Siamo tornati. Non era pensabile poter visitare Civita Castellana e poi raccontare tutto in una sola volta.

Abbiamo ripercorso la bella e curvilinea strada che da Viterbo sale verso la montagna e abbiamo svoltato, sotto un tunnel fatto da rami e foglie di castagno, verso il paese di Canepina. Non lo abbiamo attraversato, ma rimirato da lontano, così come  per i siamesi Vallerano e Vignanello, in cui l’uno è il continuo dell’altro. Ci siamo mossi verso l’amata Corchiano, l’abbiamo divorata nell’attesa di solcare il ponte sulla forra. Arrivati su di esso, abbiamo rallentato per affondare lo sguardo nella vegetazione e vi abbiamo scorto un’apertura, forse un antico ponte in mattoni. Un arco color terracotta tra le foglie del fitto sottobosco. Magari un rifugio per chissà quanti animali.

Siamo usciti dall’ultimo comune, e Civita Castellana ci si è mostrata dopo pochi minuti. Il percorso per raggiungere l’abitato, ci ha obbligati, una volta ancora, a percorrere l’audace Ponte Clementino.

Ponte Clementino

Questa volta, lo abbiamo osservato con più cura, da lontano, cercando il miglior quadro che potessimo realizzare.

Il trionfo della natura quasi lo soffocava. Una, due, tre fotografie alla ricerca di quella che avrebbe reso chiara l’utilità e l’arte fusi in un’opera sola. L’abbiamo realizzata nel chiaro scuro gridato dalle foglie di quercia e di altri arbusti che crescono spontanei quasi a voler incorniciare anche il cielo che, di per sé, è l’espressione somma della libertà.

Ci siamo di nuovo avvicinati alla fontana in marmo che è posta a lato di una via in lieve salita che conduce alla piazza principale del paese, laddove sorge il Municipio, Piazza Matteotti.

Edificato nel secondo decennio del XVI secolo, quando Papa Leone X, Gian Lorenzo de’ Medici regnava sullo Stato Pontificio, fu da esso voluto poiché Civita Castellana occupava un’importante posizione nell’’Alto Lazio.

Siamo arrivati in piazza che il sole gli accarezzava le spalle. La sua mole faceva ombra ai tanti cittadini che avevano scelto di sedersi ai tavoli dei bar o alle panchine, approfittando del bel pomeriggio di sole.

Sì, finalmente c’era un gran sole, e una temperatura degna di esser chiamata primaverile. La luce della nostra stella dona a ciò su cui si posa una magia che null’altro può regalare.

Municipio

Osservando l’edificio, sono pochi gli elementi che riconducono all’epoca, venne restaurato, difatti, nel XIX secolo. La struttura, leggera e raffinata, presenta quattro ordini, un porticato ad archi a tutto sesto e, al piano nobile, un elegante balcone; in cima, un grande orologio e la campana, derivanti dalla vecchia e demolita torre civica.

Il perimetro della piazza è delimitato da palazzine intonacate con colori pastello, che conferiscono un senso di pace che non pensavo appartenesse a questa cittadina, da sempre una delle più popolose della provincia.

Devo ammetterlo, ho un rapporto particolare con questa città.

Da bambina la ricordavo con allegria, pensando al suo vivacissimo e partecipato carnevale, che sembrava non voler avere mai termine; per un periodo non l’ho più frequentata, salvo poi ritrovarla in una condizione che non ricordo se non con tristezza.

L’ho riscoperta quest’anno, e l’ho fatto con l’entusiasmo del viaggiatore che va alla scoperta di ciò che potrebbe essere considerato, sebbene non lo sia, scontato.

All centro della piazza, adagiata su tre gradoni in marmo, si mostra ai passanti una di quelle che ho precedentemente citato come punte di diamante.

Fontana dei Draghi

La monumentale Fontana Dei Draghi venne realizzata sul finire del XVI secolo sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII Boncompagni. La forma della sua vasca, che rappresenta un grande ottagono, si inserisce in maniera molto piacevole all’interno dello slargo.

L’acqua fuoriesce dalle bocche di quattro draghi e va a gettarsi nella grande vasca; in posizione centrale, sorretta da una colonna, un’ulteriore e piccola vasca.

La decisione di costruirla, fu dettata da esigenze sia estetiche sia pratiche. Se da un lato donò un aspetto ancor più elegante al luogo in cui si trova, dall’altro fece aumentare la possibilità dei civitonici di rifornirsi d’acqua.

Posti ai suoi quattro lati gli stemmi del papa, quello del comune e due cardinalizi.

Abbiamo percorso qualche via del centro storico e, non distanti da Piazza Matteotti, ne abbiamo scorta un’altra, dalla forma allungata e piuttosto stretta. L’attenzione è stata immediatamente rapita da un interessantissimo edificio ecclesiastico, sebbene la stanchezza della giornata, che si stava facendo lunga, abbia fatto sì che i tavoli del piccolo bar a lato ci richiamassero.

Le dolci pause, sono uno dei momenti per cui amo fare questi giri. Pochi minuti, un the o un caffè, serviti sempre con un sorriso, ci permettono di rilassarci e guardare tutto con occhi diversi.

Mentre sedevamo al bar, ci siamo accorti di una fontana posta a lato del Duomo.

L’incisione posta in alto, riporta la data 1840. L’acqua, in questo monumento, esce dalla bocca, stavolta di un leone incorniciato all’interno di un rombo schiacciato ai vertici.

Cattedrale di Santa Maria Maggiore

Dirimpetto alla fontana, la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, un autentico gioiello.

La chiesa,  in stile romanico è preceduta dal portico con colonne ioniche che imitano modelli antichi. In posizione centrale c’è un arco trionfale, sormontato da un’evidente cornice. Sull’architrave esisteva una fascia blu scuro a mosaico, in cui era contenuta un’iscrizione in oro, della quale resta soltanto qualche lettera.

L’ampio portico si estende per quasi l’intero lato della piazza ed è delimitato da una recinzione adiacente alla scalinata.

L’abbiamo guardato, il sole lo accarezzava esaltando il contrasto tra i mattoni e i marmi. Ci siamo avvicinati, abbiamo risalito le poche scale che conducono ad esso e, senza lasciar nulla di inesplorato, abbiamo fatto il nostro ingresso calpestando quelle pietre che mostravano i profondi avvallamenti dei secoli.

L’interno della cattedrale, come quello di tutte le chiese, era piuttosto fresco, e in grado di mitigare quel primo, e inaspettato, caldo.

Interno della Cattedrale

La costruzione del Duomo, iniziò attorno alla metà del XII secolo e avvenne sopra a una chiesa preesistente che sovrastava la cripta. La sua edificazione sancì la formazione del nuovo centro urbano e rappresenta il simbolo più evidente dell’identità sociale e religiosa inurbatasi nel sito di quella che fu l’antica Falerii.

Alla sua realizzazione vi lavorarono, per circa mezzo secolo, quattro generazioni di Cosmati. La cattedrale venne terminata nel 1210.

Gli interni, invece, furono completamente stravolti  con l’opera di restauro avvenuta nel 1736. L’impianto originale era costituito da tre navate mentre, dopo gli interventi, se ne conta soltanto una con cappelle laterali.

Si potrebbero spendere centinaia di parole scandagliano ogni singolo elemento presente in quell’affascinante edificio sacro, si potrebbe provare ad analizzare stili e opere d’arte, ma l’emozione che pervade quando ci si trova all’interno di esso fa sì che ci si concentri soltanto sull’armonia delle forme e dei colori.

Il pavimento cosmatesco, la cui fascia centrale è composta di diciassette cerchi concentrici che guidano verso l’altare, l’imponente organo e l’altare posto in alto, sono pezzi unici che rendono il duono in cui non ci si può esimere dal visitarlo.

Targa commemorativa

Abbiamo fatto un giro rapido, e siamo usciti. Osservando con attenzione la piazza,  abbiamo scovato una targa. Da lontano, non riuscivamo che a vedere due mezzi busti maschili col volto rivolto di tre quarti. Ci sembrava un’opera moderna, con la sana pretesa di apparire antica. Datata 2009, stava a ricordare la battaglia decisiva  che avvenne in territorio civitonico tra le truppe francesi e quelle napoletane, che dovettero soccombere ai nemici,  il 4 dicembre del 1798.

Un’importante pagina di storia andò ad unirsi al ricco manuale che percorre la lunga vita del comune  nato, secondo la leggenda, da Aleso, figlio di Agamennone re di Micene e della schiava Briseide che, in fuga, risalì il Tevere fino ad approdare in territorio falisco.

Le vicende storiche videro poi coinvolte sia la popolazione autoctona, i Falisci, che i vicini Etruschi e i nemici Romani. La rivalità con i Romani, portò la civiltà originaria del luogo a abbandonarlo, e a trasferirsi in un’area poco distante, che conosciamo col nome di Falerii Novi.

Il buio avvolse la vecchia città fino ai primi decenni del VI secolo, segnato dalle guerre greco-gotiche e dalle invasioni longobarde. La vecchia Falerii Veteres, che divenne la Civita Castellana che noi conosciamo, si sviluppò nell’impianto che ancora oggi possiamo ammirare.

Nei secoli che vennero, fu dimora per due papi, Adriano IV e Clemente III che vi si trasferirono per ragoni di sicurezza.

A partire dal XII secolo le signorie, di Giovanni dei Papareschi prima e  dei Prefetti di Vico e dei Savelli poi, contrapposte e in lotta tra loro, si alternarono nel controllo della città fino al 1426, anno in cui la Santa Sede riaffermò la propria giurisdizione.

Da allora in poi, la sorte che Civita Castellana seguì fu quella dello Stato della Chiesa.

E, ancora una volta, fu visitata e vi soggiornarono papi che il cui nome è ricordato per le imprese che compirono; tra questi,  Alessandro VI Borgia, Giulio II della Rovere e Pio VI, Gianangelo Braschi.

Forte Sangallo

Al secondo, i civitonici devono quello che è, secondo me, l’edificio più sorprendente dei tanti presenti sullo sperone si tufo, il Forte Sangallo.

Nel 1527, il territorio fu preda ambita dai Lanzichenecchi, sebbene non riuscissero ad impossessarsene. Opere urbanistiche vennero pose in opera a partire dalla fine del XVI secolo.

Dopo la battaglia tra Napoletani e Francesi, la terra civitonica venne conquistata dagli aretini e, dopo varie traversie fu ripresa dai francesi, che la ebbero fino al 1814.

Anche il XIX secolo vide scontri, stavolta tra le divisioni dell’esercito italiano e i Pontifici.  Questi ultimi vennero sconfitti e Civita Castellana fu annessa al Regno d’Italia, dopo secoli in cui lo Stato Pontificio aveva dominato su di essa.

Qualche anno dopo, vennero costruite le prime fabbriche di ceramica, per volere dell’imprenditore veneto Giuseppe Trevisan. La storia, anche quella più remota, ricorda che l’arte della ceramica, fonda la propria origine in tempi molto lontani. Arte e produzione industriale fanno di questo comune un conosciuto e rilevante distretto industriale, che convoglia in esso anche i paesi adiacenti.

Ci siamo incamminati lungo i vicoli, senza una meta e senza andare alla ricerca di siti particolari. Abbiamo passeggiato lungo il camminatoio che guarda verso il Soratte, quel monte che si eleva nella piana del Tevere e che, per merito della sua mole,  è visibile da buona parte della provincia orientale.

L’ho risalito un paio di volte. Ho raggiunto l’eremo, e mi sono incantata nell’osservare ciò che in quel momento potevo dominare con lo sguardo dai monti della Sabina che sembrano dissolversi nella valle del Tevere, allo specchio del lago di Bracciano che riluceva sotto i raggi del sole.

Le nostre gambe hanno continuato a guadagnare strada. Le alte mura a destra e il parapetto a sinistra ci hanno guidati verso il mastodontico Forte Sangallo, opera fatta realizzare da Papa Alessandro VI Borgia, figura legata alla nobildonna Giulia Farnese, di cui tanto abbiamo raccontato in precedenza.

Decine di volte ero stata nella cittadina falisca ma, mio malgrado, l’avevo visitata distrattamente e non mi ero mai inoltrata verso il lato opposto a quello che si tocca arrivando da Viterbo. Il Forte, a noi che abbiamo peccato di leggerezza, è apparso  come un elemento di assoluto valore.

Ci siamo soffermati a esaminarlo da varie prospettive,  impressionati dalle sue analogie con il Mausoleo di Adriano. Il marrone della pietra di tufo con cui venne edificato, a partire dal 1495, contrastava in maniera piacevole col verde dell’erba presente nel fossato sottostante, il cui colore era reso ancor più vivido dalla continue piogge che hanno segnato questa strana primavera.

La rocca, considerata una delle più imponenti e ben conservate opere militari realizzate dallo Stato Pontificio tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500, fu edificata sulle rovine di una rocca medievale, già  posta a difesa di quella parte dell’abitato considerata  vulnerabile a causa delle sue caratteristiche morfologiche.

La progettazione del forte si deve al celebre architetto e ingegnere militare Antonio Giamberti da Sangallo,  detto il vecchio.

Alessandro VI, che ne volle la costruzione, non riuscì a vederla portata a termine, il cantiere passò così nelle mani del suo successore, Giulio II della Rovere, divenuto papa il 5 ottobre 1503, che la fece completare  affidandosi ad un altro direttore dei lavori, l’architetto Antonio da Sangallo il Giovane.

Oltre alla palese funzione difensiva, la rocca fu anche residenza pontificia fino agli inizi del 1800, dopodiché fu usata come carcere politico e militare: è anche ricordata come la “Bastiglia romana”.

A partire dal 1905 divenne casa circondariale del Regno d’Italia, successivamente fu dismessa e decadde fin quando fu destinato a sede del Museo Archeologico dell’Agro Falisco, nel 1985.

Collegamento tra le vie Flaminia e Cassia (sullo sfondo il Monte Soratte)

Non è stato possibile introdursi nel forte, era giorno di chiusura, ma  lo abbiamo ammirato anche dalla via che funge da collegamento tra la Flaminia e la Cassia, che fu voluta da papa Pio VI nel 1787, come testimonia la lapide monumentale sul cui sfondo svetta il Monte Soratte.

Ansiosi di sentirci nuovamente toccati dalla natura, abbiamo passeggiato lungo il camminatoio che attornia il borgo vecchio. Dalle case uscivano i suoni familiari e riconducibili alla normale vita domestica.

Una donna   era intenta nel riordino del proprio piccolo giardino, e lo faceva nel silenzio di una zona non attraversata da moto o auto.

Da sinistra arrivavano il suono dello scorrere dei torrenti e il fruscio delle foglie, mossi dal lieve vento.

Abbiamo raggiunto la nostra automobile, lentamente ci siamo diretti verso l’ospedale, in direzione est, ci siamo fermati presso l’antica Chiesa di Santa Maria del Carmine, abbiamo risalito la via che porta a quello che era un cinema, verso il convento in cui vivono le suore che la gestiscono.

Chiesa di Santa Maria del Carmine

Il tempio sacro, uno dei più antichi del paese ed ex duomo, fu costruito in tufo tra l’ VIII e il IX secolo. In quel periodo  la popolazione abbandonò Faleri Novi per tornare a vivere nel borgo che, al tempo,  veniva  chiamato Massa Castellana.

Degli edifici poco distanti dal convento, ci hanno ricordato la presenza di una vecchia ceramica.

Non ci siamo spinti verso l’ospedale Andosilla, da cui si gode uno spettacolare panorama sulle floride valli.

Era oramai tardi, e abbiamo deciso di tornarcene a casa, sebbene non fossimo riusciti a visitare e a descrivere in maniera completa l’antica Civitas, tanto è ricca di storia e arte.

Lo stupore che ci ha guidati nell’esplorazione della nostra amata Tuscia,  continuerà a portarci in tutti i luoghi, anche in quelli che possono sembrare più insignificanti, ma nulla, in questo lembo di terra laziale, lo è.

 

Fonte: viterbox

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *