Aspettavo da tempo di arrivare lì. Il mio giro era iniziato nelle piccole e più nascoste frazioni del viterbese ed è proseguito per tutta la parte est e sud. Ho anche toccato il Lago di Bolsena, che lambisce comuni non troppo distanti da esso.

A Cellere non andavo da anni. In passato ci ho lavorato, e devo riconoscere che è la scuola di cui serbo i più cari ricordi. Sarà che avevo la metà dell’età che ho oggi, sarà che è stato il primo anno completo e non a singhiozzo. Sarà, anzi, ne sono certa, che i colleghi, tutti residenti in paese, mi trattavano con una gentilezza fuori dal comune, e i più anziani addirittura con fare materno; così, l’anno trascorso in quel paesino tanto lontano da casa mi è rimasto nel mio cuore.

La scuola di Cellere

Non ne avevo quasi mai sentito parlare quando lo scoprii, e fu una conoscenza breve, dato che poi ci sono ricapitata soltanto una volta.

In questo strano luglio, le due ruote del nostro mezzo sono di nuovo approdate su quello sperone di Maremma che lo ospita.

Cellere si erge a 344 metri slm, dal quale non è affatto distante. E’ un borgo scarsamente popolato, supera di poco i 1200 abitanti. Partendo da Viterbo, per raggiungerlo, è necessario percorrere la statale Cassia in direzione nord e le direttrici provinciali Commenda e Verentana.  Poi, ci si deve immettere sulla Castrense. Lì il paesaggio diviene, per usare un ossimoro, magicamente aspro. Le terre brulle si alternano alle ampie distese giallo paglierino. Entrambi i lati sono sgombri da qualsivoglia agglomerato di case. Soltanto qualche isolata costruzione prelude all’incrocio che dopo qualche chilometro si incontra.

Un cimitero sulla destra, il serbatoio idrico sulla sinistra, e tante abitazioni costruite probabilmente nell’ultimo dopoguerra, precedono la mia vecchia scuola, un grande edificio attorniato da un bel giardino che guarda al parco comunale.

Da quel punto in avanti, il paese declina.

Il selciato della lunga Via Napoli, conduce a uno slargo che assume la forma della piazza la cui denominazione è Piazza Umberto I. Di fronte al bar, cui siedono alcuni uomini del paese, domina la bella Fontana dei Delfini, di costruzione relativamente recente (1931).

La Fontana dei Delfini

Essa venne donata ai Celleresi dal Comune di Viterbo. Laddove oggi è possibile ammirarla, si trovava il monumento che celebrava i caduti nella Grande Guerra, poi trasferito in Piazza Castelfidardo, cuore dell’antico centro.

Il nome del monumento è dovuto ai due animali acquatici intrecciati poco più in basso rispetto al punto in cui zampilla l’acqua. I catini riproducono nelle forme delle conchiglie bivalve spalancate, i cui bordi, ondulati, fanno in modo che l’acqua discenda in cascate. Fu realizzata in nenfro, una pietra di origine vulcanica tipica delle nostre terre. Non si conosce il nome dell’artista che la realizzò nelle forme barocche che ci appaiono.

In seguito alla sua posa, vennero aggiunti due stemmi, uno  rappresenta il Comune, l’altro la Repubblica Italiana.

Ho indagato tra la poca gente che incontravo, ho fatto attenzione ai campanelli delle abitazioni e alle insegne dei pochi negozi presenti. Ero alla ricerca di un volto o di un nome che potesse ricollegarmi a quel lontano periodo della mia vita.

Magari, ho anche incrociato qualcuno con cui ho avuto a che fare, tra le figure che da quel momento in avanti abbiamo trovato sulla nostra strada.

Abbiamo scelto di imboccare una strada laterale, e ci siamo ritrovati su di un belvedere. Alcuni gatti ci hanno distratti mentre esaminavamo il panorama del paese che poggia sulla rupe.

Risalendo un vicolo, abbiamo dovuto oltrepassare un piccolo e curato sottopassaggio, immettendoci sulla strada che conduce alla porta del centro storico, detta Porta Pubblica o Maggiore. Nel ‘700 era conosciuta come Porta di Castel  dentro. Nel 1787 fu eretta la Torre Civica con l’orologio meccanico. A essa si accedeva dall’edificio del comune o dall’adiacente Palazzo di Giustizia, attualmente trasformato in abitazione privata.

La Torre Civica

Ore 18 e 35. Il sole iniziava a calare, lasciando che i raggi si poggiassero obliqui sui nostri volti mentre ci avvicinavamo alla bella piazza su cui abbiamo ammirato, una volta ancora, un palazzo che porta il nome della famiglia Farnese.

Più contenuto nelle dimensioni, dà l’idea di aver subito dei restauri in tempi recenti. Con un po’ di tristezza, abbiamo dovuto constatare che la mano è stata un pochino irriverente e che si è lasciata andare a degli attualismi che paiono stonare con l’antica struttura.

Ma la storia di quella che fu Cellae Cerris, parte da molto più lontano, addirittura dai tempi in cui i Romani dominavano queste e tante altre e sconfinate terre, come parrebbe indicare il nome di origine latina. Altre ipotesi indicano un’origine molto più affascinante, che si deve addirittura a Cerere, dea delle messi, che si sarebbe trasformata in Cellere durante l’ Alto Medioevo.

In realtà, le prime notizie ufficiali risalgono al 738, quando il nome di Cellulis comparve in un atto di compravendita oggi conservato presso I’archivio di Stato di Siena.

Sembrerebbe che l’antipapa Innocenzo III avrebbe donato a Viterbo i castelli di Canino e di Cellere.

Durante la metà del XIII secolo, la zona passò sotto il dominio di Toscanella (Tuscania), e  cercò di ribellarsi più volte ad essa.

Dopo circa un secolo, Cellere giurò fedeltà alla Camera Apostolica per mezzo di alcuni membri della famiglia Farnese che gravitavano in zona fin dal 1340.

Nel 1537 entrò a far parte del Ducato di Castro e Papa Paolo III  favorì importanti interventi urbanistici e creò il borgo, posto all’ esterno dell’antico nucleo.
Nel 1649 Castro venne distrutta e il territorio tornò di nuovo sotto la protezione della Santa Sede. Nel 1788 fu concessa da Pio VI in enfiteusi al marchese Casali Patriarca e poi fu annessa al Regno d’Italia, per merito anche dei  patrioti Tommaso e Francesco Mazzariggi.

La Rocca Farnese

La rocca, invece, sembrerebbe risalire al periodo compreso tra il XII e il XIII secolo,. Allora, il castello era di proprietà di feudatari sottoposto a Viterbo o Tuscania. Nel ‘300 divenne uno dei primi possedimenti della dinastia Farnese in zona di Tuscia.

Della famiglia se ne inizia a parlare in maniera ufficiale nel XV secolo, sebbene, uno storico tuscanese, alla fine del ‘700, nominò Nicola di Cellere, figlio di Ranuccio di Pepone dei signori di Farnese che, con l’appoggio dei borghi di Canino e Musignano si oppose al tentativo del libero comune di Tuscania di allargare i propri possedimenti in quelle terre.

Alcuni elementi architettonici indicano chiaramente le origini medioevali della fortezza, nella quali si fondono molteplici stili appartenenti a diverse epoche. In tempi di molto antecedenti (VIII-IX secolo) venne eretta anche una torre quadrangolare, nata con funzione di avvistamento e difesa dagli attacchi da parte dei Saraceni del “fundus” agricolo.

Al di fuori delle mura che proteggevano  il castello, nel medioevo, si formò il borgo. E la rocca, che poggiava le fondamenta su un banco di tufo, assumeva le forme di struttura, si perdoni l’assonanza, arroccata, separata dal resto delle abitazioni per mezzo di una tagliata artificiale, sebbene collegata con un ponte che veniva chiamato, naturalmente, Ponte della Rocca.

La destinazione d’uso dello stabile cambiò quando Cellere, come tanti altri centri della zona, entrò a far parte del Ducato di Castro, istituito da Papa Paolo III e di cui i Farnese erano i signori assoluti. L’antica struttura difensiva divenne così la residenza degli sposi Pierluigi Farnese, primo Duca di Castro, e Gerolama Orsini, unitisi in matrimonio nel palazzo di famiglia della vicina Valentano.

Dopo la caduta della famiglia, e la loro ovvia dipartita, l’edificio venne sfruttato per usi piuttosto modesti, tra cui come rimessa per il grano. Stessa sorte per l’edificio dirimpetto, che veniva denominato anche “casa del diavolo” cui si accede dallo stesso cortile.

La Casa del Diavolo

Non sapevamo che il palazzetto fosse abitato. Abbiamo salito le scale e ci siamo seduti ad osservare la rocca. Il silenzio di quel posto che un tempo doveva essere il centro della vita del borgo, ha accompagnato la nostra permanenza. Breve, purtroppo, ma sufficiente a farci fermare una delle immagini più belle, in cui il vetro ambrato del lampione dona una sfumatura che riporta alla mente un periodo molto lontano.

Abbiamo ridisceso le scale e ci siamo incamminati verso le vie più estreme del paese, probabilmente sorte nel luogo più antico. Appoggiandoci alla ringhiera, abbiamo ammirato la natura imperiosa che avvolge e culla le minuscole cittadine dell’Alto Lazio. File lunghe di case, ci hanno accompagnati mentre facevamo ritorno in Piazza Castelfidardo.

Dalle finestre, aperte per le alte temperature, usciva la melodia del tormentone estivo.

La Chiesa di Santa Maria Assunta

La scalinata della Chiesa di Santa Maria Assunta, è davvero particolare. E’ come se la ponesse volontariamente  ad un livello superiore. In tempi passati, in onore alle sue antichissime origini, veniva anche denominata “chiesa matrice”.

Agli inizi del ‘900 fu quasi completamente ricostruita, venne così cancellato ciò che restava delle originarie forme.

C’è una fatto avvenuto in tempi relativamente recenti  che riguarda questa nobile terra. Gli anni in cui si svolsero le vicende sono di poco successivi al XX secolo.

Nel secondo decennio del secolo in questione, il Conte Vincenzo Macchi di Cellere, ricoprì la carica di Ambasciatore di S.M. il Re d’Italia a Washington e donò agli Stati Uniti il “Cellere Codex”, ora conservato nella città di New York. Il codice, che costituisce il diario di bordo scritto da Giovanni da Verrazzano per il Re Francesco I di Francia, venne ritrovato negli archivi della famiglia Macchi di Cellere.

Lo scritto, che ripercorre l’impresa effettuata dal grande navigatore, convinto, come i suoi contemporanei, di muoversi verso le Indie, rappresenta una specie di atto di nascita della “grande mela”, dato che la nave delfina del Verrazzano gettò per prima l’ancora nei fondali di fronte alla costa dove sarebbe poi sorta una delle città più celebri al mondo.

Abbiamo lasciato il borgo e siamo scesi verso il lato nord ovest. Un’indicazione in legno segnava la presenza di una chiesa. Abbiamo svoltato, e ci siamo ritrovati di fronte ad un vero capolavoro.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante attività all'aperto e monumento

La Chiesa di Sant’Egidio

La  forma leggiadra della piccola Chiesa di Sant’Egidio, appare come un raffinato gioiello in un altrettanto prezioso scenario, rappresentato, questa volta, dalla campagna maremmana.

Questo tempio sacro, costruito nella seconda decade del XVI secolo, incarna il monumento più rappresentativo del comune e fu commissionato, come tantissime altre opere presenti sul territorio,  dall’allora Cardinale Alessandro Farnese ad Antonio da Sangallo il Giovane. Prima di esso, nello stesso luogo, sorgeva una chiesetta dedicata al culto dello stesso santo.

La pianta è a croce greca e sul retro è presente l’abside. E’ situato in una vallata chiamata “Vallone”. In passato era meta di pellegrinaggi e venivano organizzati, in occasione della ricorrenza del patrono, che cade il primo settembre, vari giochi, tra cui il palio dei cavalli berberi. Durante l’anno vi si tenevano le tipiche fiere paesane.

Purtroppo, una volta ancora, non siamo riusciti a godere della visione degli interni, anch’essi di rilievo, come il bellissimo pavimento esagonale e degli affreschi di pregio.

Siamo rimasti diversi minuti in sella alla nostra moto a rimirare quel magnifico monumento rinascimentale che fa parte di un patrimonio che possediamo per merito, che ci piaccia o no, della Chiesa.

Scendendo, ci siamo trovati immersi nella boscaglia in cui oltre un secolo e mezzo fa si muoveva Domenichino, uno dei celleresi più noti, sebbene nato a Pianiano, l’unica frazione del comune di Cellere. Il brigante Tiburzi, era considerato un brigante buono, una sorta di vendicatore, un uomo che rispose al disagio provocato dalle ingiustizie sociali.

Cellere ha dedicato ad esso e al fenomeno di cui fu uno dei più celebri protagonisti, un museo, il Museo del Brigantaggio.

La natura attorno a Cellere

Il paesaggio, più in basso, si apre su ampi prati arati. Le balle di fieno, da sempre una delle mie passioni, appaiono sui campi che attorniano la via solitaria. Non abbiamo incontrato nessuno sulla nostra strada. Ci siamo fermati più volte ad ascoltare il silenzio, interrotto soltanto dal fruscio del vento e dallo strisciare di qualche piccolo rettile tra l’erba.

Poi, d’incanto ci è apparso un piccolo borgo…. ma questa è un’altra storia.

 

Fonte: viterbox.

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