Ho sfidato la sorte.

No, non ho sfidato nulla, gli animali, quando sentono la vicinanza dell’uomo tendono ad allontanarsi.

Una delle mie più forti paure è quella di trovarmi di fronte a un animale selvatico che, com’è noto, mal reagisce alla presenza dell’uomo.

Negli ultimi anni i nostri boschi, e non soltanto, hanno subito l’invasione da parte dei cinghiali, a causa del sovrappopolamento degli stessi. Sono state fatte incrociare diverse specie, e quest’azione ha provocato un forte incentivo nelle nascite.

Qualche anno fa, nei boschi limitrofi alla nostra casa, incontrammo una mamma con prole. Da quel giorno, sebbene non ci sia stata alcuna conseguenza, ho faticato a inoltrarmi in essi.

In questa giornata del  2 giugno, il cielo era quasi completamente ricoperto di nubi, e nulla ispirava una passeggiata al mare. Abbiamo così deciso  di non allontanarci troppo e ci siamo “avventurati” lungo Via Respoglio.

La strada, la conosciamo bene, tanto da non far più caso ai particolari che la denotano. Al termine di essa, abbiamo svoltato in direzione Palanzana, verso l’Eremo di Sant’Antonio, e abbiamo proseguito fino a raggiungere l’innesto col sentiero di Strada Chiesuola.

Un cancello improvvisato, sembra voler impedire l’ingresso a visitatori molesti. Abbiamo allungato i nostri corpi e ci siamo introdotti nella natura urlante che contraddistingue l’affascinante Parco Naturale della Valle dell’Arcionello, che abbiamo avuto modo di visitare durante un’altra giornata di festa.

Dopo un ampio spazio, dal cui suolo spunta la superficie di pietre in peperino e da cui si ammira in tutta la sua maestosa bellezza il monte di Viterbo, la Palanzana, si apre uno stretto e ripido sentiero oramai invaso dalla lussureggiante vegetazione di fine primavera.

Abbiamo percorso per un abbondante centinaio di metri quella che è conosciuta come “Via del Calvario”, per effetto delle croci che la fiancheggiano, e abbiamo poi svoltato, altrimenti avremmo raggiunto la cima del monte.

Il sentiero percorso è più impervio e il sottobosco è ricco; di tanto in tanto, si avvertiva il leggero scricchiolio delle foglie, mosso da qualcuno dei suoi abitanti. Il nostro passo, che in alcuni punti si faceva pesante, interrompeva il delicato equilibrio sonoro naturale.

Al termine del primo tratto, dopo circa dieci minuti di discesa, si scorge un ponticello in pietra che originariamente univa in linea quasi retta l’eremo con il borgo di Bagnaia, sul quale, fino a una trentina di anni fa, alcuni audaci motociclisti osavano passare con i propri mezzi a due ruote.

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Il ponte “rotto”

Purtroppo è stato lasciato in balia del tempo e degli agenti atmosferici che lo hanno reso pericolante.

Romanticamente immerso nella vegetazione, che lascia intravedere i mattoni posati l’uno sull’altro, disegna un quadro decisamente pittoresco. Al di sotto, la forra, profonda circa dieci metri. Non c’era nessuno a farci compagnia. I rumori del bosco, ancora una volta, interpretavano la bellissima colonna sonora della giornata.

Da quel che sappiamo il ponte è stato costruito moltissimi secoli fa e, attraversando il Fosso della Palanzana, oramai in secca, costituiva un comodo passaggio per quanti volessero spostarsi seguendo la via del bosco. Ai nostri piedi, abbiamo avuto anche modo di notare resti di basolato.

Chissà in quale stato si trovava la pavimentazione quando, nel XVII secolo era calpestata da uno dei santi nati nella nostra città,  Crispino.

Secondo la tradizione, il frate cappuccino, elevato agli altari nel 1982 da Papa Giovanni Paolo II, lo attraversava quotidianamente cantando per recarsi a celebrar messa a Bagnaia, partendo dal Convento dei Cappuccini, sito ai piedi della Palanzana.

Il passaggio è oramai chiuso, e siamo stati obbligati a girare attorno ad esso effettuando un cammino più lungo. Dopo alcune centinaia di metri, dinanzi a noi si è aperto uno spiazzo, al centro del quale, attorniata dall’erba oramai alta, spicca una fontana in peperino a sette vasche, che si susseguono discendendo e seguendo l’inclinazione del terreno.

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Il fontanile della Chieusuola

Il fontanile, annesso alla chiesa verso la quale eravamo diretti, fu costruito come abbeveratoio per le greggi presenti nella zona.

Leggermente ricoperta dai muschi, ingialliti dal rialzo delle temperature, elargisce una minima quantità d’acqua. Accanto ad essa un cartello indica che è stata pulita per mano di volontari. Gli stessi, fanno appello al senso civico degli escursionisti, affinché non rendano vana la propria opera.

Ci siamo seduti sui grandi massi poco distanti dal fontanile, che paiono  poltrone di roccia poggiate lì da una grande mano misericordiosa.

Ci siamo poi di nuovo incamminati per compiere l’ultimo tratto di strada.

Alla nostra destra si innalzava una recinzione: abbiamo compreso che, di lì a poco, la nostra avventura tra i boschi sarebbe giunta al termine.

Non ci sbagliavamo. Una minuscola chiesa  in peperino era posata avanti a noi. Ci siamo avvicinati per guardarne l’interno. Un piccolo altare in marmo era affiancato da due panche in legno scuro, al di sopra di esso, un quadro di Maria col Bambino reso ancor più gentile da fiori gialli, gli stessi del vaso poggiato a terra.

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La Chiesuola

Nel piccolo portico, uno scritto racconta la storia di Bagnaia e della Chiesuola.

“ Bagnaia compare nei carteggi nell’anno 963, quando tal Leo testimonia in un atto di compravendita che interessa l’abbazia di Santa Maria della Palanzana.

Si legge che Leo è di Bangaria, che era già un centro abitato fortificato, un castrum. Nel 1019, un certo Sigfrido lascia il castello alla figlia Ropa.

Successivamente Viterbo accresce l’importanza e il valore della propria cattedra vescovile. I consoli, i giudici e il popolo viterbese tutto, donano ad esso e ai suoi successori la chiesa di santa Maria della Palanzana, le sue pertinenze e il castrum di Bagnaia. Così, il borgo e il suo territorio divengono il feudo vescovile di Bagnaia, e lo resteranno per i successivi tre secoli.

Alcuni cambiamenti si manifesteranno nel 1462, quando Pietro, vescovo di Viterbo,  dona alla compagnia dei disciplinati di Bagnaia parte di alcuni lasciti e le affida la custodia e la manutenzione dei beni della chiesa, tra cui un romitorio costruito in cima alla Palanzana. A far parte di questa storia entrano anche i frati cappuccini che, alla fine del XVI secolo, chiedono tre legni per edificare un ponte sul fosso Cavorcie.

Viene così deliberata la costruzione del ponte e la sistemazione della strada per andare da Bagnaia al proprio convento. I frati scendevano in paese per la messa, per le prediche dell’avvento e per la questua. In quelle occasioni, le famiglie facevano a gara per ospitarli.

I residenti si muovevano spesso verso il convento, e molti di essi frequentarono il noviziato. Pur non conoscendone il perché, forse per una sosta, una preghiera a Maria, o un riparo, nel 1640 i padri cappuccini innalzarono una cappella. Era il 21 di settembre ed era nata la Chiesuola.

Varie vicende interesseranno il convento e quei luoghi, nonostante la confisca da parte della Repubblica Romana, resteranno ai cappuccini”.

Grida festanti di bambini giungevano dal parco di una villa. Un segnale di rinascita, dopo i mesi mesti che hanno segnato l’autunno, l’inverno e parte della primavera.

La strada, ora asfaltata, si snodava curvilinea verso l’abitato di Bagnaia.

Prima di immetterci su Strada Romana, ci siamo idratati bevendo la fresca acqua che sgorgava dalla Fontana del Bacio, il cui nome è dovuto alle effusioni scambiate dagli innamorati che si recavano lì  durante la poggiata.

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La Fontana del Bacio

Alcune persone riempivano bottiglie con quel prezioso e sottostimato liquido. Un gesto, quello, che mi ha ricordato l’infanzia, quando capitava anche a me di compierlo, sebbene le bottiglie fossero di vetro e non di plastica.

Abbiamo percorso quella strada, per noi familiare che costeggia il parco della meraviglia manierista Villa Lante, ideata dalla mente dell’architetto Jacopo Barozzi, detto il Vignola. Abbiamo ammirato la Torre dell’Orologio, che domina Piazza XX Settembre, la “piazza” di Bagnaia.

Ci siamo inoltrati, senza rispettare un ordine logico tra i vicoli, cercando le migliori inquadrature o qualcosa che ci fosse sfuggita, nonostante la frazione sia per noi meta prossima e conosciuta.

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Villa Lante e i Giardini all’Italiana

Ci piace cercare tra le piccole cose, nonostante non disdegniamo le grandi opere come il gioiello simbolo del paesino, la Villa con i  suoi splendidi giardini all’italiana.

Siamo scesi verso il nuovo parcheggio, da cui si gode la vista della piccola stazione ferroviaria, il Palazzo Ducale o delle Logge, il lungo ponte su cui è uso passeggiare e le absidi delle chiese.

Abbiamo proseguito verso casa, percorrendo Viale Fiume, e chiudendo un cerchio che abbiamo scoperto contenere natura, storia e spiritualità.

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