Ho preso coscienza che il mio giro sta per terminare. Sto vagando nella Tuscia da oltre due anni.  Un tempo in cui il mondo è cambiato più di quanto non lo abbia fatto in decenni.

Abbiamo visto svolgersi eventi che mai avremmo immaginato: la scuola da dietro uno schermo, i volti coperti da mascherine che ci hanno resi più sicuri ma anche inespressivi, una forte crisi economica dalla quale molti usciranno perdenti e senza possibilità di riscatto.

In questi due anni sono cambiati anche i miei occhi; non sono più quelli distratti che sorvolavano  su ciò che passava dinanzi a essi. Oggi, si incollano come pece bollente a  qualsiasi forma si delinei sotto i cieli della provincia che mi culla e protegge oramai da mezzo secolo.

L’ultima parte da visitare e descrivere è piuttosto ampia, e ho deciso di non frammentarla. Vagherò per le sue strade probabilmente saltando da un luogo all’altro, facendomi guidare soltanto dal mio desiderio, senza una logica, senza imposizioni, senza un disegno.

Per questo ho deciso di iniziare il mio ultimo itinerario da Farnese, forse uno dei luoghi che mi è più sconosciuto.

Il borgo di Farnese

Questo bel borgo è in posizione centrale rispetto alla zona che ho intenzione di esplorare, e quindi mi sarà necessario compiere degli ampi voli.

Il nome del paese evoca quella che è stata la famiglia più importante e influente del Rinascimento, dei mecenati che hanno arricchito la nostra terra di castelli e palazzi, fontane e vie.

Una dinastia  a cui è appartenuto uno dei papi più noti della storia della Chiesa, Paolo III, cardinali, nobiluomini che si sono fatti valere in battaglia, una regina, Elisabetta, andata in sposa a Filippo V, primo re della dinastia Borbone,  e la donna, come ho spesso ricordato, considerata la più bella tra quelle esistenti durante il periodo in cui il mondo si risvegliò dal lungo Medioevo, Giulia.

Il peso che ebbe la famiglia lo si percepisce osservando lo stemma cittadino, in cui sono contenuti due elementi che riconducono ad essa, i due gigli simbolo della casata e  la farnia (ossia l’albero di quercia), che vuole richiamare il bosco, da cui prese il nome sia il borgo che, quasi con certezza, la famiglia omonima.

La cittadina è situata al limitare nord occidentale della provincia, abbracciata dal territorio della vicina Ischia di Castro e confinante con i comuni di Valentano e di Pitigliano, in Toscana.

Per raggiungerla da Viterbo, abbiamo percorso l’assolata Strada  Commenda che taglia in due ampi campi in cui debbono esser passate da poco le mietitrebbia, dato l’ampio numero di balle di fieno che riposano quiete e sparse nei campi.

Ci siamo poi immessi sulla Via Verentana. Eravamo in moto. Le alte temperature hanno caldeggiato, è proprio il caso di dirlo, la decisione di lasciare l’automobile e compiere quest’avventura su due ruote.

La visione, sebbene filtrata dalla visiera del casco, è del tutto diversa da quella che si ha quando si va in macchina. Le immagini si fondono alle sensazioni tattili provocate dal vento che raffredda la pelle riscaldata dal sole e a quelle uditive, determinate dall’acuto sibilo dell’aria che filtra nel casco. E poi l’olfatto, che si nutre del pungente odore del fieno da poco mietuto.

L’azzurra sagoma del Lago di Bolsena ci è apparsa come una magnifica visione e ci ha accompagnati fino al territorio di Valentano, dove ce la siamo lasciata alle spalle.

Le tortuose linee della strada, mi sono familiari. Le ho percorse infinite volte per recarmi al lavoro in uno dei lembi della provincia.

Valentano, Ischia di Castro e poi, finalmente, Farnese.

Una lunga costruzione da cui pendono delle bandiere, accoglie in paese. Poco più avanti, sulla destra, il cimitero in cui riposano, come suggerisce la lapide posta a lato del cancello d’ingresso, i “Figli di Farnese”.

La Scuola Elementare

Scendiamo lungo la via in cui svetta un grande edificio. L’iscrizione riporta “Scuola Elementare”, un’ imponente  costruzione probabilmente troppo grande per un paese in cui gli abitanti superano di poco i 1500. Mi sono documentata. In paese è funzionante la sola scuola dell’infanzia. I bambini della primaria e della secondaria, sono dirottati verso i comuni vicini. Un vero peccato. Sicuramente un pezzo di storia che se ne è andata.

Il termine della discesa conduce alla piazza principale del borgo. Lì, una grande e particolare costruzione, assieme alla fontana monumentale, ha attirato i nostri sguardi.

Mario I Farnese, nativo della vicina Latera, fece realizzare questo spettacolare camminamento nel 1613. Il Viadotto Ducale (o Principesco, come appare in una vecchia immagine del 1940) aveva la funzione di collegare la Rocca, che costituiva la residenza della nobile famiglia, con l’elegante giardino all’italiana conosciuto come “Selva”. Attualmente, il giardino non esiste più. Il camminamento si ergeva al di sopra del fossato che circondava il centro storico.

Il Viadotto Ducale

Abbiamo oltrepassato il viadotto, e alla nostra destra abbiamo scorto l’antica Rocca Farnese.

Prima di immergerci nel cuore di quel borgo antico, abbiamo fatto una breve sosta presso il bar che riporta il nome della costruzione simbolo, sebbene voglia vezzeggiarlo sostituendo le c con due k, il Rokkabar. Ci siamo concessi un gelato. Ne avevamo bisogno. A volte, anche il superfluo può diventare un’esigenza…

Il barista ci ha consigliato le creme. Noi, di buon grado, abbiamo accettato di farci accarezzare il palato dalle vellutate note della nocciola nostrana e dall’avvolgente gusto tropicale dei semi di cacao. La panna non è nelle mie corde, e vi ho rinunciato volentieri.

Abbiamo iniziato il nostro giro partendo dalla Chiesa del Santissimo Salvatore. La facciata non ci ha particolarmente impressionati ma, una volta entrati, ci siamo incantati nello scoprire alcuni degli elementi che le appartengono.

La Chiesa del Santissimo Salvatore

Per un attimo abbiamo pensato di trovarci al di sotto di un soffitto romanico, sarebbe stato l’unico esempio visto fino a quel momento in terra di Tuscia. In realtà abbiamo scoperto che venne realizzato precisamente due secoli fa, nel 1821 per mano di Luigi Ghinelli. Circa due anni dopo, un pittore natio di Montefiascone, Flaviano Valeri, lo dipinse e assieme ad esso affrescò gli interni della chiesa.

Le origini del tempio sacro sembrerebbero risalire al 1484, almeno da ciò che si evince da un atto notarile. Quasi un secolo dopo, nel 1574, venne costruita la Cappella del Sacramento.

Alla nostra sinistra abbiamo notato la vecchia campana, risalente al 1685 e sostituita dopo quasi tre secoli di onorato servizio perché mal funzionante.

Notevoli le opere presenti, tra cui la Pala con San Michele Arcangelo, opera di Orazio Gentileschi, padre della magnifica e sfortunata Artemisia e un prezioso ciborio in legno e marmi policromi donato nel 1603 dal Vescovo di Parma,  Monsignor Ferrante Farnese.

La chiesa venne restaurata intorno al 1787. La facciata, invece, è stata ricostruita attorno agli anni ’50 dello scorso secolo, dopo aver subito gravi danni a causa dei bombardamenti alleati.

Da quel punto è iniziato il nostro giro all’interno del nucleo più antico del borgo. Le strette viuzze ordinate sono abbellite da vasi contenenti fiori variopinti.  Il centro storico ha una forma circolare e le strade compiono ampie curve.

Naturalmente arroccato su di una rupe tufacea, che fungeva da difesa naturale, come la maggior parte dei paesi della Tuscia, guarda alla folta boscaglia che fa della Selva del Lamone, uno degli angoli più solitari, e in alcuni tratti impenetrabili, dell’Italia Centrale. Il bosco si venne a formare su una colata lavica che pare risalire ad un periodo compreso tra i 150 000 e i 50 000 anni fa.

Proprio in questi luoghi, quasi due secoli fa, era attivo un buon numero di briganti. Molti di essi erano nativi del borgo stesso o di quelli poco distanti. La profonda conoscenza del territorio faceva sì che essi riuscissero a latitare per decenni. Tra questi il più celebre fu “Domenichino” Tiburzi, nato nella poco distante Cellere, la cui particolare idea di giustizia ne fece un eroe popolare, tanto che fu annoverato come il “brigante buono”.

Muovendoci per il paese, ci siamo ritrovati in una piccola piazza. Un nonno e il nipotino si tenevano compagnia, conversando lentamente. Piccoli momenti di pace, preziosi come una pietra rara.

Piazzetta del Centro Storico

Ci siamo incamminati verso quella che ci hanno spiegato essere la più antica via del paese. Delle signore, ben pettinate e allegre nei loro prendisole colorati, ci hanno accolti con un radioso sorriso e tanta voglia di far conoscere la loro terra natia, di cui abbiamo capito essere molto, e giustamente, orgogliose. Indicando la parte alta di un antico palazzetto, siamo stati invitati a notare il balconcino da cui si affacciava, in tempi molto lontani, il podestà di Farnese.

Con grande cortesia ci hanno accompagnati verso la piccola Chiesa di Santa Maria della Neve, di cui custodiscono le chiavi.

La chiesa è reputata il più antico luogo di culto del paese, pare risalga al X secolo, e prima sede parrocchiale del medesimo.

Dall’architettura estremamente semplice, è costituita da grossi blocchi in tufo e composta da un’unica navata. Una finestra circolare, collocata sopra la porta principale, fa in modo che entri la luce. A destra s’innalza la torre campanaria. Alle spalle dell’altare è presente un quadro la cui protagonista è la Madonna del Buon Consiglio, commissionato dall’omonima confraternita che ebbe sede in questo luogo nel XVII secolo.

Nella chiesa officiarono i frati minori osservanti, che  dimorarono in alcune delle abitazioni sorte  attorno alla chiesa e lì rimasero  fino al 1619.

La Chiesa di Santa Maria della Neve

Abbiamo continuato a camminare avvolti dalle antiche mura, stavolta meno solitarie del solito, rallegrate dal vocio degli abitanti e colorate dal manto dei tanti gatti che vi passeggiano sornioni.

Tornando verso la piazza in cui avevamo parcheggiato la nostra moto, abbiamo guardato all’antica rocca, simbolo del potere della famiglia che la abitò.

Il maestoso edificio vide la luce nel XIII secolo. Nato per assolvere a funzioni difensive, cambiò completamente veste nel secondo decennio del XVII secolo, quando fu trasformato in residenza signorile.

Non sempre è stato possibile visitare gli antichi palazzi che abbiamo incontrato durante il nostro vagare. Molti sono delle residenze private, altri ridotti in uno stato tale da impedirne l’accesso.

La Rocca di Farnese, è diversa. Ci ha stupito il suo  essere viva e popolata da famiglie che lì vivono. Con discrezione, abbiamo esplorato quanto possibile, ponendo i piedi sugli antichi scalini consumati dai tanti passi che li hanno segnati.

L’interno della Rocca Farnese

La vetusta eleganza della facciata si contrappone agli interni che appaiono decadenti. Alla destra dell’androne d’ingresso, si apre una porticina che conduce alle poveraglie, ambienti originariamente destinati alla servitù. A sinistra vi era un locale destinato a rimessa delle carrozze. Il piano nobile e il cortile interno, in cui è presente un pozzo ornato dall’insegna della famiglia  Anguillara, completano l’edificio. Lo stemma farnesiano, invece, è collocato sul fianco del palazzo, che domina la porta e il viadotto.

In origine vi erano anche il teatro di corte e molti dipinti, che sono andati persi a causa dei numerosi rimaneggiamenti che sono stati effettuati nel corso dei secoli.

Abbiamo ripreso la nostra moto, e rivolto lo sguardo verso quella che ci è sembrata un’area destinata a sagre o concerti, data la sua forma di anfiteatro, poi ci siamo mossi alla ricerca di uno dei luoghi che è stato scelto come scenario di una celebre pellicola.

Cinquant’anni sono passati da quando Luigi Comencini predilesse gli splendidi luoghi farnesani per ambientare una delle sue opere più conosciute e apprezzate.

Pinocchio, la più bella e commovente fiaba italiana, uscita dalla mente del grande Carlo Collodi, nel 1971 divenne un film di grande successo.

L’immagine che vaga sempre per la mia mente, è quella in cui vengono inquadrate  le file di casette a schiera l’una dirimpetto all’altra. Lì, vivevano Geppetto e Pinocchio. Il manto stradale non era asfaltato come quello che oggi vediamo. Neve “sporca”, accumulata ai bordi della via, gelava l’animo quasi quanto lo stato di povertà in cui vivevano i personaggi della storia.

La via della casa di Pinocchio e Geppetto

Diversi altri angoli del borgo ho riconosciuto passeggiando per questo paese che avevo conosciuto fino a quel giorno soltanto per averlo attraversato in automobile mentre tornavo dalla vicina Toscana.

Non ero a conoscenza neanche della lunga storia che sembra partire dall’Età del Bronzo per giungere al Medioevo, epoca in cui si inizia ad aver notizie della famiglia dei signori di “Farneto”. Nel XII secolo il territorio divenne proprietà dei Conti Ranieri Di Bartolomeo, per poi passare sotto gli Aldobrandeschi. Ovviamente il casato più influente fu quello dei Farnese, almeno fino al XVII secolo, quando il feudo entrò a far parte dei possedimenti della Famiglia Chigi, di cui resta un grande palazzo oggi sede del Comune, Palazzo Ceccarini Chigi. Nell’ ‘800 Farnese passò al Maresciallo De Boumont e poi, fino al XX secolo, ad Alessandro Torlonia.

Nel territorio si svolsero anche combattimenti per la liberazione di Roma, che videro coinvolti le colonne garibaldine e i pontifici.

L’ultimo importante avvenimento, ricordato negli annali della cittadina, riguarda l’arrivo dell’acqua in paese mediante la condotta della sorgente “La botte”. Il felice evento fu celebrato in maniera grandiosa il 25 settembre del 1887 e, in quell’occasione, venne inaugurata la Fontana Monumentale in Piazza del Comune.

La Fontana Monumentale

Si era fatto tardi. Abbiamo dovuto lasciare Farnese. La strada del ritorno è malinconica, svuotata dalle emozioni che precedono ogni nuova scoperta. Ci siamo diretti verso la via che conduce a Latera: una sorta di scorciatoia che ci ha permesso di attraversare i campi  giallo paglierino.

Il vento tra i capelli, anche se è banale sottolinearlo, ci ha riportati indietro di anni, ad una fase che, in teoria, dovrebbe esser conclusa. Ma soltanto in teoria.

 

Fonte: viterbox

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