Lungo la strada abbiamo notato un gran numero di rotoballe. Mi hanno sempre affascinata. Ho immaginato tante volte di avvicinarmi a esse e di farmi scattare qualche foto. Ho già in mente quello che sarebbe il mio look, o quello che mi piacerebbe.

Abbiamo scelto di recarci a Bagnoregio di pomeriggio, approfittando di una giornata di pausa dal caldo torrido che in questi giorni ci sta attanagliando.

Da Viterbo, si percorre la SP Teverina, sinuosa e, specie nel primo tratto, sottoposta a un profondo dislivello.

Da lontano mi sono apparse le insegne che conducono ai piccoli o grandi paesi che negli anni ho visitato: Grotte Santo Stefano, Montefiascone, Fastello, Celleno, Graffignano, Castiglione in Teverina, Castel Cellesi…

Quest’ultimo piccolo borgo, lo abbiamo conosciuto un paio di anni fa. Ciò che ci ha colpiti è la quiete in cui è immerso. Non una vettura, nessun accenno di motore, soltanto una mamma, certamente non originaria del luogo, che seguiva con lo sguardo il suo bambino mentre si preparava a divenire un ciclista.

Castel Cellesi

Nessun pericolo per il piccolo, data anche la conformazione dell’antico abitato: una piazza chiusa, delimitata dalle case dei contadini del feudo, che  comunicava con l’esterno mediante la “Porta di Sopra” (verso Bagnoregio) e con  la “Porta di Sotto” (verso San Michele in Teverina). Al centro del villaggio si trovavano la Chiesa di San Girolamo e il Palazzo dei Conti Cellesi. Quest’ultimo venne edificato nel ‘600 per volontà del Conte Girolamo Cellesi su un fazzoletto di terra appartenente al territorio di Castel di Piero, l’attuale San Michele in Teverina.

 

Abbiamo superato il piccolo dissetatoio posto nelle vicinanze della minuscola frazione di Pratoleva, una manciata di case sparse nel verde delle valli in cui vivono una trentina di persone, e ci siamo inoltrati sotto le folte chiome delle querce scorgendo, alla nostra sinistra, la piccola Chiesa di Santa Maria della Carbonara, fatta realizzare  dai fratelli Agosti in quella che fu la loro tenuta.

Chiesa di Santa Maria della Carbonara

Proseguendo diritti, siamo giunti nelle vicinanze della cittadina che, in tempi piuttosto remoti, era detta Rota.

Ampie curve ci hanno cullati fino al Cimitero Monumentale e al bel Parco della Rimembranza, creato nel 1923 a memoria dei bagnoresi che caddero sotto i fuochi della Grande Guerra, in cui è stata eretta una piramide, detta anche Sacrario Garibaldino.

Nelle terre di Bagnoregio, difatti, si svolsero diverse battaglie tra le truppe pontificie e i volontari garibaldini, che  contribuirono all’unificazione dell’Italia. In ossequio a quanti diedero la vita per portare l’Italia ad essere un unico Stato, venne elevato questo monumento, ultimato nel 1891.

Sacrario Garibaldino

La nostra passeggiata è iniziata nei pressi di Porta Albana, eretta alla fine del XVI secolo per volere del Cardinale Giovanni Girolamo Albani probabilmente su progetto del Vignola. Un tempo da essa si accedeva al paese, che era parzialmente circondato da mura. Nel 1906, per problemi logistici, fu spostata nel luogo in cui oggi la vediamo, ed è prossima alla Chiesa di San Bonaventura.

Nel sito in cui sorge il piccolo edificio sacro, vi era un’altra chiesa, intitolata a Sant’Angelo. Nel marzo del 1632 fu acquisita dalla Compagnia di San Bonaventura: di qui il nuovo nome, che la accompagna ancora. Nella metà del XIX secolo fu deciso, date le sue condizioni fatiscenti, di ristrutturarla e di coprirne la cupola con lastre di piombo.

All’interno della piccola chiesa dagli intonaci chiari, abbiamo notato un affresco raffigurante la Madonna del Popolo e una tela che rappresenta San Bonaventura e il Sacro Cuore di Gesù realizzata nel 1874.

Chiesa di San Bonaventura

Bagnoregio si sviluppa su uno sperone tufaceo lungo e stretto e, percorrendo la via principale, si notano abitazioni ben tenute e alcuni palazzi storici. Tra questi il quattrocentesco Palazzetto Petrangeli. L’edificio venne acquistato dal comune soltanto quindici anni fa. Al suo interno conservava una pregiata collezione di utensili utilizzati nelle attività quotidiane da agricoltori e artigiani. Un grande stemma in pietra di basalto, posto sopra al portone d’ingresso, anch’esso rifinito dalla medesima pietra, ricorda la famiglia cui appartenne.

Ci siamo spostati lungo Via Roma, una delle due vie diritte che tagliano la cittadina a metà, e abbiamo notato una serie di vicoli i cui nomi portano alla mente le antiche attività che probabilmente vi si svolgevano o che richiamano le varie caratteristiche del territorio.

Le stradine che si trovano sul lato destro, quasi tutte in discesa, conducono a balconate dalle quali è possibile ammirare l’ampia vallata in cui si scorgono dei colombai realizzati nel tufo.

Passeggiare su Via Roma, è un piacere, il lastricato, dalle forme regolari e dall’andamento anch’esso regolare, fa sì che i passi scorrano in maniera fluida.

Uno dei vicoli porta a una piccola chiesa, attualmente in ristrutturazione. Al di sotto, abbiamo visto una porta da cui, anticamente, si accedeva al borgo.

Alcuni adolescenti, erano seduti sulle scale. Godevano del silenzio di un borgo quasi sempre sottoposto al transito dei tanti visitatori che si muovono verso il vecchio e principale nucleo abitativo, Civita di Bagnoregio.

Sì, perché la vetusta Bagnorea è proprio quel piccolo centro candidato a divenire patrimonio mondiale dell’Unesco.

Il nome riporta alle antiche origini che la vogliono sede di bagni termali in cui andò a curarsi, traendone grande giovamento, addirittura il longobardo Re Desiderio.

Il 10 giugno del 1695, violenti movimenti tellurici scossero la terra e la cittadina, fino ad allora fiorente, che venne pesantemente danneggiata, tanto che ne iniziò il declino. L’ampia rupe venuta a formarsi, la separò per sempre alle due vicine contrade, conosciute coi nomi di Mercato e Rota, e proprio quest’ultima divenne la Bagnoregio che oggi conosciamo. 

La storia del borgo che abbiamo scelto di visitare, è segnata dalle violenze perpetrate dalle truppe spagnole che, nel 1744, lo attraversarono provenendo dall’Umbria. Nei decenni a seguire, la popolazione dovette sopravvivere a una tremenda carestia provocata da un’invasione di locuste.

Di lì passarono anche i Francesi che sequestrarono i beni della Chiesa, deportando alcuni sacerdoti che si rifiutarono di giurare fedeltà a Napoleone.

Nel grande libro di Bagnoregio, le pagine scorrono passando anche per le camicie rosse come già ricordato in principio.

Molti uomini illustri fanno del comune dell’Alto Lazio un luogo di cultura. Tra questi San Bonaventura, santo e filosofo, Sant’Ildebrando Vescovo, l’intellettuale e scrittore Bonaventura Tecchi e il musicista Antonio Brunelli.

I palazzetti in cui ci siamo imbattuti riportano fregi, piccole sculture e incisioni. In alcuni di essi ci è parso di intravedere date e nomi, in altri simboli e disegni il cui significato non ci è sembrato chiaro.

Su quello che viene identificato come il corso, esiste un gran numero di bei negozi di vario genere, tra cui molti di generi alimentari, la galleria di un artista, alcuni di abbigliamento e accessori e una particolarissima libreria in cui abbiamo fotografato delle statuine che rappresentano i nobili componenti della Royal Family.

Interno della Concattedrale dei Santi Donato, Nicola e Bonaventura

Nella centrale Piazza Cavour, un palazzo storico, rifinito e maestoso, e una fontana monumentale si trovano dirimpetto alla Concattedrale dei Santi Donato, Nicola e Bonaventura, in origine  conosciuta come S. Maria della Neve, che parrebbe risalire al V secolo. Oltre un millennio dopo, agli inizi del XVII secolo, la chiesa venne nuovamente aperta al culto. Successivamente al violento terremoto che provocò danni irrimediabili a Civita e alla Cattedrale di San Donato, divenne, essa stessa, cattedrale. Nel 1779 fu consacrata anche a San Bonaventura: in questa occasione fu ulteriormente ornata.

Siamo entrati nella cattedrale durante una celebrazione; si svolgeva un battesimo. I piccoli invitati scorrazzavano entusiasti della festa a cui avrebbero partecipato a breve. Palloncini rossi e bianchi aleggiavano all’interno del tempio sacro. E’ stato bello tornare a vedere la vita.

Il parroco leggeva un passo del Vangelo. Me ne sono resa conto mentre stavo scattando delle foto. Ho capito di agire in modo irrispettoso, e mi sono interrotta. Così, ho scrutato gli interni dal vivo, e non dietro lo schermo di un cellulare.

Abbiamo poi deciso di dirigerci verso il belvedere, sapendo di avere ancora molto da visitare.

Sulla strada abbiamo scorto un locale molto accogliente, in cui prevale un raffinato color verde cactus.

Il locale dispone, sia sulla strada, che nella piazzetta poco distante e da cui si gode il panorama, di tavoli all’aperto. Conosco il proprietario del Bona Ventura Bistrot, è una delle persone che ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia carriera.

Gentilmente ci ha invitati a sederci e ci ha offerto un’ottima birra artigianale prodotta in zona. E sempre con cordialità abbiamo conversato, rilevando che il piacere della vista, soddisfatto dalla bellezza del posto, e quello del gusto sono stati accompagnati da ciò che si prova intrattenendo i rapporti sociali. Come dovrebbe essere normale in una società civile, cosa che troppo spesso ci sfugge.

Ho scattato qualche foto, mi piace appoggiarmi ai muretti e farmi ritrarre con la natura sullo sfondo. Avevo indossato una collana fiorata, regalo di una mia cara collega che si diletta in creazioni artigianali. Mi è sembrata tanto adeguata a  quel meraviglioso panorama…

Abbiamo continuato a camminare fino a raggiungere il palazzo in cui ha sede l’amministrazione comunale. E’ così  inusuale  e   fuori dagli schemi con la bella scalinata esterna  che sembra invitare a salire quanti passino di lì.

 Chiesa di Maria Santissima Annunziata

La Chiesa di Maria Santissima Annunziata, invece, si affaccia su una bella piazza alberata, intitolata a Sant’Agostino. Erroneamente viene chiamata “Chiesa di Sant’Agostino” per via del vicino convento degli Agostiniani. Originariamente era in stile gotico ma, nel XIV secolo, secolo subì delle profonde trasformazioni. Entrando, il silenzio ci ha avvolti, e abbiamo notato dei meravigliosi affreschi molto ben conservati e un crocifisso ligneo risalente all’XI secolo. Il bel campanile, invece, venne eretto nel 1735.

Abbiamo continuato a passeggiare per la lunga via diritta che conduce a quello che sta divenendo uno dei più ammirati belvedere italiani. Alla nostra destra una grande villa abbandonata, quasi celata dalle rigogliose fronde degli alberi che sembrano star lì, senza esser redarguiti da alcuna lama, da decenni. La poca luce ne fa una costruzione misteriosa. Chissà quanti strati di polvere sui vecchi mobili in stile liberty, qualora ci siano ancora…

I nostri passi si sono fatti ancor più misurati. Abbiamo gettato lo sguardo su di un edificio semi abbandonato, ora in ristrutturazione.

Alla nostra destra il parcheggio, a pagamento come tutti quelli presenti nel comune, che prelude all’area da cui si ammira la Valle dei Calanchi al centro della quale si erge la regina dell’Alto Lazio.

Ci siamo spostati sulla ghiaia di cui è ricoperta la via. Le mie infradito sono affondate tra i candidi sassolini.

Raggiunta la balconata, ci siamo seduti. Vicini. Uniti. Con lo sguardo rivolto nella stessa direzione. Civita di Bagnoregio, stavolta, non poggiava sulla solita rupe, ma su morbide e affilate felci.

Civita di Bagnoregio

 

 Civita di Bagnoregio, la regina dell’Alto Lazio

Quando le nubi sono basse, Civita di Bagnoregio assume le forme di un’isola adagiata su un mare spumoso e bianco. Chi l’ha soprannominata “la città incantata”, deve averla vista sicuramente in queste condizioni atmosferiche.

Noi viterbesi, invece, la conoscevamo come “la città che muore”, nome davvero poco invitante. Nei miei ricordi di bambina non rappresentava certo una destinazione appetibile.

Civita era piccola e desolata. Suggestiva, per carità, ma di fascino ne mostrava ben poco.

Civita di Bagnoregio tra la nebbia

Oggi, al contrario, è una delle mete turistiche più ambite del Centro Italia e, volendo spaziare, una guida uscita in Cina, la inserisce tra le quaranta città da vedere prima di morire.

Mi capita spesso di pensare a come ciò che pare restare immutato, in realtà sembra cambiare in maniera costante e irreversibile. In realtà a cambiare sono i nostri occhi, che col passare del tempo si fanno più acuti, in grado di attribuire un significato più profondo a ciò che abbiamo davanti. Ogni elemento, anche quello che ci sembra più insignificante, si carica di vissuto.

Dal belvedere del comune bagnorese, che domina la valle, si scendono delle ripide scalette in pietra attorniate dalla natura impetuosa, e si raggiunge il lungo ponte in salita. A destra, il ristorante “L’osteria del ponte” ora dismesso e collocato all’interno di Palazzo Monaldeschi nella vicina Lubriano.

Da quel punto in poi è necessario acquistare un biglietto per poter accedere al borgo.

Abbiamo percorso il viadotto sotto il sole a picco, sebbene rinfrescati dal naturale movimento dell’aria. L’arrivo al termine del ponte è con il fiato grosso, nonostante io non mi sia mai tirata indietro quando c’è da camminare.

Il viadotto visto dal paese

Prima di entrare nel paese, in cui vivono stabilmente una decina di persone, un’affascinante costruzione ha suscitato il mio interesse. Il proprietario dell’abitazione è un personaggio noto che non desidera si conosca la propria identità. Da alcuni anni, figure del mondo della cultura e dello spettacolo hanno individuato le potenzialità del borgo e hanno deciso di acquistare degli stabili, provocando un effetto alone che ha contribuito alla fama che oggi tutti gli riconoscono.

Porta Santa Maria

Fondata cinque secoli prima della nascita di Cristo, la bella Civita accoglie i visitatori mostrando l’unica superstite delle cinque porte che vennero edificate, Porta Santa Maria o della Cava. La porta ha origini etrusche e si fregia di due bassorilievi che evocano la vittoriosa rivolta popolare contro la famiglia Monaldeschi, orvietana, del 1458. E’ necessario percorrere un breve tunnel, a sinistra del quale si trova un piccolo negozio di souvenir, per accedere alla piazza principale.

Piazza San Donato

Piazza San Donato mi ricorda un po’, eccetto per le dimensioni, la senese Piazza del Campo; a terra non è mai stata posta una pavimentazione, il fondo è ricoperto dallo sterro proveniente dai resti delle case circostanti.

Sembra comunque che questo sia il fondo ideale per il “Palio della Tonna”, un rodeo storico svolto a bordo di asini, animali che rappresentavano l’unico mezzo di trasporto per i residenti della città che muore.

Questa rievocazione viene effettuata due volte l’anno e precisamente la prima domenica di giugno e la seconda di settembre.

Il nostro giro è continuato seguendo il lato nord, che si affaccia sulla Valle dei Calanchi e sull’abitato di Lubriano. Le case sono tutte molto ordinate e abbellite da fiori colorati che spezzano l’ocra del tufo. Dall’alto è visibile anche la strada che si sta realizzando per consentire una via di fuga alternativa al ponte.

Abbiamo proseguito il nostro giro tra il reticolo di vie che si incrociano seguendo il modello antico romano che prevedeva il cardo e il decumano, abbiamo osservato con piacere scorci affascinanti, palazzetti restaurati, dimora di personaggi noti o che ospitano bed and breakfast, tavoli all’aperto che stanno a indicare la presenza di ristoranti, nei quali, devo ammetterlo, mi sarei fermata con piacere per consumare il pasto di mezzogiorno.

Civita di Bagnoregio, in contrasto con l’appellativo che le è stato cucito addosso, è un borgo estremamente vivo, e il fermento lo si nota dal via vai di turisti e di persone occupate nelle tante opere atte a conservare e migliorare le strutture e a svolgere i vari servizi. La maggior parte dei visitatori che abbiamo incontrato è di origine asiatica, infatti sembrerebbe che il borgo debba parte della sua fortuna e della sua risonanza nel mondo proprio grazie al celeberrimo fumettista nipponico, Hayao Myazaky che, negli anni ’80, si ispirò a Civita di Bagnoregio per realizzare il fumetto “La città incantata”. Ecco spiegata la massiccia presenza di turisti giapponesi e cinesi (che pare seguano le medesime trasmissioni e la stessa musica). Si stima che circa trenta milioni di persone abbiano visto il video di cui il paese è protagonista. Quella che potrebbe sembrare una leggenda metropolitana, è stata confermata anche da un giornalista del Times che ha svolto una piccola indagine su questo fenomeno.

Scorci del borgo

Verso est, la strada si piega in una ripida discesa interrotta a destra e a sinistra da strette viuzze. Una targa ricorda ai visitatori che in quel posto sono state girate alcune scene di una produzione inglese, ispirata al nostro Pinocchio. Superiamo uno sbarramento e ci inoltriamo, sotto il sole alto, per una via sterrata e piuttosto angusta. Per caso ho alzato gli occhi su un’alta costruzione e ho scoperto una chiesa diroccata, in cui è ancora conservato un crocifisso. Si tratta della Chiesa di San Bonaventura, dove il santo trascorse la propria adolescenza. Anch’essa, come numerosi edifici della zona, venne danneggiata dal terremoto del 1695. Restaurata, dovette essere abbandonata a causa delle frane, che tuttora colpiscono l’abitato, nel 1826.

La via su cui ci siamo mossi, compie una curva di 90° che introduce in un tunnel, il Foro, che sbocca sulla vallata e su una via di fuga. Siamo risaliti  in direzione dell’insediamento e ci siamo diretti nuovamente verso la piazza, che deve il suo nome alla chiesa che si affaccia su di essa, la Chiesa di San Donato. Costruita su un preesistente tempio romano, venne edificata nell’ VIII secolo. All’interno di essa, sono conservate le reliquie di Sant’Ildebrando Vescovo, vissuto attorno al IX secolo. Dei grandi lampadari colpiscono il mio sguardo, così come il contrasto generato dall’intonaco bianco delle colonne e il tufo delle pareti, il pulpito in legno posto a destra della navata centrale e il grande crocifisso ligneo risalente al XV secolo.

Uno dei gioielli che abbiamo avuto il piacere di apprezzare, sicuramente il più moderno, è il Museo Geologico e delle Frane (estremamente indicato per visite scolastiche). L’ingresso è gratuito.

Riproduzioni caravaggesche all’interno del Museo

Ospitato al primo piano di Palazzo Alemanni, che si affaccia direttamente su Piazza San Donato, conserva alcune riproduzioni di opere caravaggesche. Ognuna delle quattro sale di cui dispone è ricca di elementi che chiariscono la formazione del luogo e le caratteristiche che gli sono proprie.

Con un linguaggio accessibile a tutti e specialmente ai profani come me, il dottor Costantini racconta la lunghissima storia che ha vissuto Civita di Bagnoregio per diventare quella che vediamo ora. Si parte da tre milioni e mezzo di anni fa, quando la terra su cui poggiamo i piedi ora era completamente ricoperta dalle acque del mare che si spingevano fino alla dorsale appenninica.

Nella zona di Orvieto, in quell’epoca tanto lontana, vi era la spiaggia, di cui i ritrovamenti fossili ne testimoniano la presenza. Nella zona in cui oggi noi  siamo, che dista circa 10 km, c’era un fondale d’argilla sotto cento metri d’acqua, che oggi è rappresentato dai calanchi. Il fondale marino senza più acqua, con il passare di migliaia di anni, si riempì di vegetazione e di fauna e rimase incorrotto per circa quattrocentomila anni. Seicentomila anni fa, in una fase successiva, spuntò il vulcano il cui cratere è tra quelli che formano il bacino del il Lago di Bolsena, che rimase in una fase di attività per cinquecentomila anni. Ogni strato visibile del terreno su cui poggia l’abitato, rappresenta una diversa eruzione.

Nel suo ultimo periodo di attività, la più violenta, si formò lo strato di ignimbrite, quello che noi conosciamo come tufo e che diede vita ad un altopiano vulcanico. Circa centomila anni fa iniziò una lenta erosione; ventimila anni fa due piccoli fossi, iniziarono a scorrere verso il Tevere scavando la valle: Civita si trova proprio tra questi due fossi.

Scorci del borgo

All’epoca in cui arrivarono gli Etruschi, circa 2500 anni or sono, lo sperone su cui sorge ora il paese era molto più esteso e l’ampiezza della valle circa la metà; nel Medioevo il paese contava duemila anime e centinaia di case, mentre attualmente sono trenta. Nell’anno 2000 furono eseguiti importanti e seri lavori di consolidamento.

Uno dei problemi principali è sempre stato rappresentato dai collegamenti. In epoca mussoliniana venne costruito un ponte in pietra, simile ad una muraglia, che fu soggetto a continui crolli. Questo viadotto fu fatto saltare nel 1945 dai tedeschi in ritirata. Nei due decenni che seguirono, la via di comunicazione era costituita da una passerella, fino ad arrivare, nel 1965, al ponte che vediamo oggi.

E per quel ponte ce ne siamo andati, lasciandoci alle spalle quel gioiello che ci rende orgogliosi di essere cittadini della Tuscia.

 

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