Fausto Ricci 1892-1964  baritono.

Fausto Ricci, “come ricorda la figlia Gloria Maria”, da ragazzo aiutava il padre nell’impresa edile come stuccatore. La sua voce imberbe ma robusta venne per caso ascoltata da Francesco Marconi, un affermato tenore di quel tempo, che lo avviò allo studio dalla contessa Giuseppina Vitali-Augusti di Roma.

Nel 1916 dopo aver interpretato Carlo V nell’Ernani di Verdi al “Nazionale” di Roma, Fausto Ricci approdò nello stesso anno al teatro “Costanzi” nelle vesti di Amonasro dell’Aida.

Il successo fu strepitoso.

La sua voce era squillante e potente ed ebbe autorevoli estimatori fra cui Arturo Toscanini che di lui disse: “Ricci ha una voce grandiosa e di una bellezza incomparabile”, Apprezzato da Mattia Battistini, Titta Ruffo e anche da Enrico Caruso che lo ascoltò nei primi esordi.

Apprezzamenti vennero anche da Mascagni e Serafini

Dopo la prima guerra mondiale, rientrato dal fronte, fu chiamato nel 1918 alla Scala di Milano per il Mosé di Rossini e subito dopo per Aida e Andrea Chenier.

Fausto Ricci non lasciava nulla al caso, poiché curava molto la recitazione aiutato dai consigli di talenti come Zacconi e Ruggeri di cui era diventato amico. Sulla scena era a dir poco dominante, maestoso, inoltre con una voce ineguagliabile! Una voce che molti a quel tempo non esitarono a definire “la più bella del mondo”.

Nel 1919 Ricci sarà alla “Pergola” di Firenze (Traviata) e al “Teatro Nuovo” di Verona (Lohengrin), poi il “San Carlo” di Napoli, il “Comunale” di Bologna, il “Regio” di Torino, il “Massimo” di Palermo.

Nella sua città natale, Viterbo sempre nel 1919, debutterà al Teatro dell’Unione” con il Faust.

L’anno dopo sarà a Bergamo poi a Siena.

Ancora a Viterbo in un concerto per beneficienza nel 1924 e nel 1938 in Piazza del Plebiscito. “Il Giornale d’Italia” di quel 3 settembre scriverà “….egli seppe commuovere e affascinare la folla che gremiva la piazza, scatenando alla fine applausi entusiastici”. Torna all’”Unione” di Viterbo nel 1939 per la Forza del Destino. E’ in questa occasione che riceve l’apprezzamento più gradito e più ruspante. Dalla galleria del teatro vola al suo indirizzo, in dialetto locale, la colorita esclamazione “Ammazzete che pornelle”.

Chiamato all’estero, cantò nei principali teatri d’Europa (Vienna, Berlino, Madrid, Londra) e dal 1924 al 1927 in quelli dell’America Latina tra cui il prestigioso “Colòn” di Buenos Aires, dove interpretò Marcello nella Bohéme di Puccini.

Nella capitale argentina si esibì anche per festeggiare il volo transoceanico di Francesco De Pinedo. Un critico musicale argentino scriverà “…di fronte alla voce di Ricci, quella degli altri cantanti non è adatta neppure a chiamare un taxi all’uscita del teatro”.

Ricci non amava le opere comiche e per questo non ha mai voluto cantare nel Barbiere di Siviglia. Preferiva le parti forti e drammatiche come quelle di Verdi. . “Chi ha più polvere spari” avrebbe detto al soprano Lina Pagliughi dietro le quinte, prima di entrare in scena.

Una volta gli accadde di sopraffare volutamente un’altra voce. Raccontava che durante una Traviata a Berlino, il soprano (una finlandese) cercava di stancarlo obbligandolo a fare molti giri sul palcoscenico; allora in un duetto sfoderò un tale acuto da sopraffare la malcapitata rivale.

Ricci era un bell’uomo e quindi molto amato dalle donne. Una volta fu assalito da una focosa principessa tedesca proprio davanti alla moglie e per salvare la pace di casa non trovò di meglio che fare in fretta le presentazioni. Così il suo “Bitte meine Frau” mise subito all’angolo l’aitante nobildonna. Fu uno spirito libero, ribelle a ogni sopruso e per questo poco gradito al regime fascista.

L’etichetta di antifascista gli cadde però addosso per caso, in seguito al diverbio con un impresario che voleva imporgli un contratto capestro. Al suo rifiuto, come per vendetta, gli fu affibbiato il marchio di nemico del regime. Un giorno il baritono Fausto Ricci stava percorrendo insieme alla famiglia la Via Cassia quando all’altezza della località Le Farine furono bloccati dalle SS che, scese dalle camionette e con i mitra spianati, urlano: “Noi cercare baritono Ricci, lui amico Partigiani, dove essere Ricci!”

A quel punto Fausto Ricci scese dalla macchina e si presentò dicendo loro: “Sono io Fausto Ricci!” Ma i tedeschi non gli credettero, lui, però, aveva in tasca un lasciapassare che non lasciava spazio a dubbi.

Estrasse dalla tasca un invito da parte del maresciallo Kesserling, che lo convocava a Roma per un concerto che lui avrebbe dovuto tenere per le forze armate.

Mostrò l’invito all’ufficiale, il quale lo fece leggere all’interprete, ma entrambi erano incerti, anzi aggiunsero che, lui non era il baritono che stavano cercando e che, per il fatto di aver mentito, lo avrebbero fucilato all’istante.

Nonostante l’emozione del momento, intonò a gran voce il suo cavallo di battaglia, quel “Nemico della Patria” (dall’Andrea Chenier di Giordano) che proprio in Germania gli aveva creato tanta popolarità, attribuendogli finanche il titolo di “cantante di Dio”.

E questo bastò per chiarire l’equivoco.

La sua discografia non è assortita ma di grande qualità.

I suoi vinili sono molto ricercati dai melomani. Ha prestato la voce al film “Fiori senza primavera” (1938) ispirato alla vita di Johann Strauss..

Fausto Ricci ci ha lasciato anche un volumetto abbastanza prezioso dal titolo “Come si canta”. Nell’ultima stagione della sua vita dirigeva a Viterbo una scuola di canto per indirizzare i giovani allo studio della lirica “.la musica, diceva, è la voce dell’umanità, per l’elevazione e l’affratellamento di tutti i popoli…”.

Sarà in una delle tante lezioni tenute dal suo grande papà, che Gloria farà la conoscenza del tenore italoamericano Ido Mencotti diventato poi, suo marito.

Rosanna De Marchi

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