La sera del 15 marzo Aldo Moro si intrattiene nel suo studio, in via Savoia 88, in compagnia dei suoi più stretti collaboratori: Nicola Rana e Corrado Guerzoni.

Il giorno dopo avrà luogo un importante dibattito parlamentare e il successivo voto di fiducia al quarto governo Andreotti, un governo sostenuto per la prima volta dai voti del Partito Comunista e nato grazie alla fondamentale opera di mediazione dello stesso Moro.

La mattina seguente, il 16 marzo 1978, Aldo Moro esce di casa alle 8 e 55. La sua scorta è formata da due automobili: una Fiat 130 con a bordo l’onorevole, il suo caposcorta (Maresciallo Oreste Leonardi) e l’autista (l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci) e una Alfetta, con all’interno i tre poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

Pochi minuti dopo le 9.00, seguendo il percorso consueto, le due auto si immettono in via Mario Fani provenendo da via Trionfale. Li aspettano dieci membri delle Brigate Rosse. La prima a entrare in azione è Rita Algranati, che, attraverso un segnale concordato (ha in mano un mazzo di fiori) comunica agli altri membri del commando che le due auto hanno imboccato la via. A questo punto una Fiat 128 con targa diplomatica (rubata) guidata da Mario Moretti e parcheggiata a lato della carreggiata, si immette nella corsia proprio davanti all’automobile di Moro, in modo da imporle un arresto nel punto concordato e impedirne la fuga al momento dell’assalto.

Quando il convoglio giunge allo STOP tra via Fani e via Stresa, la Fiat 128 arresta la sua corsa costringendo le due macchine della scorta a fermarsi proprio in prossimità di alcune siepi, dietro le quali quattro uomini,  vestiti da piloti d’aereo,  attendono armati di mitra .

Contemporaneamente si attivano due blocchi del traffico, uno superiore, attivato al passaggio dell’Alfetta di scorta e composto da due brigatisti armati (Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri) e uno inferiore (Barbara Balzerani), in mezzo all’incrocio, entrambi per tenere lontani passanti e automobili estranee all’azione.

In pochi, terribili secondi i quattro brigatisti/avieri, identificati in Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Valerio Morucci, sparano circa un centinaio di colpi in direzione dei cinque uomini della scorta. Quattro agenti non fanno in tempo neanche ad abbozzare una reazione, tanto è il fattore sorpresa; soltanto uno (anche a causa del malfunzionamento di alcuni dei mitra in dotazione alle BR) ha modo di uscire dall’auto (dal lato destro) ma viene colpito a morte prima di poter scappare. A sparatoria finita Aldo Moro, illeso e sotto shock, viene fatto scendere dall’automobile e fatto salire sul sedile posteriore di una Fiat 132, condotta da Bruno Seghetti in retromarcia da via Stresa fino all’incrocio. Questa e altre due macchine (altre due Fiat 128) con a bordo tutte e nove le persone coinvolte si dileguano in salita per via Stresa.

I brigatisti riescono a confondersi  nel traffico.

Il sequestro e la sparatoria furono rivendicati alle 10.15, agli organi di stampa di Roma, Milano, Torino e Genova: «Questa mattina abbiamo rapito il presidente della Democrazia cristiana ed eliminato la sua scorta, le “teste di cuoio” di Cossiga», allora ministro dell’Interno.

Proprio quel giorno il Parlamento era chiamato a dibattere e votare la fiducia a un Governo di solidarietà nazionale appoggiato, per la prima volta dal 1947, dal Partito comunista italiano, per la costituzione del quale il presidente della Dc si era fortemente impegnato. La data del sequestro non fu scelta a caso.

Nel Comunicato n.2 le Br sottolinearono che, così facendo, il Pci e i sindacati «collaborazionisti» assumevano «il compito di funzionare da apparato poliziesco antioperaio, da delatori, da spie del regime. La cattura di Aldo Moro, al quale tutto lo schieramento borghese riconosce il maggior merito del raggiungimento di questo obiettivo, non ha fatto altro che mettere in macroscopica evidenza questa realtà».

Tutto il periodo drammatico del sequestro fu scandito dalla diffusione di comunicati delle Br talora accompagnati da drammatiche lettere e appelli del presidente della Dc, altre volte dalla richiesta delle Br di scarcerare «militanti detenuti» per liberare il sequestrato, o ancora della commissione di altri omicidi, come quelli degli appartenenti al Corpo degli agenti di custodia, maresciallo Francesco Di Cataldo e agente Lorenzo Cutugno.

Con il Comunicato n.9 le Br, dopo aver “registrato” «il chiaro rifiuto della Dc, del governo e dei complici che lo sostengono» allo «scambio di prigionieri politici», annunciarono: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».

Dopo 55 terribili giorni dal sequestro che aveva scosso l’Italia e il mondo intero, alle 14 del 9 maggio, il corpo di Aldo Moro venne fatto rinvenire all’interno di una Renault 4 rossa, in via Michelangelo Caetani, a breve distanza dalle sedi della Dc e del Pci.

Furono aperte inchieste e indagini sulla strage della scorta, il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Si svolsero diversi processi e Commissioni parlamentari di inchiesta per approfondire ogni tipo di condotta o di situazione tenuta o verificatasi con riferimento alla terribile vicenda.

Al loro esito vennero individuati e condannati esponenti delle Br che, in vario modo, avevano partecipato alla organizzazione e al compimento dei gravissimi delitti. Oggi è il quarantatreesimo anniversario del sequestro.

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