Ho sempre pensato al tufo come a un materiale povero. Da bambina, mi capitava spesso di girare per i paesi della provincia, e ciò che più mi rimaneva impresso erano le case appena fuori il centro storico.

In genere abitazioni poco rifinite, i cui muri, per l’appunto in tufo, davano l’impressione di essere stati posati con l’intenzione di costituire soltanto l’anima della struttura. Chissà, magari i proprietari non avevano abbastanza denaro per ultimare la propria dimora oppure, semplicemente, si accontentavano.

Girando, mi sono ricreduta.  Il tufo, oltre ad essere una pietra capace di resistere nei secoli, è anche bello. E’ probabile che l’apprezzamento estetico sia alimentato da ragioni  affettive, visto che la nostra zona ne è pervasa.

A Nepi mi ha colpita un grande edificio, di diversi piani, che poi ho capito essere una scuola, completamente in tufo. L’impatto visivo, anche a causa dell’inclinazione del sole che, nel tardo pomeriggio gli donava una colorazione di poco diversa dall’oro, è stato estremamente gradevole.

Ma la vera sorpresa, è arrivata nel momento in cui siamo giunti nel grande spazio in cui è situato il Palazzo Comunale, all’interno del quale si amministra il comune in cui risiedono oltre 9500 persone.

Palazzo Comunale di Nepi

La grande piazza, gradevolissima all’occhio, si chiude attorno al palazzo; ambedue vennero realizzate seguendo il progetto di Antonio da Sangallo il Giovane.

La piazza, come evidenzia il poliedrico Leon Battista Alberti, a metà del XV secolo, nel suo trattato di architettura “De re aedificatoria”,  doveva assurgere a luogo rappresentativo di dignità e incarnava le radici di una città e della civiltà che la popolava.

Fu nella metà del secolo successivo che il luogo di cui stiamo parlando prese la sua definitiva forma. Seguendo la teoria dell’architetto, la sobrietà e la linearità che la caratterizza, sono in grado di imprimere in coloro che vi si trovano immersi, delle certezze. O, almeno, questo è ciò che ha provocato in me. Ho sperimentato un bello che non turba, ma completa.

Era pomeriggio inoltrato di un giorno feriale, e la grande porta d’ingresso era oramai serrata.

Prima di soffermarci sull’interessante facciata, ci siamo introdotti all’interno del portico che si apre grazie a quattro grandi archi, posti a fianco di un ulteriore e centrale arco murato su cui poggia la monumentale fontana, realizzata dallo stesso architetto che terminò e rese fruibile l’acquedotto, Filippo Barigioni. La data di posa della fontana è la medesima che segna il termine della grande opera idraulica, il 1727.

All’interno del portico, abbiamo notato una nutrita serie di pezzi interessanti, tra cui diverse epigrafi di origine romana.

All’esterno, il palazzo, è bellissimo, elegante e slanciato, anche per merito del campanile a vela che lo sovrasta.

La parte inferiore, così come le cornici delle finestre, gli stipiti e la balaustra che sovrasta l’edificio, sono  costituiti da blocchi in peperino, mentre la facciata è intonacata color giallo ocra con sofisticate rifiniture bianche. Il balconcino di rappresentanza centrale, all’interno del quale sventolano la bandiera italiana e quella europea, è delimitato da una ringhiera in ferro battuto.

Fontana e balconcino del Palazzo Comunale

Nei secoli precedenti la sua edificazione, la sede del palazzo municipale era collocata in un altro luogo, la vecchia Piazza Santa Maria, oggi Largo Verdi. In epoca medioevale, questa, rappresentava il punto di confluenza delle vie di maggiore importanza e quello da cui si dipartivano a raggiera le strade che raggiungevano i vari quartieri. Essa fu scelta anche  allo scopo di sottolineare continuità con il passato, dato che, secoli prima, qui, sorgeva il Foro Romano.

Nepi divenne libero comune nel 1131, come testimonia l’epigrafe posta sulla facciata del Duomo, che insiste sulla piazza stessa.

Ma fu per merito della Famiglia Farnese che la cittadina vestì abiti completamente nuovi e preziosi, degni di una sede ducale.

A partire dal 1537, epoca in cui Pierluigi Farnese regnava su Nepi, furono avviate una serie di importanti opere che delinearono un nuovo assetto: nuovi bastioni difensivi, la  Chiesa di San Tolomeo e la creazione di una più moderna rete viaria composta da strade larghe e regolari, aperte ex novo o, laddove non fosse possibile,  modificando preesistenti quartieri. Il progetto, anch’esso venne affidato al Sangallo.

In questo contesto si inserì il nuovo Palazzo del Municipio. La prima pietra del palazzo “della Comunità” fu posata il 7 dicembre del 1542. Tre anni più tardi i Farnese lasciarono la cittadina laziale alla volta del Ducato di Parma e Piacenza.

I cittadini, riconoscenti alla famiglia, che tanto aveva dato, chiesero quindi a Papa Paolo III  di restare comunque sotto la loro egida. Il Papa investì della signoria suo nipote, il Cardinale Alessandro. A palazzo, i lavori continuarono celermente e, quasi con certezza, prima della morte del pontefice, il tetto era già stato gettato.

Stavamo cercando un posto in cui consumare un pasto, godendo dell’imposizione che tanto ci aggrada, difatti al momento non era possibile sedersi all’interno dei locali e, quest’obbligo, non ci dispiace affatto.

Avevamo già adocchiato un bel localino, e la lista delle pietanze ci era sembrata varia e fuori dal comune. Ma era ancora presto. Ci siamo così spostati verso quello che ci è apparso come il cuore antico del paese: silenzioso, quieto, come la maggior parte dei centri storici della provincia, e attorniato da profonde forre.

Ci siamo spostati lungo Via Garibaldi, e ci siamo resi conto che a Nepi è grande anche il numero delle chiese.  Sfortunatamente, molte di esse erano chiuse, e così abbiamo avuto soltanto il piacere di ammirarle dal di fuori.

Chiese di San Bernardo e di San Tolomeo

Alcuni ragazzi erano fermi a chiacchierare al di sotto delle chiome dei grandi alberi che rendono ombrosa la piazza su cui troneggia, e ne rappresenta il termine, la Chiesa di San Bernardo. Date le forme somiglianti a quelle di un elegante stabile civile, e insolite le finestre chiuse da persiane tinteggiate dello stesso colore della facciata, l’avevamo scambiata per altro. Nessuna indicazione precisava davanti a quale edificio ci trovassimo.

Ci siamo aiutati con l’oramai indispensabile internet, e siamo andati alla ricerca della storia di questa particolare chiesa, che abbiamo saputo essere annessa al monastero omonimo.

La posizione occupata, corrisponde all’estremità orientale dello sperone tufaceo su cui sorge l’abitato. Fino al XV secolo, nello stesso luogo si pensa sia esistita una chiesa dedicata a San Pancrazio. In seguito l’edificio ospitò la Confraternita della Madonna dell’Immagine.

Fu nel 1560 che iniziarono i lavori  volti alla costruzione del complesso religioso; essi  ebbero termine nel 1616 e, dopo due anni, arrivarono le monache cistercensi provenienti da Roma.

La comunità monastica claustrale è rimasta attiva fino a una ventina di anni fa, quando ha fatto ritorno nella capitale.

Andando nuovamente verso la bella Piazza del Comune e seguendo la via che avevamo percorso all’andata, ci siamo trovati di fronte alla cupola della Chiesa di San Tolomeo, che notammo durante il bellissimo pomeriggio in cui avevamo visitato quello che ci è sembrato uno dei luoghi più spirituali della Tuscia, la vicina Castel Sant’Elia.

La chiesa sorse successivamente alla demolizione, avvenuta nel 1540, dell’omonimo tempio sacro che sorgeva presso la catacomba. Fu inizialmente progettata da Antonio da Sangallo il Giovane.  I lavori iniziarono nel 1543 e furono sospesi in seguito  alla partenza da Nepi di Pier Luigi Farnese.

La costruzione riprese oltre quarant’anni dopo e terminò nel 1606. L’edificio realizzato, apparve molto diverso da quello che era stato inizialmente progettato. La chiesa fu poi ristrutturata nella seconda metà dell’ ‘800.

Chiese di San Pietro e di San Vito

Percorrendo la via centrale e i vicoli laterali, ci siamo imbattuti in diversi altri edifici religiosi, tra cui la Chiesa di San Silvestro, o del Carmine, di origine quattrocentesca, a cui fece apportare modifiche il Duca Fabrizio della famiglia Orsini, la minuscola e antica Chiesa di San Vito, contenente affreschi databili al XIII secolo, nonostante sia stata menzionata in un documento storico soltanto duecento anni dopo. Sulla facciata, al di sopra del portale, una finestrella con gli stipiti in peperino come la cornice della porta.

Al suo esterno, una piazzetta pavimentata col selciato. Di lato, come a formare un angolo retto, due panchine su cui, in quel momento non era seduto nessuno; di fronte ad esse, alcuni vasi, curati probabilmente dagli abitanti.

La Chiesa di San Pietro, invece, ci ha colpiti per la sua particolare collocazione, quasi a volersi celare dietro gli  edifici che la fiancheggiano e  ne limitano la visuale. La facciata, certamente poco curata,  presenta due colonne con capitello che sembrano voler proteggere il portale d’ingresso.

L’edificio sacro, venne consacrato nel 1465, anche se si pensa che esistesse  già nel XIII secolo. Al tempo erano presenti i Padri Agostiniani e, a causa del nuovo volto che assunse la città per merito dei  Farnese, variarono  l’assetto, spostandolo  da est-ovest a nord-sud. Di  conseguenza,  la chiesa preesistente subì importanti cambiamenti.

Duomo di Nepi

Allontanandoci ancora un po’ dal Comune, siamo giunti nella piazza di forma longitudinale che ospita il celebre Duomo di Nepi. La percezione che si ha all’impatto, è quella di avere a che fare con un edificio che ha visto scorrere secoli e secoli di storia e di vicende umane.

Quando mi trovo di fronte a queste testimonianze di vita, non riesco a non pensare a quante anime si siano rivolte a esse, o di quanti momenti importanti sia stata scenografia naturale.

La religione, fino a non troppi anni fa, occupava una posizione veramente  rilevante e condizionava le scelte e gli stili di vita delle persone molto più di quanto non faccia oggi. Lo svolgimento delle celebrazioni era un appuntamento imperdibile per ciascun fedele e, se vogliamo, per alcuni, anche un’occasione sociale.

Il Duomo di Nepi, nella sua lunghissima storia, di fedeli, deve averne visti passare davvero parecchi.

La parte più affascinante è il portico, che vide la luce alla fine del 1400, con forme e dimensioni diverse rispetto a quelle attuali. Nel XIX secolo venne restaurato e alcuni fornici furono eliminalti, mantenendo soltanto quelli dell’ingresso principale.

Alle pareti sono incastonati diversi frammenti marmorei appartenenti a  varie epoche, tra questi lapidi e resti di pavimento cosmatesco, un cippo di epoca romana e un sarcofago, anch’esso romano. L’elemento più rilevante che ci è apparso, è l’epigrafe che riporta il primo patto comunale di Nepi, dell’anno 1131, precedentemente citata.

Secondo la tradizione, nel luogo in cui oggi sorge la Basilica di Santa Maria Assunta, ossia il Duomo di cui stiamo parlando, un tempo venne innnalzato un tempio pagano dedicato a Giove, a rafforzare la leggenda ci sarebbe la  testimonianza reale  del vicino Foro Romano. Poi, altri edifici a carattere religioso furono presenti su quell’angolo di territorio nepesino; tra questi, uno costruito attorno al V secolo che venne poi saccheggiato e distrutto durante le guerre tra Longobardi e Bizantini attorno al 570.

Rimesso in piedi nel IX secolo, venne ampliato e impreziosito tra il 1000 e il 1100, periodo in cui fu realizzata la cripta.

La Cattedrale annovera, tra le celebri presenze attive nella seconda metà del XVI secolo, quelle di San Pio V e San Carlo Borromeo, che fu Amministratore Apostolico della Diocesi di Nepi e di Sutri. Dopo diverse vicissitudini, la chiesa venne incendiata dalle truppe di Napoleone nel dicembre del 1798; fu così ricostruita durante la prima metà del XIX secolo.

Non siamo riusciti a visitarla all’interno, ma ne abbiamo osservato il campanile dalle raffinate fattezze, costruito nell’anno 1511, dopo che il precedente venne distrutto.

Analizzandolo è possibile individuare tre ordini sovrapposti, di cui, il più antico, appartenente al Medioevo. Abbiamo scoperto che un tempo era presente una copertura a cuspide. Agli inizi del XIX secolo fu  abbattuta dalla forza di un fulmine, così fu realizzato il tetto che oggi vediamo.

Porta Porciana

Prima di lasciare questo bellissimo borgo, che tanta meraviglia ha scaturito in noi, abbiamo fatto un giro verso il lato meridionale della rupe tufacea su cui poggia e ci siamo ritrovati tra torri e palazzi, vicoli, piazzette e una piccola apertura, la Porta Porciana.

Sostanzialmente differente dalle monumentali porte Nica e Romana, fatte edificare dalla famiglia che decideva le sorti del luogo nel ‘500, sembra voler sorreggere una piccola parete. Aperta in epoca medioevale, è quindi più antica delle sorelle farnesiane. Di certo non è ornata né scenografica, ma apre la vista sulla natura e sulla folta vegetazione della forra.

Anche se non abbiamo avuto il tempo e la possibilità di percorrerli, dalla porta prende il via un sentiero cui è attribuito il nome della stessa e che conduce in fondo alla valle del Fosso Puzzolo, che alimenta la Cascata di Cavaterra.

Poi, ce ne siamo andati, tralasciando le ricchezze che la natura offre in quel luogo magico.

Torneremo, per esplorare sentieri e fonti e per bere le sue acque nel momento stesso in cui sgorgano dalle sorgenti. Magari, ci allungheremo fino alle Cascate del Monte Gelato, dove il fiume Treja, che nasce tra i Cimini, mostra tutta la sua foga in uno scenario che ha attratto vari registi che ne hanno fatto l’ambientazione dei propri film.

Grazie Nepi, per averci regalato un’infinità di emozioni. Ti conserveremo in un cassetto speciale della nostra mente.

La forra di Nepi

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