Sono passati pochi giorni dal 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro.

Sono trascorsi anche pochi giorni dal venticinquesimo anniversario dell’assassinio terribile di un bambino, Giuseppe Di Matteo e arriva una notizia che scuote gli animi.

Ha lasciato il carcere dopo 25 anni, per fine pena, il boss mafioso Giovanni Brusca, 64 anni, fedelissimo del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina, che ammise di avere un ruolo nella strage di Capaci e nella morte del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Brusca è uscito da Rebibbia, a Roma, con 45 giorni di anticipo rispetto alla scadenza della condanna.

Brusca sarà sottoposto a controlli e protezione, oltre a quattro anni di libertà vigilata. Così ha deciso la Corte d’Appello di Milano.  La pena si è accorciata per la “buona condotta”.

Sono stati semplicemente applicati i benefici previsti per i collaboratori “affidabili”. Se ne era già tenuto conto nel calcolo delle condanne che complessivamente arrivano a 26 anni.

Fu l’ex boss che, il 23 maggio del 1992, azionò il telecomando che innescò la bomba della strage di Capaci. Il suo arresto risale al 1996, quando fu trovato nel suo covo in provincia di Agrigento.

Dopo alcuni anni ha iniziato a collaborare con la giustizia. Sarebbe stato scarcerato nel 2022.

I famigliari delle vittime avevano già espresso le loro preoccupazioni quando si è cominciato a parlare della scarcerazione di un boss così feroce da meritare l’appellativo di “scannacristiani”.

Maria Falcone, sorella di Giovanni, ha così commentato: “Brusca libero mi addolora ma legge va rispettata. Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che la magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso”.

“La stessa magistratura in più occasioni ha espresso dubbi sulla completezza delle sue rivelazioni, soprattutto quelle relative al patrimonio che, probabilmente, non è stato tutto confiscato: non è più il tempo di mezze verità e sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Vito, Antonio e Rocco che un uomo che si è macchiato di crimini orribili possa tornare libero a godere di ricchezze sporche di sangue”.

È giusto ricordare l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, che venne rapito il 23 novembre del 1993 da un commando di mafiosi travestiti da poliziotti, mentre lasciava il maneggio dove era andato a cavallo, sua grande passione. Gli dissero che lo avrebbero portato dal padre, che dopo la decisione di collaborare era stato trasferito in una località protetta.

«All’inizio urlava: ‘Papa’ mio, amore mio’», ha raccontato il pentito Gaspare Spatuzza in aula chiedendo perdono per l’atroce fine del bambino. «Poi l’abbiamo legato come un animale e l’abbiamo lasciato nel cassone. Lui piangeva, era terrorizzato.

Gestire la prigionia del piccolo Giuseppe, spostato in lungo e in largo tra Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta, non era facile: per questo a un certo punto, dopo avere capito che il padre non avrebbe mai ritrattato, i boss decisero di assassinarlo.

“Alliberateve de lu cagnuleddu”. Così 25 anni fa Giovanni Brusca diede l’ordine di uccidere il piccolo Giuseppe Di Matteo, neanche 15 anni. Era l’11 dicembre 1996 quando Giuseppe Monticciolo, Enzo Brusca e Vincenzo Chiodo prima strangolarono e poi sciolsero nell’acido il ragazzino.

Indebolito dalla lunghissima prigionia, Giuseppe morì subito: gli strinsero una corda attorno al collo, poi ne sciolsero il corpo nell’acido.

Il suo “assassino”, Giovanni Brusca, disse con occhi porcini senza luce: «Ho perso il conto di quelli che ho ammazzato e fatto ammazzare, comunque sono meno di duecento».

Vincenzo Chiodo raccontò i dettagli macabri e orribili di come avvenne il delitto:

«Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva.

Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente.

Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino.

Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire.»

(Vincenzo Chiodo, udienza del 28 luglio 1998)

Ora Giovanni Brusca è libero. Anche questa è l’Italia.

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