fino ai giorni nostri.

È in questa chiesa che i facchini di santa Rosa la sera del 3 settembre ricevono la benedizione in articulo mortis, prima di iniziare la processione con la macchina di Santa Rosa.

E’ da san Sisto, (Porta Romana), che parte la Macchina di santa Rosa

Rosanna De Marchi

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