Zan è proprietario e amministratore della società che gestisce l’evento del Pride Village di Padova, Bonifazi è in una società immobiliare con Davide Serra. Il meloniano Urso siede in commissione Affari esteri ed è socio con il figlio di una società che si occupa di internazionalizzazione delle imprese.

La forzista Bernini è ancora nel cda di una società di armi. Ecco i casi più eclatanti.

Matteo Renzi fa tendenza. Non fra gli elettori, ma fra i parlamentari col doppio lavoro, la doppia poltrona e, a volte, il doppio stipendio. Come ha raccontato L’Espresso, il conferenziere a ingaggio ha appena inaugurato la Ma.Re, una società di consulenza che, con modestia, porta le sue iniziali. Però di Renzi n’è pieno il Parlamento: 196 parlamentari durante la legislatura hanno avviato imprese o assunto cariche in consigli di amministrazione oppure, semplicemente, non hanno mai sospeso i loro affari. Siccome non ci sono limiti, ci si muove senza limiti. In Italia non ci sono norme precise e rigide.

Il Senato non prescrive nulla. La Camera ha un timido codice di condotta. Il Gruppo di Stati contro la corruzione, il cosiddetto organismo Greco del consiglio d’Europa, ha appena consegnato un rapporto molto critico a Palazzo Chigi: «Ci si rammarica che le iniziative concrete che erano state impostate dalla precedente legislatura sui conflitti di interesse non abbiano avuto seguito. Le autorità italiane fanno solo riferimento a una bozza di modifica della legge sui conflitti di interesse attualmente in discussione alla Camera».

Si tratta del disegno di legge Fiano-Boccia, impantanato da mesi nelle commissioni a Montecitorio. La norma prevede «ulteriori casi di ineleggibilità e incompatibilità per i parlamentari sul fronte dell’attività privata anche se svolta all’estero e sulle partecipazioni societarie e azionarie anche in srl e aziende non solo dirette ma anche di familiari». E poi si demanda all’Autorità per la concorrenza, cioè all’Antitrust, il compito di controllare il rispetto della norma e irrogare eventuali sanzioni «fino alla decadenza del parlamentare in questione». Vincoli severi e perciò ancora in bozza. Il Greco ha chiesto, inoltre, altri interventi sui conflitti di interessi dopo la carriera parlamentare. Roma indugia perché i politici indugiano. In fondo conviene, a chi ha uno stipendio, ritrovarsene due o tre. E partendo da sinistra a destra o viceversa, passando per il centro, non ci sono differenze.

Ecco un piccolo campionario di parlamentari-imprenditori-consulenti. Il terzetto Francesco Bonifazi, Federico Lovadina, Emanuele Boschi avanza sempre compatto. Bonifazi è avvocato e senatore di Italia Viva, un irriducibile renziano, tesoriere di Iv come lo fu nel Pd con Renzi segretario. Lovadina è avvocato e presidente di Toscana Energia e del gruppo Sia (pagamenti digitali), due aziende di carattere pubblico. Boschi è commercialista e fratello di Maria Elena.

Oltre a condividere lo studio legale Bl, Bonifazi, Lovadina e Boschi sono soci con pari quota al 27 per cento di Lbr servizi, a sua volta presente con lo 0,38 per cento nel capitale di Homepal, l’agenzia immobiliare interamente su internet lanciata da Andrea Lacalamita, ex dirigente di Unicredit e Mediobanca. Homepal ha un paio di anni e già fattura 2 milioni di euro. Ha un futuro splendente, tant’è che ci hanno speso migliaia di euro anche la Banca Bper e il finanziere Davide Serra, l’amico e donatore di Renzi. Adesso ci sono Renzi e i renziani, un tempo c’era il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi che ha assuefatto gli italiani. Per rinfrescare quel disappunto un tempo assai vivace, va rammentato che a Palazzo Madama siedono tre senatori che fanno parte anche del consiglio di amministrazione di Fininvest, la cassaforte della famiglia Berlusconi: Adriano Galliani, Niccolò Ghedini e Salvatore Sciascia. Invece la senatrice Anna Maria Bernini, capogruppo forzista a Palazzo Madama, è al secondo triennio nel cda di Benelli armi del gruppo Beretta che, per l’appunto, fa armi e munizioni da caccia e da guerra anche per l’esercito italiano.

Ci si abitua a non indignarsi più. L’ha capito il deputato leghista Dario Galli. Nel governo gialloverde di Giuseppe Conte fu viceministro allo Sviluppo economico. Dopo una lunga istruttoria, l’Antitrust sancì che le cariche societarie di Galli erano incompatibili con l’incarico di governo. Il governo gialloverde, però, non esiste più, ma Galli conserva la presidenza di Ticino Holding, il ruolo di consigliere delegato e azionista al 50 per cento di Ticino Plast che, come s’intuisce, fabbrica prodotti in plastica. Neppure il senatore Andrea Marcucci, ex capogruppo del Pd, si è mai preoccupato della distanza fra i suoi affari di famiglia e i suoi incarichi politici. Marcucci è ancora consigliere di Kedrion, l’azienda farmaceutica di famiglia di cui Fsi Investimenti, controllata da Cassa depositi e prestiti, cioè dallo Stato, è un importante azionista. Anzi Marcucci ha varato un’altra impresa un paio di anni fa: si chiama Ambrosia e vende all’ingrosso bevande alcoliche.

La svolta meridionalista di Matteo Salvini è sublimata dalla travolgente passione per i panzerotti pugliesi. I panzerotti pugliesi sono il suo cibo di conforto – ne fece una scorpacciata dopo una sconfitta del suo Milan nel derby con l’Inter – e la traiettoria filosofica del suo partito. Lui li mangia, altri ci investono. I deputati Massimiliano Capitanio, Giulio Centemero e Alberto Ribolla hanno acquistato un po’ di azioni di “I love panzerotti”, un’azienda americana formata da una coppia di cugini lombardi, Angelo Magni e Giovanni Bonati. I tre deputati leghisti, tra cui il tesoriere Centemero, hanno deciso di aiutare “I love panzerotti” perché utilizza unicamente prodotti pugliesi, coinvolge imprenditori lombardi e assume personale italiano. E in più i panzerotti si annaffiano con la birra Elav di un birrificio indipendente bergamasco per un pasto totalmente leghista a New York e Miami.

Dopo l’uscita di Salvatore Caita dal gruppo, il deputato irpino Michele Gubitosa è l’imprenditore per eccellenza dei Cinque Stelle. Gubitosa è proprietario dell’azienda di informatica Hs Company.

Ogni anno a Padova d’estate si tiene il Pride Village. «Il più grande evento Lgbt+ d’Italia», specifica con orgoglio Alessandro Zan, che si definisce, in ordine, fondatore del Padova Pride Village, attivista Lgbt+ e deputato della Repubblica. Com’è noto l’onorevole democratico Zan è il relatore del ddl Zan, il disegno di legge contro l’omofobia, la transfobia, la misoginia e l’abilismo, già approvato in prima lettura alla Camera e contrastato dalle destre al Senato. Questo, invece, non è noto: Zan è azionista di maggioranza col 52 per cento e amministratore unico di Be proud srl, la società a responsabilità limitata che organizza concerti, spettacoli e dibattiti nei tre mesi del Pride Village alla fiera di Padova. Be proud fu aperta nella primavera del 2015 alla vigilia dell’ottava edizione, mentre Zan, già assessore comunale di Padova, era deputato di Sel di Nichi Vendola. «La Be proud è una società di scopo che gestisce solo il Pride Village a Padova. Io non ho alcun compenso e», precisa il deputato del Pd, «non c’è alcun ritorno economico. Tutto quello che incassa lo reinveste e quindi non fa alcun tipo di utile. La società è nata perché l’Arcigay non poteva seguire la gestione del Village per motivi fiscali». Be proud ha impiegato 23 persone e ha dichiarato ricavi per 1,049 milioni di euro nel 2019 e si tratta, soprattutto, dei biglietti d’ingresso. Non riceve contributi pubblici, ma il comune di Padova finanzia alcune associazioni e alcuni appuntamenti del cartellone del Village. La società Bithouseweb si occupa di comunicazione per il Pride Village da sempre e ha una quota del 24 per cento in Be proud. A differenza di Be proud, Bithousweb non lavora soltanto per il Pride Village e i suoi amministratori sono ben retribuiti. Zan non guadagna un euro dal Pride Village e assicura che si è intestato la società per generosità: di fatto, però, i conti e le scelte del Pride Village, un potere, dipendono completamente da Be proud di cui Zan è proprietario e amministratore e dai suoi soci di Bithousweb.

Adolfo Urso, senatore di Fratelli d’Italia, è la spalla del giovane figlio Pietro nella società Italy World Services (Iws) che svolge «attività di consulenza e assistenza a professionisti e imprese, pubbliche e private, per raggiungere il mercato internazionale». Papà Adolfo ha il 31 per cento, il figlio Pietro il 69. Per sette anni viceministro con delega al commercio estero negli ultimi governi di Berlusconi, dunque competente del settore, Urso ha fondato Iws nel 2013 quando non venne candidato dopo la rottura fra Gianfranco Fini e l’ex Cavaliere. Adesso è membro della commissione Esteri e vicepresidente del comitato che vigila sui servizi segreti (Copasir), ma non ha lasciato la società di famiglia: «Nel 2013 non ero più in Parlamento né avevo ancora il vitalizio. Non ho chiesto un posto pubblico e mi sono reinventato nel privato. Quando nel 2017 ho compiuto 60 anni e ho iniziato a ricevere il vitalizio, ho smesso di avere ruoli operativi in questa società e non ho più ricevuto compensi. Nel 2018 sono stato rieletto e continuo a mantenere solo una piccola quota. Oggi non ho alcuna incompatibilità perché non svolgo alcuna attività operativa. E le dico di più: anche se l’avessi non sarebbe incompatibile. Sentite, qui tutti vanno alla ricerca di incarichi pubblici, io quando non ero più parlamentare cosa dovevo fare? Ho seguito la legge: mi sono dimesso dal governo Berlusconi e dopo tre anni ho fondato Iws».

Tutti stanno un po’ di qua e un po’ di là. Un po’ attentamente in aula e un po’ distrattamente in cda. Nessuno si sente operativo. Di sicuro, molti si avvertono indispensabili.

Fonte: L’Espresso.it

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