Lasciando Corchiano, si attraversano campi pianeggianti o in lieve pendenza. La campagna, in cui padroneggiano le tipiche piantagioni comprendenti ulivi, viti e noccioli, delle quali è particolarmente ricca la Tuscia,  è interrotta, a destra e a sinistra, da capannoni industriali o edifici che ricordano a chi viaggia per quella strada che è presente un’importante zona industriale.

Civita Castellana, prima di esser conosciuta per la sua lunga  storia, le magnifiche chiese, la natura selvaggia che la circonda e quella che mi è apparsa come una lucentissima punta di diamante, il Forte Sangallo, è nota per la produzione di ceramiche che hanno fatto, sin da tempi molto remoti, e stanno facendo, la realtà di questa cittadina posta a sud est della provincia.

Il comune si estende su una porzione di territorio piuttosto ampia, delimitato dal Monte Soratte, dal Tevere e dai Monti Cimini. Gli oltre 15200 abitanti che dimorano in esso, poggiano su di un suolo elevato di 145 metri rispetto al mare , che ha avuto origine dalle eruzioni del vulcano Vicano, situato nelle prossimità dei Monti Cimini e attivo fino a 95000 anni fa. E proprio  a causa di questi fenomeni, il terreno è caratterizzato da un particolare aspetto rossastro che viene comunemente definito “tufo rosso”.

Veduta di Civita Castellana

Nell’Ager Faliscus, riesiedette per circa otto secoli la popolazione falisca, la cui storia è strettamente legata al popolo etrusco, che fu suo alleato  nelle lotte contro i Romani.  Il territorio che occupò, aveva al centro la capitale Falerii Veteres  e intorno ad essa sorgevano le altre città che formavano la cosiddetta “Nazione Falisca”: Orte, Sutri, Nepi, Narce (un antico insediamento vicino a Calcata) e Corchiano.

Nel primo pomeriggio di una tiepida domenica, abbiamo scelto di recarci verso questa importante cittadina, dopo che avevamo visitato il sito archeologico che ospitò gli abitanti sconfitti e fuggiti da quella che la storiografia annovera come Falerii Veteres (Civita Castellana, appunto): Falerii Novi, fondata nel 241 d.C.

Per raggiungere il suo centro storico, abbiamo superato il passaggio a livello che delimita la Linea Ferroviaria Roma-Civita Castellana-Viterbo, quella che noi viterbesi, in maniera confidenziale, chiamiamo soltanto “Roma Nord”, una delle due strade ferrate che collegano il capoluogo della Tuscia con la capitale.

In realtà, difficilmente si fa uso di quella linea per andare a Roma. Attraversa molti paesi, e non è troppo veloce. In genere, serve i piccoli centri e ospita gli studenti che da essi, si  muovono per venire a scuola a Viterbo.

In origine, all’inizio del XX secolo,  il collegamento avveniva, con una tramvia, tra la sola città di Roma e il comune civitonico, il prolungamento fino a Viterbo, è di pochi anni posteriore, e risale al 1913.

Ma la ferrovia vera e propria venne inaugurata nel 1932, e per pubblicizzarla si fece ricorso all’immagine del Monte Soratte, ben visibile da quella che era la tappa mediana della strada che i vagoni avrebbero percorso.

Superato il passaggio a livello, si è sull’altissimo ponte. L’ho sempre percorso sulle quattro ruote. Stavolta, ho voluto cambiare.

Parcheggiata l’automobile in una piccola piazza del centro,  abbiamo ridisceso il camminatoio che costeggia il paese e si affaccia sullo strapiombo boscoso e selvaggio.

Il sole era molto alto e, finalmente, caldo.

Facendo attenzione al traffico, sebbene a quell’ora fosse poco intenso, ci siamo immessi sul Ponte Clementino.

Ponte Clementino

Ero emozionata, non lo avevo mai percorso a piedi. Non avevo mai appoggiato i fianchi al parapetto, non troppo “protettivo” per la mia statura. Ho gradito abbandonarmi e immergermi nella natura sottostante, facendo in modo che i miei sensi si fondessero con quell’ambiente, probabilmente rimasto immutato da millenni.

Nella quiete della domenica pomeriggio, nella quasi totale assenza del vociare delle persone e del rombo dei motori, si distinguevano lo scorrere sommesso dei torrenti che attraversano le gole, il tocco lieve del vento che scuoteva le foglie come fossero delle piume, lo scoppiettio dei rami degli arbusti nei quali vanno a infilarsi animali di piccola e grande taglia. Il mio sguardo si è perso, più di una volta, tra le tante gradazioni del verde che andavano a mescolarsi col grigio delle pietre di fiume e il marrone cupo dei tronchi.

La mia pelle subiva le variazioni provocate dalla temperatura e dai fenomeni cui era sottoposta. La pietra con la quale sono stati realizzati i parapetti del ponte, rilasciava, gradualmente, il calore che aveva accumulato durante la giornata, mentre il vento, che proveniva da est, raffreddava il mio volto e scompigliava i capelli, di cui quel giorno andavo particolarmente fiera per via della piega che ero riuscita ad ottenere.

Prima del XVIII secolo, quanti volessero muoversi da e per l’antica Civitas (nome e poi titolo che le venne conferito da Papa Gregorio V attorno all’anno 1000), erano investiti dall’arduo compito di dover solcare il fondovalle. Coloro che provenivano da nord, per attraversare quel territorio, squarciato dall’aspra forra del Rio Maggiore, dovevano esser dotati di buona lena e molto vigore.

Nel 1709, Papa Clemente XI, lo stesso che volle erigere l’obelisco in Piazza della Rotonda a Roma, di fronte all’ingresso del Pantheon donò alla cittadina, su progetto dell’architetto romano Filippo Bariggioni, il ponte, che poi prese il suo nome.

Nell’ ‘800, venne a consolidarsi l’abitudine, nata circa un secolo e mezzo prima, da parte di viaggiatori, pittori e artisti, di compiere quelli che sono ricordati come “Grand Tour”, che poi, altro non è che l’antenato del turismo moderno.

Il colosso sospeso sulla gola, lasciava i pittori tanto stupefatti dal volerlo immortalare concedendogli l’eternità. In origine, il ponte misurava 54 metri di altezza e presentava una torre all’estremità nord e due ordini di arcate.

La costruzione, nonostante la magnificenza che mostrava, cedette sotto l’azione dei detriti trasportati dalla piena del torrente nel pomeriggio del 29 ottobre del 1861.

Venne così ricostruito e ridimensionato alle misure che oggi conosciamo e che corrispondono ai quaranta metri d’altezza e ai novanta di lunghezza, e consentono il deflusso regolare delle acque.

Pio IX, volle arricchirlo con una porta in cui, nel travertino, era scolpito il suo stemma.

Questa non ebbe lunga vita, venne difatti demolita nel 1911, per far posto alla tranvia che fece di Civita Castellana un importante snodo.

Abbiamo fatto ritorno verso il cuore del paese, non prima di aver fermato delle immagini grazie alla videocamera del cellulare.

Nel nostro archivio, abbiamo collezionato  migliaia di foto che riguardano quasi tutti i paesi della provincia, quelli di cui abbiamo vissuto seppur soltanto una breve frazione temporale.

E ogni volta che le  guardo, penso a quanta storia abbia visto scorrere la nostra zona. Ogni comune, o anche la più piccola frazione, annovera nelle sue memorie, personaggi conosciuti a molti che hanno compiuto imprese più o meno note. Sul loro suolo poggiano palazzi storici, castelli, fortezze, chiese e possenti mura.

Fontana in marmo nei pressi del Ponte Clementino

Usciti dal ponte, ci siamo ritrovati dinanzi una fontana in marmo bianco, alla cui sommità fa mostra di sé uno stemma al cui apice si trova un angelo. L’epigrafe sottostante  riporta la data del 1730.

Di fronte, un piccolo giardino che si affaccia sulla forra e in cui svetta una lapide a ricordo dei tre caduti civitonici nella Battaglia di Adua, che decise le sorti dell’esercito italiano durante la guerra d’Abissinia e che mise a tacere per alcuni anni le mire espansionistiche della nostra patria.

Abbiamo proseguito per la via curvilinea che introduce all’abitato. Ci siamo immessi nei vicoli, e tanti piccoli pezzi di arte e cultura hanno piacevolmente interrotto i nostri passi.

Diversi sono i palazzi storici che si parano di fronte a quanti decidano di fare di Civita Castellana una meta per le proprie gite.

Mentre passeggiavamo lungo uno dei vicoli del centro, accompagnati dalle voci che uscivano dalle finestre delle palazzine, ci siamo ritrovati di fronte a un edificio che mostrava il fascino tipico del passato.

L’aspetto, sebbene non ci faccia piacere dirlo, era piuttosto fatiscente. Alcuni turisti erano intenti a scattare foto al portone principale, nel quale sono poi entrati degli inquilini.

Ci siamo soffermati ad ammirarne il portale realizzato in travertino e il loggiato in cui sono collocati gli stemmi del vecchio e nobile proprietario, il Conte Paradisi.

Lo stabile in questione è la dimora che, nel XVII secolo,  fece edificare la stessa sua famiglia, originaria di Terni, ma presente nella cittadina falisca, oltre che a Frosinone e a Castelnuovo di Porto.

Al ramo civitonico, appartennero rappresentanti che si distinsero nel campo delle arti, della poesia e del teatro.

Tra un vicolo e l’altro, ci siamo trovati di fronte ad alcune di quelle che dovettero essere le celebri cinquanta torri che furono erette, assieme ad altre opere, allo scopo di difendere l’abitato dalle incursioni nemiche.

Alzando lo sguardo, non è immediato individuare le antiche torri, che misuravano dagli otto ai dodici metri: difatti, di esse rimangono poco più che i basamenti.

Torre medioevale

In Via Panico ce ne sono due, che risalgono al XIII secolo e di cui  se ne vedono ancora i resti. In zona risiedeva il Consiglio Cittadino, e vi erano ubicati i magazzini di grano per l’approvvigionamento della città e un  forno a legna. Oltre a questi servizi, utili per la cittadinanza, c’era anche la sede della Posta Vecchia dove si cambiavano i cavalli prima di proseguire, percorrendo la Via Amerina, per la città di Roma.

Poco distante, il bel Palazzo Feroldi De Rosa, oggi convertito in lussuosa struttura ricettiva, che vide la luce nel medioevo e raggiunse le forme definitive nel ‘700, dopo essere stata, un secolo prima, una residenza papale. Nel luglio del 1800, ebbe come ospiti, senz’ombra di dubbio prestigiosi, Carlo Emanuele IV e Clotilde di Savoia, i sovrani che vennero esiliati dal Piemonte.

Girovagando senza una meta, siamo giunti ai piedi di un edificio che ci è parso in stato di degrado.

L’intonaco totalmente scrostato, lasciava intravedere le mura portanti; qualche finestra era dotata ancora di imposte, sebbene fossero del tutto sverniciate e, in alcune, un pannello di compensato andava a sostituire la superficie vetrata. Piccolissimi balconi, dalla forma a semicerchio, con la parte inferiore decorata, godevano ancora di un’esile ringhiera.

Ex Orfanotrofio Stefani Lepori

L’ Orfanotrofio Stefani Lepori, aveva sede in un palazzo gentilizio, detto Palazzo Soderini, costruito nel XVII secolo: stucchi, archi rampanti e campanile a vela lo caratterizzavano. Al suo interno sono presenti una cappella e una corte, assieme ad orti, a giardini e a due lavatoi. Inizialmente destinato a uso residenziale, venne successivamente adibito a ricovero per bambini abbandonati, la curia di Civita Castellana, ne era responsabile, ed ancora oggi, la diocesi ne è la proprietaria.

L’edificio fu  parzialmente bombardato su via Porta Lanciana e venne ricostruito al termine della II guerra mondiale. Dalla fine degli anni ‘80 versa in stato di abbandono.

Chissà quanti tra i bambini che hanno ricevuto le cure del personale, e che vi hanno dimorato prima che qualche famiglia generosa se ne prendesse cura, resterebbero male nel constatare le condizioni attuali della loro prima casa.

Ci siamo incamminati andando alla ricerca dei gioielli civitonici, e li abbiamo trovati, nelle linee della Fontana dei Draghi, nello splendore dell’antico Duomo e nel possente Forte Sangallo.

Abbiamo interrotto la nostra visita senza troppa mestizia, sapevamo che saremmo tornati e avremmo goduto, una volta ancora di quella magica aria che incantò i più illustri personaggi.

Abbiamo pensato a Goethe, e la voglia di rileggere le righe in cui racconta Civita Castellana, ha fatto sì che tornassimo indietro di oltre due secoli.

“Appena passato il ponte, ci si trova su un suolo vulcanico, che può essere sia di vera lava sia di minerale più antico, trasformato per calcinazione e fusione. Si sale lungo le pendici di un monte che si direbbe di lava grigia; vi si trovano parecchi cristalli bianchi granatiformi. La strada che dal termine della salita conduce a Civita Castellana è della medesima pietra, resa ben liscia dal passaggio delle ruote; la città è costruita su tufo vulcanico, nel quale m’ è parso di ravvisare cenere, pomice e frammenti di lava. Bellissima la vista del castello: Il monte Soratte una massa calcarea che probabilmente fà parte della catena appenninica, si erge solitario e pittoresco. le zone vulcaniche sono molto più basse degli Appennini e solo i corsi d’ acqua, scorrendo impetuosi, le hanno incise creando rilievi e dirupi in forme stupendamente plastiche, roccioni a precipizio e un paesaggio tutto discontinuità e fratture.”

 

Fonte: viterbox

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