Il Papa prende in braccio una bambina, poi la tende ai suoi genitori. Pochi istanti e si ode il rumore sordo di uno sparo e poi un altro ancora.

Sono le 17.17 del 13 maggio 1981 quando Giovanni Paolo II, colpito all’addome, si accascia sulla papamobile mentre fa il tradizionale giro tra i fedeli prima dell’Udienza Generale del mercoledì.

Quelle immagini fanno in un lampo il giro del mondo e ancora oggi danno i brividi. Qualcuno tra la folla ha sparato al Papa.  L’attentatore scappa; viene bloccato da una suora; indietreggia e cade a terra inciampando in un sampietrino. Attimi di terrore.

Il Pontefice intanto appare gravissimo ma è vivo, grazie a Dio e alla Madonna di Fatima (apparsa proprio il 13 maggio  1917 a tre pastorelli). Viene trasportato in ospedale. Dopo si viene a sapere  che l’uomo che ha sparato è Ali Agca. Perché ha tentato di uccidere il Papa? Chi sono i mandanti? A queste domande, a quarant’anni dall’attentato a Karol Wojtyla,  ancora bisogna dare una risposta.

Ci sono date che, per l’avvenimento a cui sono legate,  si inscrivono in modo indelebile anche nelle pagine della storia delle nostre vite. Il 13 maggio è certamente una di queste.

Il Pontefice del “Totus tuus, Maria!”, in quel terribile giorno, viene affidato dal Popolo di Dio alla Vergine. Proprio all’intervento della Madonna, confiderà successivamente, Wojtyla attribuì la sua sopravvivenza. Se una mano lo ha voluto uccidere, un’altra più potente ha deviato la pallottola salvandogli la vita.
E noi le siamo immensamente grati perché la vita di papa Wojtyla, San Giovanni Paolo II, cambiò il destino del mondo. E anche il nostro.

Già dal perdono che il Papa assicura dal policlinico Gemelli “al fratello che lo ha colpito”, si comprende la santità del pontefice. Proprio così lo chiama: fratello. E questa comune fratellanza – indelebile nonostante tutto ciò che possa avvenire sulla Terra – sarà protagonista anche in un’altra data difficile da dimenticare: il 27 dicembre del 1983. Quel giorno, Giovanni Paolo II visita Ali Agca nel carcere di Rebibbia. Lo fa pubblicamente. Il Papa ha voluto salvare la vita a colui che gliela voleva togliere.

Il proiettile che gli aveva perforato il torace e che avrebbe potuto ucciderlo è ora incastonato nella corona della statua della Madonna di Fatima, celebrata il 13 maggio.

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