L’ultima volta che ci sono salita, contava ancora due soli vagoni, tra l’altro tenuti piuttosto male.

Qualche writer si era divertito a decorarne le vecchie lamiere che, più che di vintage, sapevano di incuria.

Eravamo diretti a Bagnaia, con una delle mie prime classi. Portammo i bambini a visitare la fastosa Villa Lante, e decidemmo di andare in treno, dato che molti di essi non avevano ancora vissuto l’esperienza della strada ferrata.

Da quella lontana gita di fine anno scolastico, non avevo avuto più occasione di salire su di un treno della Roma Nord, la linea ferroviaria il cui capolinea si trova a Viterbo,  all’ inizio di Viale Trieste, poco prima del passaggio a livello.

La tratta ferroviaria, congiunge il capoluogo della Tuscia con la capitale. All’inizio del XX secolo,  il collegamento avveniva, con una tramvia, tra la sola città di Roma e il comune civitonico, il prolungamento fino a Viterbo, è di pochi anni posteriore, e risale al 1913.

Ma la ferrovia vera e propria venne inaugurata nel 1932, e per pubblicizzarla si fece ricorso all’immagine del Monte Soratte, ben visibile da quella che era la tappa mediana della strada che i vagoni avrebbero percorso.

Da pochi giorni avevo visitato Civita Castellana, e naturalmente l’avevo raggiunta in automobile, come sono solita fare. Sapevo anche, però, che per arrivare in quella che era Falerii Veteres, la città più importante del territorio popolato dai Falisci, era possibile viaggiare a bordo di quel lento convoglio che da oltre un secolo attraversa le campagne viterbesi e i Monti Cimini.

Primo pomeriggio di un sereno sabato di maggio. Ci abbiamo preso la misura, forse l’unica giornata calda di un mese che ha fatto soffrire coloro che attendevano da un pezzo il bel tempo. Temevamo di non star affatto bene all’interno del convoglio, sicuramente non climatizzato. Invece, l’arietta dei Cimini, che abbiamo raggiunto dopo una ventina di minuti di viaggio, ci ha rinfrancati.

La stazione di Viterbo è piccolina, tre soli binari di cui uno attualmente non utilizzato. Una panca in legno, posta al capolinea ha fatto sì che l’attesa fosse meno stancante. Ho avuto un bel po’ di tempo per osservare ciò che mi circondava: un orologio a lato, una rete in plastica di fronte e, oltre il muro, una casa dall’architettura non tipicamente cittadina, forse la dependance di uno dei bei villini edificati attorno agli anni ’30 del XX  secolo su Viale Trieste. (Il borgo de La Quercia al link http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/il-percorso-del-cuore-per-raggiungere-lincantato-borgo-de-la-quercia_2804.htm )

La via che conduce a La Quercia, oggi Viale Trieste, ma in precedenza Viale della Madonna della Quercia, fu realizzata su concessione di Papa Paolo III Farnese che, nel 1541, fece anche costruire la fontana, ancora oggi visibile ed edibile, che aveva lo scopo di dissetare i pellegrini che si recavano al Santuario.

Il treno, è arrivato. Sono scese poche persone, forse cinque o sei. Tra questi un paio di studenti di ritorno dall’ultimo giorno di lezione della settimana e un ambulante.

Stazione di Viterbo

Con un po’ di emozione, sono salita sul quel treno, più lungo di come  ricordassi. Eravamo  in pochi, del resto chi ha interesse a salire su un  mezzo noto come lentissimo se non studenti o gente che non ha a disposizione un veicolo privato?

Puntuale è partito, costeggiando la Clinica Villa Rosa, un tempo casa di cura per malati mentali, oggi trasformata in residenza per lunghe degenze e poliambulatorio.

In realtà la visione che ne ho avuto dal treno, è la stessa che ho quando percorro la strada che la costeggia durante le mie passeggiate.

Negli anni ’80, quando al suo interno vi erano persone che soffrivano di quel male oscuro che disturba le menti, eravamo soliti, noi ragazzi della Parrocchia dell’Ellera far loro visita durante il Natale, e cercare di dare un po’ di calore a quella povera gente, condannata ad un destino che, difficilmente, perdona.

L’immagine della bella villa, un tempo chiamata “Casa del Vento” e utilizzata come  fabbrica di cappelli in cui lavorava il nonno di mia nonna, come lei stessa mi ricordava, sfumava mentre ci inoltravamo tra le campagne attorno a Strada Capretta. In quel tratto, il panorama mi è sembrato diverso. Mi sono apparsi particolari che risultano nascosti dalla via. La strada ferrata si allunga verso la piccola frazione in cui vivo da oltre ventidue anni, La Quercia. Prima di arrivare alla stazioncina, che credo sia chiusa da decenni vista la vegetazione che cresce senza regole e contenimento, abbiamo superato un passaggio a livello e abbiamo solcato Strada Acquabianca su quel ponte in peperino  sotto il quale passo ogni giorno per recarmi al lavoro.

Strada Acquabianca dal Ponte

La vista della stazione, seppure veloce, ha avuto un forte impatto nel mio cuore. Mi piace tutto ciò che sa d’abbandono, che conserva la memoria del tempo che è andato e che non torna, se non cambiato, come il fiume di cui parlava Eraclito.

La campagna scorre con indifferenza, tra campi arati e case di campagna, fino al cimitero monumentale di Bagnaia, dove un attraversamento regolato soltanto da segnali acustici e visivi interrompe Strada Pian del Cerro. Di lì, il borgo, è un attimo. (Il borgo di Bagnaia al link http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/bagnaia-arte-e-tradizione-tra-giardini-palazzi-e-chiese_2840.htm )

Sul lato sinistro, diverse abitazioni fanno da cintura alla strada ferrata. Alcune sono talmente prossime alle rotaie che mostrano, senza pudore, i propri interni.

Una donna mora, era intenta a sistemare il cibo nella dispensa; il convoglio scorre talmente lento che sono riuscita a cogliere l’espressione attenta e curiosa della signora, come fosse stata la prima volta che lo vedeva passare.

Abbiamo attraversato il primo passaggio a livello e subito ci è apparsa la stazione del paesino. Questa, al contrario della precedente, è funzionante. Il treno si è fermato, sono saliti due passeggeri. Nel mentre abbiamo osservato l’abside della Chiesa di San Rocco e il balcone del Palazzo Ducale, posto proprio al termine del ponte su cui sono soliti passeggiare i bagnaioli.

Veduta di Bagnaia dal treno

Sulla destra, invece, si scorge parte del parco di Villa Lante. Appena superata la stazione, la via curva e si introduce all’interno di una galleria. Il buio lascia presto spazio all’azzurro del cielo e al grigio della roccia cui sono aggrappate le case che si affacciano sulla Strada Ortana.

Quello che segue è uno dei tratti più emozionanti del percorso.

Il treno, difatti, passa sull’ardito ponte lungo 75 metri e che si innalza di 22 per solcare la valle. Il viadotto, costituito da blocchi di peperino, è sostenuto da cinque grandi archi a tutto sesto.

Nella storia della cinematografia italiana, viene ricordato per le scene girate al di sotto dell’ultimo dei suoi archi, dal grande Alberto Sordi, protagonista de “Il vigile”, una pellicola del 1960.

Ponte di Bagnaia

Poche decine di metri dopo, un altro piccolo ponte permette al treno di superare il terreno impervio. Qui, sullo sfondo, la zona delle vecchie fornaci di Bagnaia nate per volontà dell’antica famiglia Milioni, che in tempi molto lontani si stabilì in questo centro della Tuscia, dando il via a un’attività che perdurò, a quanto si legge da antichi carteggi, addirittura dagli inizi del XVIII secolo fino al 1970 circa.

Il mezzo prosegue tra la vegetazione, che tanto mi è familiare, della Zona Montecchio, nominata per l’antica leggenda delle streghe. Chi fossero di preciso, queste streghe, non lo sappiamo, ma siamo certi che siano esistite. Erano parte di una piccola comunità religiosa femminile, probabilmente tollerata dalla chiesa. Agli occhi degli antichi bagnaioli, invece, apparivano come figure in grado di compiere riti magici e incantesimi.

Quel luogo, lo conosco bene. Vi ho trascorso numerose estati. Streghe non ne ho viste, ma spesso si aggiravano in esso diversi gatti dagli occhi magnetici… che fossero le antiche donne che popolavano il monte?

Stazione di Vitorchiano

La stazione successiva è quella di Vitorchiano. In verità il centro abitato è piuttosto distante. Di lì, però, è ben raggiungibile e prossima la zona estrattiva del paese, in cui si concentrano le maggiori cave di peperino, la roccia di origine vulcanica su cui poggia il paese stesso, tanto da meritarsi, per via delle sue caratteristiche morfologiche ed estetiche, l’appellativo di “borgo sospeso”, con cui è conosciuto da un numero sempre maggiore di turisti che amano visitarlo. (Il borgo di Vitorchiano al link http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/il-luogo-del-cuore-vitorchiano_5722.htm )

Il treno supera passaggi a livello posti su strade che attraversano l’antica Selva Cimina, che va facendosi sempre più fitta, e l’ennesimo ponte in peperino fino a oltrepassare, senza fermare la propria cauta corsa, la Stazione della Fornacchia, collocata in aperta campagna.

Questi graziosi edifici dall’aspetto retrò, dagli intonaci che variano sulle sfumature dell’arancio e dell’ocra che si intonano a quel marrone tanto simile al guscio delle noci pecan, riportano le immagini degli studenti che in qualsiasi condizione climatica, vi si assiepavano in attesa del mezzo che li avrebbe portati a scuola. Occhi assonnati e labbra serrate, quasi nessuno ha voglia di dialogare al mattino presto.

Stazione della Fornacchia

Un percorso curvilineo, fatto ancora di anfratti, tunnel e ponti, guida fino a una delle più preziose perle di quei monti, Soriano nel Cimino.

Il cielo si è aperto, quando siamo arrivati alla stazione del paese, tanto che la pietra grigia del Castello Orsini, che scruta altezzoso la cittadina da oltre otto secoli, spiccava nel turchino del cielo. Saremmo voluti scendere, per inalare, una volta ancora, la stessa aria frizzante che nei secoli hanno inspirato i nobili e i papi che hanno fatto della fortezza la loro dimora. (Il borgo di Soriano nel Cimino ai link http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/soriano-nel-cimino-un-balcone-tra-i-monti_5778.htmhttp://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/soriano-nel-cimino-e-il-posto-piu-vicino-al-paradiso_5834.htm ).

Soriano nel Cimino dal treno

La Tuscia è ricca di castelli, e dopo che la nostra vista ha abbandonato  la grande rocca duecentesca e superato la stazione, oramai a richiesta di Vallerano, ci siamo diretti verso la vicina Vignanello, dove sappiano esistere uno dei più begli esempi di architettura del ‘500.

Quando si arriva nel piccolo paese tra i monti, si scorgono per primi gli alti e caratteristici palazzi in tufo, posti l’uno dopo l’altro lungo la lunga via in discesa che lo attraversa.

Alla stazione, c’era un gran numero di ragazzi. Era sabato pomeriggio, e si notava il tipico atteggiamento di chi sa che il giorno dopo sarà libero dall’onere che la scuola reca con sé.

Il treno, pian piano, è ripartito. Alla nostra destra, poche decine di metri dopo, si è svelato, nella sua magnificenza il Castello Ruspoli, cui appartengono dei giardini in stile rinascimentale tra i più belli e famosi della nazione.

La sue radici affondano nella metà del IX secolo, quando il borgo era parte dello Stato Pontificio e Papa Leone IV si affaccendò affinché fossero apportati sostanziali cambiamenti, i quali lo trasformarono in un convento benedettino.

Un susseguirsi di fasti, che passano per le tante famiglie nobili del Rinascimento e oltre, ci conducono fino ad oggi, a un bellissimo maniero su cui cresce, rigogliosa un’edera rossa, che ne ravviva il colore della pietra.

Uscendo dal paese, ci si inoltra per terreni abbastanza pianeggianti, in cui è intensa la coltivazione dei noccioli. (Il borgo di Vignanello al link http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/laria-antica-di-vignanello_6120.htm )

Il Castello Ruspoli di Vignanello

Siamo arrivati a Corchiano. La fermata pare essere fuori dal mondo e dal tempo. Un ragazzo pettinato e abbigliato in maniera alternativa, è salito sul treno. Me lo sono immaginato dirigersi a Roma, magari verso uno dei quartieri in cui prediligono vivere gli studenti fuori sede, forse a San Lorenzo, dove forte si percepisce lo scontento dei giovani.

Prima della successiva stazione, l’orizzonte si fa più ampio. Una distesa brillante d’erba si muove come un tappeto ondeggiante verso il gigante più prossimo, il Monte Soratte. Soltanto qualche albero, dalla chioma piena e schiacciata, interrompe la geometria del terreno. (Il borgo di Corchiano al link (http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/il-grido-della-natura-che-avvolge-corchiano-e-la-rocca-che-non-ce-piu_7225.htm )

Stazione di Corchiano

Alla stazione di Fabrica di Roma, popoloso paese alle pendici dei Cimini, è salito un sacerdote, ed è sceso il ragazzo alternativo. Lo avevo immaginato pronto per un lungo viaggio invece,  probabilmente, stava soltanto andando a passare del tempo con i suoi amici o la sua ragazza.

Il convoglio si è mosso di nuovo, non appena due signori anziani si sono seduti. La sosta successiva sarebbe stata presso uno dei centri magici della nostra provincia.

L’abbiamo visitata in un tiepido dopo pranzo domenicale d’autunno, e siamo rimasti particolarmente colpiti dall’armonia di quel luogo a noi sconosciuto per troppi anni. (Il borgo di Fabrica di Roma al link http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/fabrica-di-roma-un-castello-austero-un-meraviglioso-affresco-e-tanta-storia_6270.htm )

La parte moderna di Faleri, l’abbiamo attraversata distrattamente, mentre l’area in cui sorgeva l’antico abitato, abbiamo amato scandagliarla con lentezza. Ogni pietra e ogni filo d’erba ha contribuito a riempire il nostro pomeriggio.

La stazioncina di Faleri sorge come una piccola cattedrale nel deserto, nonostante la distanza dal centro abitato non sia rilevante; l’immagine che restituisce, però, è quella di un’entità del tutto distaccata dal resto della frazione.

Da quell’ultima fermata, la fine del viaggio è vicina. (Il borgo di Falerii Novi al link http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/falerii-novi-e-una-citta-ancora-da-scoprire_6309.htm )

Stazione di Falerii Novi

Catalano, zona industriale poco distante da Civita Castellana. Non un bel biglietto da visita per chi giunge nella bella cittadina falisca. Anonima, come tutte le periferie sanno essere.

Siamo scesi, con le gambe piuttosto stanche. Non siamo abituati ai treni.

Abbiamo percorso le due lunghe vie che portano al paese a passi molto veloci, non avevamo troppo tempo per compiere la nostra, ancora una volta, breve esplorazione. Fuori al centro commerciale una vasta rappresentanza della gioventù civitonica, anch’essi felici del loro sabato pomeriggio.

Ci siamo immessi su Viale Repubblica. Le vetrine dei negozi erano ancora abbassate, ai tavoli dei bar, diverse persone che si godevano quella primavera tardiva.

Ho iniziato a camminare in maniera ancor più sostenuta per raggiungere, stavolta a piedi, il Ponte Clementino.

Mi sono appoggiata al parapetto, e ho sorriso alla semplice ma intensa esperienza, che avevo appena vissuto. (Il borgo di Civita Castellana ai link http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/la-civitas-sul-tufo-rosso-civita-castellana-parte-prima_7262.htm  http://www.viterbox.it/rubriche/borghi_7/la-civitas-sul-tufo-rosso-civita-castellana-parte-seconda_7298.htm )

Il Ponte Clementino a Civita Castellana

In appendice a questo racconto, mi piace ricordare il progetto dell’Associazione Viterbo Civica cui si appoggia la testata online con cui collaboro, e curo, oramai da tre anni.

“Il treno degli artisti”, così mi venne presentato. Quattro vagoni, quattro rappresentazioni itineranti. Un viaggio a tema, artisti che si spostano tra una carrozza e l’altra e passeggeri seduti che, invece, senza spostarsi, assistono a quattro brevi e diversi spettacoli.

Un sogno non ancora realizzato ma che, con un po’ di buona volontà, potrebbe diventare una positiva realtà.

 

Fonte: viterbox

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