Per il fiero Comune di Viterbo la storia vera muove i primi passi nel 1095, quando gli abitanti di quel territorio decidono autonomamente di innalzare robuste mura di difesa che li proteggessero.

Da questo momento tutti i castelli e le abitazioni sparse sul territorio e comprese all’interno della zona destinata ad essere protetta, si coagulano insieme creando una nuova identità: il Comune.

Costruita interamente con la pietra vulcanica locale, il peperino, si estende per circa quattro chilometri. Il tratto più antico, risale all’anno 1095: è quello che da porta Fiorita passando per porta Romana e porta della Verità giungeva a porta Sonsa (oggi scomparsa) che sorgeva nei pressi dell’odierno monastero di Santa Rosa.

Nel 1208, invece, le mura furono allungate dalla parte opposta racchiudendo l’antico castello di Sant’Angelo, ove oggi sorge la chiesa di San Francesco, e proseguendo fino al torrione sotto il carcere di San Lupara (edificio distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra).

Nel 1215 fu aggiunto un altro tratto alle mura urbiche portando la cinta fino alla torre quadrata a nord di porta Faul. L’ultimo tratto per racchiudere l’intera città fu costruito nel 1268.

Durante le varie fasi di costruzione rimane costante l’impiego di determinati materiali: i più utilizzati erano il peperino ed il tufo legati con un impasto di calce e pozzolana.

Lo Statuto è il documento più importante che ci consente di conoscere la vita politica, sociale, economica e di giustizia della città. Possediamo quattro statuti datati 1237, 1251-1252, 1469 e 1649.

Lo Statuto di Viterbo del 1237, purtroppo non è completo, sono giunti a noi solo sette fogli di pergamena, con 158 capitoli, fu ritrovato da Mercurio Antonelli nell’Archivio notarile di Montefiascone.

Lo Statuto teneva in grande considerazione l’efficienza e la manutenzione delle mura della città.

Se i giudici non rispettavano il termine di cinquanta giorni, per emettere le sentenze dal momento della denuncia, erano puniti con una multa di venticinque libbre di denari paparini, da destinare ai lavori per le mura.

Per aumentare la difesa della città, chiunque era autorizzato a scavare nelle carbonare, che consistevano in una trincea, attorno alle mura. Chi avesse impedito ciò era colpito da un’ammenda di sessanta soldi.

In caso di omicidio premeditato, era prevista una ammenda di duecento libbre, che veniva divisa a metà tra il Comune ed i parenti dell’ucciso. 

Questi ultimi però, per avere la loro metà, dovevano riappacificarsi con l’omicida entro un anno. Se ciò non accadeva la somma a loro spettante veniva utilizzata per riparare le mura.

Se sbagliava ad applicare le norme, non la passava liscia neppure il podestà; infatti, se si fosse verificato ciò, gli venivano decurtate cento libbre, dal suo stipendio, da spendere per le mura.

Ciò a riprova dell’importanza che le mura stesse rivestivano in quei tempi, al fine di proteggere i cittadini da eventuali attacchi nemici.

Chi aveva l’obbligo di costruire i barbacani, ossia quegli appezzamenti di terreno esterni alle mura castellane, doveva essere convocato dal podestà o dai consoli, i quali determinavano le aree e le ampiezze su cui dovevano essere edificati.

Ma almeno dieci anni prima dello statuto, nel 1227, riferisce il cronista Niccolò della Tuccia, «furono fatti li barbacani intorno a Viterbo».
I proprietari dei terreni, presso la cinta muraria, erano obbligati a mantenere efficienti i merli ricostruendoli, qualora fossero risultati caduti.

Si legge nella storia di Viterbo manoscritta (1611) di Domenico Bianchi (1537 – dopo 1615):
«Oltre le dette mura [di Viterbo] è anco cinta [la città] di antemurali, sopra li quali sono alcuni giardini, latinamente detti pomerii e dal volgo chiamati Barbacani i quali, secondo le croniche, furono cominciati a fare l’anno 1228».

Rosanna De Marchi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *