Quella domenica pomeriggio, a Nepi, il cielo sembrava essere stato dipinto col più elegante degli azzurri.

Pregiate pietre di lapislazzulo, credo fossero state frantumate e poi finemente triturate  e amalgamate all’interno di un gigantesco recipiente per ottenere una cospicua quantità di colore.

Magari lo aveva preparato proprio l’eccelso Jan Vermeer, usando lo stesso procedimento di quando dipinse il turbante di quell’angelica ragazza di cui non si conosce il nome.

A Nepi, tutto è grande: l’acquedotto, il Palazzo Municipale, quella che fu la Rocca dei Borgia, la vivace cascata appena fuori il paese, la forra che lo costeggia, la storia e l’importanza che ha avuto nel tempo.

Porta Romana, eretta nel periodo farnesiano

La vetusta Nepet (dall’etrusco nepa), nel cui nome è racchiusa l’essenza e la grande ricchezza del territorio, l’acqua, avrebbe avuto origine addirittura 458 anni prima della fondazione dell’Urbe.

Secondo la leggenda nacque per mano di Termo Laerte, al quale, mentre tracciava il pomerio, apparve una divinità, un serpente acquatico adorato dalle antiche popolazioni. La città fu, così, consacrata a esso.

In realtà, in base ai ritrovamenti effettuati, sembrerebbe che la zona fosse abitata da tempi ben più lontani, addirittura dall’Età del Bronzo.

Nepet era situata nel nord del Lazio, a settentrione rispetto al Monte Soratte e poco distante all’impenetrabile Selva Cimina. Occupava un’altura tufacea dalla forma triangolare, era protetta dalle Valli del Fosso del Ponte e del Fosso dei Salici, che si trovava al confine tra il territorio etrusco e quello falisco, oggi  sede del moderno centro abitato.

Parte monumentale dell’acquedotto nepesino

La prima e maestosa opera che si presenta alla vista del visitatore che arriva da ovest, è l’acquedotto, o meglio, la sua parte monumentale. La prima volta in cui mi sono imbattuta in esso, pensavo fosse un’edificazione romana, abituata come sono a pensare a questo tipo di opera idraulica come una quasi esclusiva prerogativa del fiero popolo che ha condotto gran parte del mondo, conosciuto al tempo, per molti secoli.

Invece, la grande costruzione, che raggiunge la lunghezza di circa tre miglia, ha una storia molto più recente. Si sa, infatti, che vennero fatti dei tentativi per portare nel centro abitato l’acqua proveniente  dalla sorgente sita in località Varano, conosciuta da tutti come “La Botte”, sin dalla metà del XVI secolo. Malauguratamente, i tentativi non andarono a buon fine, sebbene tra i professionisti chiamati all’opera, ci fosse anche il celebre Vignola. Oltre un secolo dopo, nel 1673, il Cardinal Spinola, che fu anche vescovo della città, condusse l’acqua fin sotto la cinta muraria. La difficoltà di oltrepassare il dislivello non fu superata. Soltanto nel 1727, il progetto iniziale si realizzò grazie all’intervento dell’architetto Barigioni, incaricato dal cardinale Giuseppe Renato Imperiali.

Le condutture dell’acquedotto sono prevalentemente interrate, mentre la parte cosiddetta monumentale, o degli “archi della Bottata”, che supera il profondo vallone scavato dal torrente Falisco, e che arriva a ridosso della fortificazione del Sangallo, solca il terreno mediante 36 arcate alte fino a venti metri.

Non troppo distante, uno dei simboli della città. Abbiamo percorso alcune vie dopo aver parcheggiato e, deciso di cominciare la nostra visita dall’esterno, abbiamo raggiunto un piccolo ristorante.  Ci siamo seduti al tavolo facendoci, finalmente, scaldare dai raggi di un agognato sole. Abbiamo consumato un pasto colorato e  veloce, gustando non soltanto i sapori della nostra terra, ma anche la bellezza che le grandi famiglie hanno lasciato come segno del loro passaggio.

Fortezza Borgiana

L’insieme di edifici che ci si paravano dinanzi agli occhi, costituiva l’imponente Rocca Borgiana, un complesso di straordinaria grandezza e maestosità. Abbiamo percorso molti passi attorno ad essa, cercando di scovarne gli angoli più segreti, affascinanti e in grado di raccontare i lunghi secoli che l’hanno vista protagonista.

Pare che, in epoca medioevale, non esistessero fortificazioni di rilievo nel territorio nepesino, nonostante il borgo si trovasse in posizione strategica lungo la Via Amerina che, da Roma, conduceva all’antica Ameria. La strada assisteva costantemente al passaggio delle legioni che si spostavano per raggiungere le terre poste a nord est.

Sul finire dell’ 800 vennero edificate delle mura, i cui resti sono visibili negli attuali sotterranei e pochi decenni dopo fu eretta la torre che, odiernamente, è inglobata nel mastio.

Nepi, nel 1131 divenne libero comune dotato di autonomia amministrativa e, affinché potesse difendersi dagli attacchi esterni, fu eretta un’alta torre adiacente alla porta di origine romana.

Personaggi noti e famiglie di prim’ordine alloggiarono all’interno del castello, tra questi la Contessa Matilde di Canossa, i Prefetti di Vico, i Colonna, gli Orsini, i Gaetani e gli Anguillara.

Ma l’epoca che contrassegnò la svolta fu  quella rinascimentale.

Sebbene Papa Sisto IV della Rovere si fosse impegnato nel recupero e nel restauro del castello, il profondo cambiamento arrivò con la venuta del Cardinal Rodrigo Borgia. Siamo negli anni ’80 del XV secolo, e nei venti che seguirono furono realizzati i quattro torrioni che delimitano il quadrilatero posto a difesa del nucleo centrale.

In quel periodo, Antonio da Sangallo il vecchio stava gettando le basi di uno dei simboli della vicina Civita Castellana, ossia il forte che porta il suo nome. Fu contemporaneamente chiamato a Nepi affinché lavorasse alla torre circolare, che dovette essere rialzata per divenire un ancor più efficace punto di osservazione.

Sempre in quegli anni fu aperta la porta detta Borgiana; essa andava a interrompere le mura che ostacolavano l’accesso da sud e che concludevano il proprio percorso al cominciare della forra.

Lo stesso anno in cui Colombo posò il piede su quel suolo che noi oggi conosciamo come America, il Borgia divenne papa col nome di Alessandro VI, e il cardinal Ascanio Sforza,  fine diplomatico , che rivestì un ruolo fondamentale nell’elezione di questi, ebbe come ricompensa la nomina a Governatore per averlo appoggiato durante lo svolgimento del conclave.

Ma come è normale che sia quando si ha a che fare con coloro a cui fanno gola potere e denaro, al cardinale toccò la triste sorte provocata dalla defenestrazione, a favore della figlia del pontefice.

E così, il 9 ottobre del 1499, la torbida, suo malgrado, Lucrezia, divenne signora del feudo di Nepi e dei territori circostanti. Il suo periodo nepesino non si caratterizzò per la lunga durata. Essa compì una prima visita in occasione della sua investitura, dopodiché trascorse nella Rocca un breve periodo, fino all’inizio del 1501, a seguito dell’uccisione del marito Alfonso d’Aragona.

Due anni dopo la fortificazione costituì il rifugio dello spregiudicato Cesare Borgia.

Anche la famiglia Farnese lasciò una forte impronta al magnifico edificio. Difatti, nel 1537, Pier Luigi Farnese, investito Duca di Nepi dal padre Papa Paolo III, inserì il territorio nel Ducato di Castro, promosse molteplici opere migliorative comprese alcune volte a rivalutare la Rocca.

Notevole fu la costruzione dei bastioni esterni, per la quale venne incaricato Antonio da Sangallo il giovane. Furono anche aperte alcune porte di accesso, tra le quali Porta Romana e Porta Nica (Trionfale).

Pier Luigi, nel 1545, dopo essere stato nominato Duca di Parma e Piacenza, lasciò Nepi. Venticinque anni dopo fu sostituito dal Cardinal Alessandro, della famiglia medesima.

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Porta Nica

La luce era chiara, mentre osservavamo quello che resta della rocca.

Durante le nostre visite, abbiamo avuto modo di conoscere molti palazzi storici e residenze. Alcuni ottimamente conservati, altri di cui restano soltanto brandelli di mura.

Il complesso in questione non occupa alcuna delle due categorie. Sfortunatamente non è in buono stato di conservazione, a causa dell’abbandono prima e della depredazione poi,  ma l’impianto originale e le sue forme sono facilmente deducibili.

Una grande e robusta cancellata interna chiude il passo al grande piazzale da cui è raggiungibile il corpo centrale. L’ampio spiazzo viene utilizzato, durante la bella stagione, come scenario di rappresentazioni teatrali e manifestazioni di vario genere.

E mentre i nostri occhi si cibavano della bellezza dell’opera, che risplendeva sotto la luce di un maggio inoltrato, l’abbiamo pensata in vesti cinquecentesche, la notte in cui  accolse la controversa figura della duchessa.

Narrano le antiche pagine che, sul finire del settembre del 1499, la fascinosa e potente Lucrezia fece il suo ingresso a Nepi con il marito Alfonso.

Fu un giorno di grande festa in paese perché, oltre alla coppia, giunsero lì anche il padre Alessandro VI e quattro cardinali. La nobildonna, accompagnata da un numeroso seguito di dame, era resa ancor più bella dal candido abito ricamato in oro cui si accordava ottimamente la lunga e bionda chioma. Il corteo era seguito da truppe pontificie armate. Il castello splendette della luce di fiaccole e torce per tutta la notte.

Quando questa ebbe termine, una solenne processione attraversò, sotto diversi archi di trionfo, il paese, dalla Chiesa del Carmine fino al Duomo dove, ad attendere il corteo vi era il Papa, che rimase in paese per qualche giorno.

In tutto il periodo in cui gli sposi si trattennero, al castello fu un susseguirsi di feste e ricevimenti. Durante la giornata, la duchessa amava concedersi momenti di svago immersa nella natura, o al galoppo del proprio cavallo, o a bordo della sua lussuosa carrozza.

Neanche un mese dopo, Lucrezia fece ritorno a Roma per dare alla luce il suo primogenito,  cui venne imposto il nome del nonno, Rodrigo.

Per cause che avevano a che fare con giochi di potere, Alfonso fu assassinato, e la giovane, distrutta dal dolore in compagnia del piccolo Aragona, della cognata e dei prelati,  fece ritorno a Nepi e si rinchiuse nella torre del castello.

Nelle campagne attorno al paese si stanziarono circa mille soldati, addetti alla sua sicurezza.

Non era passato neanche un anno, e le dame e i cavalieri che facevano parte della corte, conobbero una donna totalmente diversa.

Interno della Rocca Borgiana

E’ davvero emozionante riflettere su quanta storia si celi dietro le pietre che disegnano la fisionomia della nostra florida provincia.

Armi e cavalieri, nobildonne e papi nel buio dello grandioso medioevo e nello splendore del Rinascimento, ambedue età d’oro, specie la prima, di cui sono testimonianza fortificazioni, chiese e castelli  tra i più suggestivi.

Abbiamo continuato a muoverci nei dintorni della Rocca e siamo giunti dinanzi a Porta Nica, o Trionfale.

La porta, che serviva coloro che arrivavano da Roma tramite la Via Amerina, che si staccava dalla Cassia presso la Valle del Baccano,  era una porta minore ed è detta anche di Cavaterra. Come lascia intendere il nome, per la sua realizzazione fu necessario sbancare il  terreno. Venne aperta nel ‘500, ai tempi in cui regnava la famiglia Farnese (come si evince dallo stemma del duca Pier Luigi, posto agli angoli dei bastioni).

Il contesto in cui si staglia il tratto di mura su cui si apre la porta, comprende quello che potrebbe identificarsi come uno degli angoli più ammalianti, probabilmente perché difficile da trovare a ridosso di qualsiasi altro centro abitato.

Fossato della Rocca

Un torrente, la cascata Cavaterra, un prato ben curato e le vestigia di un’epoca passata. Questo è l’Eden in cui ho passato un momento davvero bello e inaspettato.

Ci siamo spinti verso la stretta via sterrata che permette di giungere ad un affaccio sulla cascata, calpestando la terra smossa dalle piogge che avevano interessato la zona fino a pochi giorni prima. Mi sono seduta sull’erba, incurante che la mia lunga camicia bianca potesse macchiarsi di quel verde impossibile da scacciare dai tessuti, una volta che è penetrato.

La presenza dell’abitato nei pressi della fonte, per chi, come me, insegna la storia delle prime civiltà ai propri alunni, non dovrebbe sorprendere. E’ noto, difatti, che i primi insediamenti si svilupparono proprio lungo i fiumi, dato che l’acqua, e quella dolce in particolar modo, è fonte di vita, sia per gli uomini, che per gli animali, che per i prodotti della terra.

La civiltà falisca scelse, da ciò che oggi vediamo, di stabilirsi in questi luoghi ricchi di acqua, rimasti ancora oggi piuttosto incontaminati. A Nepet, le acque che scorrono nel territorio, venivano venerate come una divinità.

Tra l’altro sono diverse le cascate che si possono distinguere, oltre a quella di Cavaterra, ci sono anche quelle del Picchio e quella più distante dal paese di Montegelato.

Cascata Cavaterra

Il bellissimo scenario che ho avuto il piacere di ammirare, è generato dal Fosso del Ponte che, dopo aver alimentato i diversi mulini presenti nella zona, tra cui quello dei Cavaterra, e percorso per intero il fossato che era a difesa della Rocca, fa un salto nel vuoto.

Ci siamo seduti sulla staccionata che costeggia il sentiero. Abbiamo goduto dello scrosciare delle acque e scattato qualche foto, tra cui una da cui traspare tutta la mia gioia, ma come per tutte le cose belle, preferisco lasciarla soltanto al mio cuore.

 

Fonte: viterbox

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