Cosa è infine un virologo? È un apostrofo nero fra le parole ti infetti. È un meteorologo del contagio, e, proprio come i colleghi del tempo, più compare e meno le azzecca.

Sono le Greta del virus, più quella frigna che il pianeta va a fuoco e più si scatenano ondate di gelo tracotante persistente; più questi gridano al contagio da peste manzoniana e più i risultati li sconfessano. Contabili della sfiga, vampiri alla rovescia, fosse per loro tutti rintanati allo sparir del sole e non se ne parla più, però anche al sole è meglio di no: tappati e a tapparelle scese, per questi secondini del tempo perduto, questi virologi pelati, barbudi, onusti di precisioni fallate, questi colonnelli Pernacchia della catastrofe, queste Cassandre un soldo la dozzina, più ne ciccano e più stanno in tivù: funziona così, è la democrazia dei mediocri, e talmente ci stanno bene che diventano “drogati di video” e si prendono gli agenti per amministrare gli impegni, perché “non capita tutti i giorni, di avere due consulenti, due impresari che si fanno in quattro per te”.

Sono 15 mesi che fanno ridere, diciamolo, anche se è un riso di fiele. Prima tutti concordi, il Covid è un raffreddore, chi lo teme è razzista, “io mi farò un ciondolo a forma di Covid” irrideva la Maria Rita Gismondo, una che voleva una previsione spericolata, piena di guai. Avevano capito tutto: due settimane e arriva il “contrordine, compagni scienziati!”, il Covid è la peste più micidiale di ogni tempo, e giù con la bagarre tipo arrivo della Milano-Sanremo, perché capivano che a questo mondo più grossa la spari più ti vengono dietro. Questi virologi menagramo d’un menagramo, si esaltano dopo occasioni pubbliche tipo banchetti, matrimoni, eventi sportivi, festeggiamenti: allora le prefiche non più si tengono, “ah, vedrete fra dieci giorni!” – e tutti scattano nel gesto scaramantico. Successe con le partite, con la morte di Maradona, è successo con lo scudetto dell’Inter, trentamila in strada, diecimila solo in piazza Duomo e le Grete delle previsioni del maltempo inorridite, primus inter sfighes Massimo Galli, interista tendenza katanga: “È stata una manifestazione che, in quei termini, non aveva senso”.

Non poteva mancare la citata Maria Rita Gismondo, oggi insidiata dall’emergente Antonella Viola (specchio specchio che stai lì, chi è la più bella del Coviddì?): “Mi auguro che essendo all’aria aperta, con contatti non troppo prolungati, le conseguenze non si paghino, ma le premesse ci sono tutte”. Certo, certissimo anzi improbabile l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, assessore alla Sanità della Regione Puglia: “I grandi assembramenti possono innescare catene di contagio. Focolai intrafamiliari”. Insomma tutti i “cacciavite” nerazurri si sarebbero infettati (i bauscia rossoneri invece, salvi). Severo come “un frate alla montagna a farsi perdonare” Massimo Andreoni, direttore scientifico Simit (Società italiana malattie infettive): “Errore gravissimo che costerà qualche vita umana”. Apocalittico Giovanni Maga del Cnr di Pavia, che arrivava a prospettare scenari indiani in quanto la rovina “non ha a che fare con la variante indiana”, ma in quanto “sono state troppo allentate le misure quando la situazione era difficile”. Maga, ma no! Severo ma ingiusto il capo del Cts Franco Locatelli, “molto ascoltato da Mattarella” e meno male: “Onorare” gli oltre 121mila morti di Covid in Italia – quasi 33mila erano lombardi e quasi 9.500 milanesi – vuol dire evitare assembramenti”. Locatelli, fa’ le cose per bene: non dirne più. Sprezzante Francesco Menichetti, primario all’ospedale di Pisa: “Non a caso si chiamano tifosi, il riferimento è alla confusione mentale del paziente col tifo (…) “un clima da liberi tutti, il 26 aprile è stato ritenuto un D-Day”. D come disdetta. Mettiamoci pure Cartabellotta, uno che si piace molto, che si promuove molto, la cui autorità manageriale è indiscussa: “Se il tifo è contagioso, il Covid lo è di più. Non mi preoccupano le conseguenze dell’evento di ieri, ma è il messaggio che disturba dal punto di vista sociale”. A noi invece disturbano più previsioni di stampo oroscopistico come questa. Dulcis in fundo, non poteva mancare il più tetro, il più lugubre di tutti, Andrea Crisanti detto Cristantemi: “La gara che stiamo facendo è tra le opportunità come questa che diamo al virus per trasmettersi e la corsa a vaccinare”. No: la gara che state facendo è a chi spara la cazzata più immane.

Perché alla fine si fanno i conti e i conti di cotanta sventura non tornano: dopo la sbornia dello scudetto di Conte, non il gagà, quell’altro, l’allenatore sempre più somigliante a Valentino il couturier, i dati, e qui saccheggiamo biecamente Daniele Dell’Orco del Giornale, sono i seguenti: “Sebbene per l’ufficialità si dovrà aspettare il classico monitoraggio del venerdì [oggi], quindi di domani, è praticamente certo che la Lombardia resterà in zona gialla e che, addirittura, l’indice Rt continua a scendere. Il dato, calcolato sui casi sintomatici, è sceso a 0,87, mentre la scorsa settimana era a quota 0,92. L’incidenza settimana ogni 100mila abitanti invece, il parametro a cui si fa riferimento per la definizione del colore, si attesta intorno ai 90 contagi, a fronte dei 114 della rilevazione precedente. Migliorano anche, seppur in modo meno evidente, sia i ricoveri in terapia intensiva (448, in calo di 6 unità) sia i ricoveri nei reparti ordinari (2441 contro 2556)”.

Ammazza, che tranvata, ahò! E i virologi s’incazzano, che le palle ancora gli girano. Ma di più girano a noi, sempre più sospettosi: non è che questi campioni, questi luminari, topica dopo topica ci hanno fatto sprecare già 15 mesi di vita che, come la gioventù di Cocciante, “è passata per non ritornare mai più”? Questi vengono pagati, ma dicono che dopo l’assembramento di tifosi di piazza Duomo (quello dei militanti gender in piazza Castello invece non era tifoseria canaglia, era trottolame amoroso della democrazia) si scopron le tombe, si levano i morti: poi si scopre solo la loro incompetenza, e niente, avanti con più fame che pria, passano all’incasso e procedono con un’altra sparata, questa sì catastrofica. Pussa via, menagramo d’un menagramo. Ah, ue, ui, il virologo non sta qui; ah, ui, ue, il virologo viene a te.

 

Fonte: nicolaporro

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