Rose rosse, rampicanti. Su una parete in tufo nascosta.

Con pudore, se ne stavano lì, indisturbate, a risplendere sotto la luce del sole di maggio, il mese che le celebra assieme a Maria.

Maria, per chi crede, è lì a proteggere e a dar forza a chi chiede il suo aiuto. E l’animo di coloro che non hanno fede, in quel luogo ameno e ricco di storia, è ugualmente pervaso di pace.

Castel Sant’Elia,  comune al limitare della provincia viterbese, in cui vivono poco più di 2500 anime, racchiude il suo cuore in un piccolo e romantico borgo arroccato su un’alta rupe tufacea.

Torre dell’Orologio

Intorno, soltanto la natura. Una natura che urla la sua presenza.

Siamo arrivati che era pomeriggio inoltrato. Il sole era ancora alto, nessuna nuvola a interrompere il turchese del cielo.

La primavera, è la mia stagione preferita. Un tempo la vivevo con l’ansia che accompagnava la forte aspettativa che avevo nell’estate, che rappresentava la stagione del divertimento, dell’abbronzatura e delle passeggiate sul lungomare.

Oggi, non ritengo troppo importante tutte le attività voluttuarie che la bella stagione porta con sé. Piuttosto amo godermi il momento della rinascita. E lo faccio dagli albori.

Mi piace osservare i rami di quercia nel mese di marzo, quando le ultime e recalcitranti foglie debbono arrendersi al ciclo vitale che le costringe a cadere. Al di sotto, le gemme della nuova fioritura che cercano di farsi spazio.

Adoro l’aria frizzante di aprile e le siepi che spiccano nel giallo della ginestra, che abbelliscono, come scrisse il giovane favoloso durante il suo ultimo soggiorno alle pendici del Vesuvio, le campagne solitarie.

Abbiamo deciso di non spegnere il motore e di non fermarci sulla piazzetta antistante l’antico paese. Così, l’auto a bordo della quale stiamo conoscendo e ammirando la nostra provincia, ha proseguito fino ad arrivare al Pontificio Santuario Maria Santissima “ad rupes”.

Santuario Santa Maria ad rupes

Poco distante dal centro abitato sorge, in posizione solitaria ma non isolata, il suggestivo complesso che fu meta anche per Giovanni Paolo II, l’indimenticato Papa Wojtyla.

Non è cosa da poco descrivere lo scenario in cui è felicemente incastonato il Santuario.  Un’alta rupe in tufo che si erge sulla Valle Suppentonia, costituisce il basamento su cui poggia questa piccola città della fede. In basso, la fitta selva in cui scorre il Fosso di Ponte Castello e il Rio Vicano, affluenti del Treja, tributario, a sua volta, del Tevere.

Nonostante le mura in perfette condizioni, che fanno pensare a una recente costruzione,  in questo luogo, che al tempo doveva essere ancor più selvaggio, nel 520  giunsero alcuni monaci eremiti che si stabilirono all’interno delle cavità presenti nelle pareti tufacee. Negli anni della loro permanenza, i Bendettini innalzarono, nel fondo della valle, una basilica intitolata a Sant’Elia, abbandonata poi, a partire dal 1258, per ben cinque secoli.

La basilica in questione è raggiungibile dall’altro santuario mediante un percorso scavato nel tufo.

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Percorso scavato nel tufo

Un lungo viale alberato, sotto al quale sembra che non sia mai pienamente giorno, conduce al punto d’accesso alla grotta.

Molti anni fa, fummo indirizzati proprio verso quel luogo sacro, ma non riuscimmo a trovarlo. Ci dissero che la Madonna accoglieva le grazie, e che i fedeli erano soliti risalire la scala in ginocchio. Ho un ricordo vago di quella limpida giornata invernale.  Se chiudo gli occhi e ci penso, vedo soltanto le lussureggianti chiome degli alberi che svettano nella gola.

Percorrendo il viale, e voltando la vista a sinistra, si nota la Basilica di San Giuseppe che fu costruita nel primo decennio dello scorso secolo, in stile gotico e a unica navata, per soddisfare le esigenze di un’utenza che si faceva sempre più numerosa.

Era l’ora del vespro, e un buon numero di fedeli s’introduceva al suo interno. Siamo entrati anche noi. L’atmosfera è molto intima e, a nostro parere, si deve ai colori caldi con cui è stata realizzata la pavimentazione e alla particolare cromia delle colonne.

Abbiamo osservato i fedeli e il raccoglimento che li avvolgeva. Siamo usciti, e alzati gli occhi verso il campanile, abbiamo notato le tre campane, che portano i nomi dei santi Bernardo, Francesco e Antonio e che abbiamo saputo essere accordate sulle note si-la-sol come quelle presenti nella Basilica di San Pietro.

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Interno della Basilica di San Giuseppe

Uscendo, ci siamo trovati davanti all’immensa scalinata in legno che conduce alla grotta in cui si adora Maria.

La luce proveniente dalla finestra posta in fondo alla prima, lunga, rampa, schiarisce l’oscurità della gradinata. L’asse che segna la pedata, mostra gli avvallamenti che i passi dei fedeli hanno segnato nei tanti anni che sono trascorsi dalla sua posa.

Dopo i secoli di cui poco si sa, nel 1777 giunse in quella terra il francescano Andrea Rodio, e con esso ricominciarono i pellegrinaggi. Il religioso s’impegnò nello scavo di una scalinata, composta da centoquarantaquattro gradini, all’interno della rupe. Per portare a termine la sua opera, furono necessari ben quattordici anni.

Li abbiamo discesi velocemente, cercando di guadagnare il loro termine nel minor tempo possibile.

Scala in legno

All’uscita siamo stati avvolti dai raggi del sole: di fronte a noi, la magnificenza della natura  a cui, nonostante ne avessimo già gustato la visione, non ci eravamo  ancora abituati.

Voltandoci, ci siamo resi conto che un’altissima parete in tufo ci sovrastava.

Abbiamo visitato la Grotta Santa, le cui origini risalgono al VI secolo, quando i benedettini si ritiravano in essa per raccogliersi in preghiera. Una tela, presente al suo interno, mostra Maria adorante con il Bambino. La maternità è ciò cui aspirano tante delle donne che si recano in questo luogo santo e, per questo, rivolgono le loro invocazioni alla Madonna.

Usciti dalla cappella, non prima di aver indirizzato lo sguardo verso sud ovest e ammirato la sagoma della Chiesa di San Tolomeo a Nepi, abbiamo risalito la via che porta al piazzale superiore e ci siamo recati al cuore di Castel Sant’Elia.

L’orologio segnava quasi le diciotto, e diverse persone entravano e uscivano dalla porta che, un tempo, separava l’abitato dall’esterno.

Ci siamo addentrati nel borgo, e abbiamo percorso la via centrale che conduce al belvedere di Sant’Anna, in cui sorge l’omonima chiesa e da cui si ammira il santuario che avevamo appena lasciato.

A destra e a sinistra, angusti vicoli che riportano i nomi di ciò che un tempo contenevano o rappresentavano, le carceri, le mura, la vignaccia, la pergola…

Li abbiamo percorsi, stretti tra le piccole case che sanno d’antico, e abbiamo pensato alla storia di questo nobile paese ai confini della nostra provincia.

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Vicoli del vecchio castello

Castel Sant’Elia, che fu un pagus falisco, sorge su un terreno venutosi a formare a seguito delle eruzioni vulcaniche che diedero poi luogo ai bacini lacustri laziali. Venti e fiumi hanno eroso il territorio fino a creare le caratteristiche forre, valli fluviali contentute da ripide pareti.

Nel I millennio vi si stabilirono i Falisci, e grazie alla presenza di questa popolazione, il territorio prese il nome di Ager Faliscus. Attorno ad esso si stabilirono altre genti che diedero vita ad uletriori villaggi, alcuni attualmente abbandonati; altri, invece, si sono sviluppati fino a dar vita agli importanti borghi che conosciamo coi nomi di Nepi e Calcata.

I villaggi erano ubicati su speroni tufacei, ed erano difesi nei tempi più remoti soltanto da uno o due fossati mentre, successivamente, vennero costruite cinte murarie.

Quei luoghi furono poi conquistati dai Romani: alcuni dei siti furono abbandonati e la popolazione si trasferì nelle campagne. Negli anni che segnarono l’Alto Medioevo, vennero ripristinate le maggiori vie di comunicazione e gli antichi siti si ripopolarono.

Nel VII secolo grazie  al pontefice San Gregorio Magno, Castel Sant’Elia (Castrum Sancti Heliae) vide la luce. Prima ancora, nel VI secolo, nella Valle Suppentonia, si attestò un’importante comunità monastica che si uniformò alla regola benedettina.

L’esistenza del sito di Castel Sant’Elia è testimoniata da varie bolle papali. All’interno di una chiesa rupestre, la Grotta di San Leonardo, avvenne l’incontro tra il papa e la regina longobarda Teodolinda.

In quell’epoca, caratterizzata da caos e instabilità, fu costruita una rocca a difesa delle invasioni barbariche. La cittadina diventò poi proprietà dell’abbazia di San Benedetto di Pentoma, come si evince da un documento dell’872.

Castel Sant’Elia, o Castello (come lo chiamano gli autoctoni) dipese a lungo dai pontefici per poi divenire Feudo. Varie e nobili famiglie si susseguirono: dai Colonna agli Orsini fino ai Farnese.

E proprio questi ultimi ebbero il merito di aver creato e mantenuto un apparato amministrativo e giuridico molto ben strutturato e, di aver costruito, nel 1540,  il nuovo castello con mura e  torrioni. La costruzione della torre d’ingresso, su cui campeggiano gli stemmi della famiglia, è molto più recente, risale, difatti agli inzi dello scorso secolo.

Nel 1663 il paese passò ancora una volta sotto il controllo del papa, dopo che i Farnese lo vendettero, a causa dei debiti contratti con lo Stato Pontificio, a  Innocenzo X.

Nel XVIII secolo, Castel Sant’Elia si estese: vennero edificate le prime abitazioni del Borgo, al di fuori del Castello Farnese, in quello che è l’attuale Corso Umberto I, opera che  raggiunse ottimi livelli tecnici.

Alla fine del secolo, i beni di Castel Sant’Elia finirono nelle mani del marchese Andrea Lezzani, il cui palazzo, oggi completamente restaurato e sede Comunale, si trova nell’attuale Corso Umberto I.

Negli ultimi anni del ‘700 fu data in enfiteusi a Carlo Maria Luciani e poi, nel 1815, al conte Domenico Panimolli. Nel 1870, in seguito all’annessione al Regno d’Italia, il comune venne prima inserito nella provincia di Roma poi, nel 1927, in quella attuale.

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Interno della Chiesa di Sant’Antonio Abate

Mentre ci dirigevamo verso l’uscita del “castello”, siamo entrati nella settecentesca Chiesa di Sant’Antonio Abate, edificata dal 1737 al 1742 da papa Clemente XII, in sostituzione di una precedente chiesa cinquecentesca. Sulla facciata in stile neoclassico, al di sopra del portale, è visibile lo stemma del papa che la volle. Al centro del livello superiore  c’è  invece un grande finestrone.

All’interno si svolgeva la messa, e un nutrito numero di fedeli la stava seguendo. Noi, non eravamo lì per la funzione e, con pudore, siamo usciti quasi subito.

Castel Sant’Elia, è noto anche come il comune dalle quindici chiese, molte delle quali dedicate alla Madonna.

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Cimitero

Al centro della Valle Suppentonia, c’è quello che oso definire il simbolo del paese, la meravigliosa Basilica di Sant’Elia, posta al di sotto dello stesso, che la domina dall’alto. Addossato ad essa, il piccolo cimitero.

Mi rilassa passeggiare tra i viali dei luoghi in cui riposano coloro che non ci sono più. Il silenzio m’ impone di concentrarmi sui volti ritratti nelle ceramiche sbiadite e sulle lettere in ottone che compongono i nomi e le date delle nascite e delle dipartite. Ogni volta, calcolo  quanti anni siano occorsi alle persone in questione per compiere il proprio viaggio sulla Terra. Osservo i fiori e le piante disposte  a  ornare quell’ultima dimora.

Una foto mi ha colpita. Proprio all’ingresso del cimitero. Una giovane donna e, accanto ad essa una lapide scolpita in onore di una madre e moglie esemplare. Era un’insegnante, anzi, una maestra.  Anche il marito, che riposa accanto ad essa, svolgeva la stessa professione. Chissà quante manine avranno guidato nel comporre le prime parole, e quante menti avranno cercato di preparare e aprire al futuro.

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Basilica di Sant’Elia

La Basilica è in puro stile romanico, anche se si ravvisano elementi longobardi. Entrare nel tempio, mi ha emozionata, tanto il luogo è stato costruito in tempi remoti. Fu eretta, difatti, nell’VIII secolo, su un preesistente cenobio benedettino.

Nel pavimento, di lato, sono presenti i tipici avvallamenti dovuti ai numerosissimi passi che l’hanno toccato nel corso dei tanti secoli, mentre al centro è evidente l’opera dei marmorari Cosmati, prestata nell’arco di tempo che va dal X al XII secolo. Alle pareti, meravigliosi affreschi realizzati in tinte vivaci, mancanti di prospettiva, com’era uso all’epoca.

Siamo scesi nella cripta, dove si trova la tomba di San Nonnoso, monaco vissuto nel VI secolo a Suppentonia e patrono del paese.

Scarse sono le notizie su questo abate, umile e particolarmente buono, che fu priore del monastero sul Monte Soratte, sotto la direzione di un abate piuttosto severo. A esso vennero attribuiti tre miracoli: la rimozione di una grande e pesante roccia, la ricomposizione di una lampada, avvenuta per mezzo delle preghiere e la comparsa di copiose quantità di olio in alcuni otri, sebbene il raccolto delle olive fosse stato misero.

Ci siamo mossi nel silenzio che circonda questi luoghi ameni che sono capaci di infondere quiete agli animi.

Abbiamo notato dei cartelli in legno che indicano la presenza di diversi sentieri naturalistici che possono essere percorsi per andare alla scoperta di luoghi suggestivi e che sembrano condurre fuori dal mondo.

A malincuore ce ne siamo andati, ripercorrendo al contrario la via curvilinea che ci aveva condotti in questo angolo di paradiso.

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La Valle Suppentonia e le rose rosse rampicanti

 

Fonte: viterbox

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