Il mondo della letteratura, come per ogni arte, opera secondo paradigmi misteriosi.

Uno di questi, dalla quasi universale veridicità, è il concetto secondo il quale più l’autore soffre, maggiore sarà la “Carica artistica” dell’opera.

Ne sa qualcosa lo scrittore Parigino Marcel Proust (10 Luglio 1871 – 18 Novembre 1922), la cui vita, trascorsa in gioventù all’interno della pienezza mondana, viene stravolta da malattie, ossessioni e fobie.

L’autore della monumentale opera “Alla ricerca del tempo perduto” ha vissuto nella continua morsa di un ambiente a lui confortevole.

Soffrendo egli di una grave forma asmatica, Marcel ha sempre tentato di evitare, in ogni modo possibile, qualsiasi cosa potesse rivelarsi deleteria per il suo, già precario, stato di salute.

È una figura mondanamente misteriosa quella di Proust, divisa tra un idealistico mondo fatto di viaggi, feste e piaceri e una realtà composta di malanni, isolamenti volontari, ossessioni e paure.

“In casa mia ci sono tutte le cose inutili. Non manca che il necessario: un grande squarcio di cielo come qui. Cercate di conservare sempre un brandello di cielo sulla vostra vita.”

L’ipocondria è stata una cara amica durante il “viaggio” dell’autore.

Tantoché, giunto al limite di sopportazione della terrificante idea di ammalarsi, Marcel Proust decide di auto isolarsi.

Sotto suo ordine le pareti della sfarzosa camera da letto vengono rivestite da pannelli di sughero, al fine di ridurre l’inquinamento acustico, cuscini, borse dell’acqua calda e termometri vengono sempre messi a disposizione dell’autore e, onde evitare peggioramenti, viene assistito fino alla fine dei suoi giorni da una fedele domestica; Céleste Albert.

“Si ama solamente ciò in cui si persegue qualcosa d’inaccessibile, quel che non si possiede.”

Certo, auto isolarsi dal mondo potrebbe apparire bizzarra come scelta; ma per Proust l’obbiettivo era ben chiaro.

Condurre una vita notturna, priva di stimoli esterni, lontana da ogni forma di “Naturalezza esterna” gli avrebbe permesso di vivere e, quindi, di provare a dar luce a una vera ossessione, la scrittura.

Ci vollero circa tredici anni prima di portare a compimento una delle più pantagrueliche opere della letteratura moderna, un leviatano letterario basato sulla memoria stessa dell’autore.

“Alla ricerca del tempo perduto”, pubblicata in sette volumi tra il 1913 e il 1927 è un manuale “Autobiografico” sul funzionamento e l’importanza dei ricordi, è, proprio come voleva il suo autore, una guida su come sconfiggere la morte.

“Una persona non muore subito per noi, ma resta immersa in una specie di aura di vita che non ha nulla di una reale immortalità ma che fa sì che essa continui a occupare i nostri pensieri proprio come quando era viva. È come in viaggio.”

Marcel Proust si spense, nella sua amata Parigi, il 18 Novembre 1922 a causa di una bronchite, accostato dalla fedele Céleste.

La sua ultima parola fu “Mamma”.

Tuttavia egli vive nelle sue stesse parole, scritte non senza difficoltà, e nel ricordo di un uomo che, tramite le proprie più grandi paure, è riuscito a far sua la materia più misteriosa dei sogni. L’arte.

“La mia sola consolazione, quando salivo per coricarmi, era che la mamma venisse a darmi un bacio non appena fossi stato a letto.”

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