“Non riesco a capire perché gli uomini che sanno del bene e del male possano odiarsi ed uccidersi l’un l’altro.”

La mente umana si rivela essere, spesso, un universo intricato di sensazioni e ricordi ben precisi.

Momenti felici e angoscianti la popolano, rendendoci capaci di vedere scenari invisibili a occhi estranei, per poi concretizzarli.

Tuttavia, cosa accade quando, a causa di un destino avverso, la mente viene popolata solo di orrore?

Nel caso di Mary Shelley, si scrive un capolavoro.

Nata da genitori letterati, Mary (Londra 30 Agosto 1797 – Londra 1 Febbraio 1851) conosce sin da subito il tragico avvenire umano, perdendo la madre, la filosofa antesignana del femminismo Mary Wollstonecraft, solo pochi giorni dopo la nascita.

Venne cresciuta dal padre, il filosofo e politico anarchico-comunista William Godwin, assieme alla sorellastra Fanny.

“Entra nella casa del lutto, mio amico, ma con gentilezza ed affetto per coloro che ti amano, e non con odio verso i tuoi nemici.”

La morte della madre appariva, all’interno del mondo di Mary, come un ricordo sbiadito, quando, nel 1814, si innamorò di colui che sarebbe diventato il suo compagno di sventure; il poeta Percy Bysshe Shelley.

Entrambi fuggirono in Francia con l’intento di coronare un amore complicato (Lui, infatti, era già sposato), ma, purtroppo, il fato non mancò di far prevalere il proprio volere sulla coppia, strappando via dal mondo la vita della loro primogenita, negando loro persino il tempo necessario a darle un nome.

Un unico momento “fortunato” può essere individuato nel suicidio della prima moglie di Percy, evento che permise alla coppia di sposarsi, per poi dare alla luce altri due pargoli.

Tornati in Inghilterra a causa di difficoltà economiche, i coniugi Shelley decisero di trascorrere un’intera estate in compagnia di altri poeti, tra cui il celebre Lord Byron.

“Ricordati che io ho potere; tu credi di essere infelice, ma io posso renderti cosi disgraziato che la luce del giorno sarà odiosa ai tuoi occhi. Tu sei il mio creatore, ma io sono il tuo padrone; obbedisci!”

Fu proprio durante quell’estate del 1816 che, grazie ad una semplice sfida letteraria, la scrittrice Mary Shelley incomincia a ricercare i tasselli di un mosaico macchiato dal lutto per poi, come solo un’anima sofferente può fare, comporre uno dei romanzi più amati della storia: “Frankenstein, o il moderno Prometeo”.

Scrivere di uomini e di morte è una magra consolazione per chi, come lei, vive nel timore di una perdita inevitabile.

“Cosa può fermare il cuore determinato e la risoluta volontà dell’uomo?”

È il 1818 quando la famiglia Shelley viaggia alla volta dell’Italia, dove la nascita di un quarto figlio viene pagata con la vita dei due precedenti. Mary da alla luce il piccolo Percy Florence, ma perde Clara e William.

Proprio come il geniale dottore del proprio romanzo, Mary si trova privata della quasi totalità della sua famiglia e, in continua lotta col destino, dopo la morte per affogamento del marito, avvenuta nel 1822, si dedica alla propria attività di scrittrice assiduamente, con il solo scopo di prendersi cura dell’ultima persona a lei cara rimasta, il piccolo Percy.

Mary smise di soffrire nel 1851, probabilmente a causa di un tumore, lasciando al mondo alcuni dei romanzi storici e futuristici più brillanti mai composti, tra cui un pilastro della letteratura gotica.

Un libro che tratta di temi a lei cari: Vita, amore e, sfortunatamente, Morte.

“Quanto sono mutevoli i nostri sentimenti, e quanto strano è quell’amore appiccicoso che abbiamo della vita anche quando siamo estremamente infelici.”

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