Certe volte penso che sarei dovuta nascere almeno vent’anni prima. Mi sarei goduta appieno gli anni della “rivoluzione”. Nonostante il mio aspetto, che di certo non dichiara nulla di poco conformista, il mio animo lo è. E anche parecchio.

Se fossi nata vent’anni prima, superata l’età acerba, mi sarei fatta crescere i capelli fino al punto vita, e li avrei adornati con una coroncina di fiori in stoffa. Avrei scelto, per abbigliarmi, gonnelloni in tela indiana o pantaloni a zampa. Poi, avrei abbinato a essi delle bluse coloratissime e corte impreziosite da lunghe e vistose collane.

“My sweet Lord”, di George Harrison, ecco quale sarebbe stata la colonna sonora che mi avrebbe accompagnata. Ma non si può scegliere quando nascere. Oppure ci si potrebbe improvvisare artisti di strada a Calcata, come quelli che ho visto  intrattenere un nutrito e festante pubblico durante una calda domenica di giugno.

Calcata Vecchia

Se ci fosse stato il mare, e non avessi sentito il peso delle mura, oramai millenarie, che ci stringevano, avrei pensato di trovarmi a Capri. La folla riempiva i vicoli e la piazzetta, graziosa proprio come quella dell’isola campana.

Eppure, a metà degli anni ’30 il borgo venne dichiarato inagibile e fu abbandonato per circa trent’anni, fino a metà del ’60, quando una piccola comunità formata da personaggi abituati a vivere al di fuori degli schemi decise di stabilirvisi. Questo è il motivo per cui Calcata è nota anche come il paese degli artisti e degli hippie.

Un borgo sospeso nel tempo e lontano dalla città, in cui questi trovarono, e trovano, la loro dimora ideale.

A Calcata siamo arrivati passando per la provincia di Roma. Ce la siamo trovata sulla destra, arroccata sull’alta rupe tufacea che svetta nella Valle del Treja.

Il sole stava scendendo, e i tetti dei vecchi edifici di Calcata Vecchia sembravano delle lastre di rame. Ci siamo più volte fermati per cogliere un’immagine suggestiva, ma le foto scattate non restituivano le emozioni che stavamo provando.

Un agglomerato di mura, mattoni e tegole, come fosse un quadro la cui cornice si componeva di arbusti e cielo: ecco come ci è apparso il paese.

Non c’era vento, era assente quella corrente che, soffiando tra le strette vie e insinuandosi tra gli antichi edifici, risuona come fosse il canto delle streghe.

Mentre ci dirigevamo verso il borgo vecchio, abbiamo notato un antico cartello in metallo blu che riportava la denominazione del paese. Era affisso alla parete laterale, realizzata con mattoni in tufo, di una casa. Sulla facciata un lampione dalle  fattezze antiquate.

Nella piazzetta che prelude alla porta, si affacciano alcune attività di ristorazione, tra cui un bar e una trattoria. Poco più in alto, un altro bar, la cui terrazza dà sulla valle e sul borgo.

Porta d’ingresso al borgo vecchio

Ci siamo così incamminati verso l’alta porta d’ingresso al paese, sormontata da uno stemma e da una torre merlata. Una via in salita, stretta tra  alte pareti in mattoni, ci ha condotti alla piazzetta su cui abbiamo trovato i tre uomini e la donna che allietavano i turisti. Su una panchina poco distante da essi, una bellissima bambina, che il linguaggio comune connoterebbe “alternativa”, ritraeva il paesaggio. Lo stile adottato, era quello classico dell’artista: testa inclinata dal lato della mano che reggeva la matita e una lunga chioma liscia che le accarezzava le gambe.

Mentre i nostri piedi scivolavano con lentezza sulle pietre di fiume, prelevate dal letto del vicino Treja, che compongono la pavimentazione, ci siamo ritrovati a pensare alla storia di questo borgo e a quella dei dintorni  selvaggi che sembrano ancora inesplorati o, almeno, ci farebbe piacere che lo fossero.

In base alle testimonianze rinvenute nel territorio, si sono rilevate tracce di presenza umana risalenti ai tempi preistorici. Nella vicina altura di Narce, situata all’interno del Parco del Treja, esisteva l’antica città omonima, ritenuta uno dei centri principali del territorio. Grazie agli scavi effettuati, sono stati scoperti reperti appartenenti alle fasi più remote della civiltà etrusco-falisca: si parla addirittura di dieci secoli prima di Cristo.

L’area presenta numerosi resti, ora avvolti dalla rigogliosa vegetazione. Vi sono, difatti, un gran numero di tombe e strade scavate nel tufo rosso, ruderi di edifici e templi.

La città di Narce, come il resto del territorio, subì la conquista da parte dei Romani a partire dalla metà del IV sec. a.C.

In quell’epoca ci fu una forte espansione, dovuta alla particolare fertilità del terreno cui seguì la costruzione di molte ville rurali e piccole fattorie, che sembrerebbero costituire il primo nucleo del borgo di Calcata, il cui nome apparve per la prima volta in un documento databile alla fine dell’ VIII secolo, quando Adriano I sedeva sul soglio di Pietro.

Sempre in quel periodo venivano realizzate le domuscultae, simili a moderne aziende agricole, che assicuravano l’approvvigionamento di Roma. In una di queste, posseduta da Adriano I, era compresa una fattoria denominato proprio Calcata.

Palazzo degli Anguillara

Nel borgo dominarono a lungo gli Anguillara, protagonisti della vita dei paesi limitrofi e oltre.  Sulla piazza principale del paesino, Piazza Umberto I, sorge proprio Palazzo Anguillara, costruito nell’anno mille e in cui la famiglia risiedette a lungo. Oggi, restaurato dall’architetto Paolo Portoghesi, uno degli ospiti più illustri del borgo, ospita eventi, mentre in un passato non troppo recente, era la sede della scuola e degli uffici postali.

Questa piccola città sullo sperone in tufo, è citata nell’inventario dei beni di Francesca D’Anguillara, datato 1363. Nei quattro secoli che seguirono, Calcata fu oggetto di scambi tra i Sinibaldi e gli Anguillara.

Nell’anno 1828 divenne parte del Ducato di Rignano, in cui dominava la Famiglia Massimo, nel ‘900, invece, della famiglia Ferrauti, che furono i fattori dei Massimo.

A dire il vero, i nostri pensieri si sono rivolti alle vicende storiche soltanto per pochi minuti. Quando ci si sposta per le vie di quella che, da alcuni, viene definita una fortezza medioevale, la mente si concentra sull’aspetto pittoresco e sulla cura, che oserei definire con un ossimoro, falsamente trascurata.

A ogni piccola strada appartiene una peculiarità, che sia una bottega artigianale, il laboratorio di un artista un po’ sopra alle righe, un locale pittoresco, un affittacamere o un affaccio sulla verde vallata che toglie il fiato.

Case affacciate sulla rupe

Sono un’impulsiva, e spesso ne pago le conseguenze. Anche se cerco di reprimermi, compio comunque l’azione che ho pensato all’inizio, soltanto con un po’ di ritardo.

Non amo attendere, né farmi attendere. Questa è la ragione per cui sono stata attratta dalla prima insegna che mi è apparsa dinanzi agli occhi.

“Sala dei 201 the”, non ricordo se fosse scritto su legno o maiolica, so soltanto che sono stata rapita e affascinata dal fatto che avrei gustato un the affacciandomi su una delle valli più affascinanti del Lazio.

Il vicolo corre in discesa, frettoloso e sconnesso. Alla nostra sinistra abbiamo notato una porticina alla quale, per accedervi, era necessario salire tre scalini. L’interno, in stile chabby chic, rallegrato da diversi colori pastello, presentava un piccolo bancone e un mobilio che sapeva di casa e di locale al contempo, sulle mensole tante teiere in ceramica dalle forme più varie.

Abbiamo chiesto un tavolo, e la cameriera ci ha indicato una ripida scala in legno per mezzo della quale abbiamo raggiunto la piccola terrazza  di cui si accennava. Di lì, il panorama è coinvolgente. Macchie di verde che sfumano fino all’azzurro del cielo che andava scurendosi a causa del calar del sole al di dietro della rupe opposta.

Abbiamo ordinato due the, uno bianco, caldo e con note orientali, e uno freddo, in cui si percepiva il sapore acerbo della frutta. Ad accompagnare una squisita torta alle mele, in cui la cannella mi ricordava il periodo in cui a cena mangiavo soltanto una mela, naturalmente aromatizzata con la preziosa spezia color terra.

Terrazza della Sala da The

Ci siamo lasciati accarezzare dalla brezza che, gentilmente, spirava. In modo svogliato, ce ne siamo andati ad ammirare il resto del borgo che caldamente ci attendeva. Porte in legno colorate, come quelle che tanti anni prima avevo visto socchiudersi nell’isola di Malta, dove lo stile e le tradizioni, anglosassoni, si mescolano alla solarità mediterranea, andavano a ravvivare le uniformi pareti in tufo. Allegri cartelli annunciavano la presenza di strutture ricettive, dove alcuni fortunati hanno l’onore di alloggiare. Molte di queste casine sembrano esser state direttamente scavate all’interno della roccia. Balconcini naturali adornati di fiori rallegrano il già fausto paesaggio.

Ci siamo spinti in tutte le direzioni, sedendoci sui parapetti ad ammirare la natura che, da millenni, è padrona incontrastata del territorio. Essa non è stata sconfitta né dai Romani, né dai Barbari, né dai battaglioni degli eserciti francesi che le si sono avvicinati più di una volta.

Calcata ci ha veramente toccato l’anima, tanto da immaginarla in veste seriosa durante le lunghe giornate feriali. L’abbiamo vista semideserta, popolata dai suoi neanche cinquanta, e affezionati, abitanti. L’abbiamo osservata con i locali chiusi, con una solitaria e loquace artista che dipingeva in mezzo alla via. Ne abbiamo riconosciuto i rumori, e tra questi, il più fresco, quello dello scorrere del torrente nella forra.

Interno della Chiesa del SS Nome di Gesù

Abbiamo immaginato la sua chiesa che sa d’incenso all’ora del vespro. Ne siamo andati a cercare la storia, per comprendere quali mani ci avessero lavorato nel corso dei secoli e abbiamo scoperto che la Chiesa del SS. Nome di Gesù, risalente al  XIV secolo,  fu  ristrutturata nel 1793 per volere della Famiglia Sinibaldi. La chiesa è a navata unica e presenta un soffitto a capriate lignee. Gli elementi più rilevanti sono  un fonte battesimale, un’acquasantiera del XVI secolo, un tabernacolo a muro. E’ possibile ammirare, inoltre, un ciclo pittorico di “Storie del Cristo”.

Una leggenda aleggia tra le mura rinascimentali del tempio sacro. Protagonista della storia sarebbe il prepuzio di Gesù il quale, recisogli a otto giorni dalla nascita, venne conservato con estrema cura da sua madre, Maria.

Fino all’Alto Medioevo non se ne ebbe alcuna notizia ma, secondo un’antica credenza, l’imperatore Carlo Magno lo ricevette in dono da un angelo e lo depose in un luogo rimasto sconosciuto dell’Urbe. Venne poi, nel 1527, il Sacco di Roma e un lanzichenecco, assoldato dall’Imperatore Carlo V, confessò in punto di morte di averlo celato in una grotta a Calcata.

Circa trent’anni dopo, il cofanetto contenente la reliquia venne ritrovato e soltanto una ragazza dal cuore e dall’animo candido riuscì a schiuderlo. Un odore, definito celestiale, si diffuse per il borgo.  In onore di questo evento, ogni primo di gennaio, e per circa quattro secoli, si è tenuta una solenne processione.

A oggi, non si sa quale fine abbia fatto la preziosa reliquia. Alcuni dicono che sia stata trafugata da due finti visitatori, altri sostengono che sia stata nascosta negli ambienti parrocchiali perché ritenuta imbarazzante.

Esterno della Chiesa e orologio

Usciti dalla chiesa, abbiamo notato l’orologio, romanticamente scolorito e il Granarone, in origine chiamato Monte Frumentario. L’antico granaio, venne costruito nel 1632 e rimase attivo fino al 1950. Ridotto in rovina, e prossimo al crollo, venne restaurato da una magnanima olandese.

Ce ne siamo andati via da Calcata seguendo le note di quel gruppo musicale che ci aveva accolti al nostro arrivo. Ho pensato ancora una volta a quanto mi sarebbe piaciuto danzare a piedi nudi su quelle pietre di fiume mentre, con le braccia alzate, avrei scosso un tamburello e, a occhi socchiusi, avrei pensato all’emozione di vivere in quel magnifico borgo in appoggiato da secoli su un’alta rupe in tufo.

Anche se il mio animo zingaro non mi avrebbe permesso di restarci per sempre.

La piazzetta e il gruppo Hippy

 

Fonte: viterbox

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