Ci aspettavamo le nuvole, quel giorno di fine aprile. Invece, strano a credersi,  erano andate a nascondersi chissà dove, lasciando sgombro lo specchio azzurro pallido sopra di noi.

Avevo indossato, al mattino, una giacca di pelle giallo acido e la mia amata minigonna dello stesso materiale, ma nera. Il colore vivace del capospalla era un invito al sole, mentre la gonna, la considero un po’ il mio portafortuna, che mi ha accompagnata nei tanti bei luoghi della nostra provincia.

La mia auto ha battuto spesso quella strada, a volte anche giornalmente. Corchiano segnava l’ultima tappa prima del mio arrivo a Civita Castellana.

Non ricordo di aver mai notato nulla di particolare, ero distratta persino rispetto alle rupi che la spaccano a metà. Probabilmente le consideravo soltanto per via del ristorante che sorge sopra a una di esse. Tante delle volte che sono passata era buio, e una fermata per cena sarebbe stata anche giustificata. Non l’ho mai fatto, avevo sempre fretta di scavallare i monti e tornare al mio nido, quello che, da sempre, mi dà sicurezza.

Però c’era una cosa che non ho mai tralasciato, ed era la visione del grande edificio posto a sinistra della strada che attraversa il paese.

Prima di arrivare a Corchiano, la mia corsa era sempre rallentata dal passaggio a livello. In genere imponeva una sosta, e concedeva un tempo in cui, lentamente, mi guardavo attorno.

Mi ritrovavo, così, a scrutare l’erba che segnava il confine laterale della strada e la campagna che c’era attorno.

Nel buio, quasi all’improvviso, compariva il fascio luminoso che si muoveva con anticipo alla motrice di quel treno formato da due o, al massimo, tre vagoni. Lo spostamento d’aria, così, durava una manciata di secondi, mentre il rombo dei motori in corsa, sfumava nel momento in cui la sbarra si alzava.

Da qualche mese, quella sosta forzata, non  si fa più. Una sottovia ferroviaria, ne ha eliminato l’attraversamento, facilitando il transito, ma togliendo quel piccolo spazio temporale in cui si è obbligati a far nulla.

Superato lo sbarramento, proseguivo dritta, senza attraversare parte del paese.

Vicoli della vecchia Corchiano

Stavolta, abbiamo svoltato a sinistra, e ci siamo ritrovati lungo una via in cui, a destra e a sinistra, abbiamo scorto un paio di bar, all’esterno dei quali vi era la tipica clientela che sosta in quei luoghi il mattino presto: le mamme che, dopo aver accompagnato a scuola i propri pargoli, si concedono una piccola e dolce pausa con le amiche e gruppetti di uomini, molti dei quali in abiti tipicamente da lavoro, che socializzano con altri avventori.

Abbiamo proseguito verso il centro del paese, parcheggiando la macchina all’esterno di una bottega storica, credo una merceria, peccato che non fosse ancora orario d’apertura, altrimenti ci sarebbe piaciuto scambiare due chiacchiere con il proprietario per essere eruditi sulla lunga storia di quella terra.

Alla nostra sinistra, in cima a una scalinata, abbiamo notato una chiesa dall’aspetto piuttosto insolito.

Chiesa di San Biagio

Dalle informazioni che abbiamo raccolto, quella di San Biagio, patrono di Corchiano, è la principale chiesa del borgo, risalente alla seconda metà del ‘400. Nonostante l’aspetto non propriamente sofisticato della facciata esterna, quadrata e con occhio centrale, essa è affrescata con dipinti votivi dalle raffinate fattezze, eseguiti attorno al 1468 da Lorenzo da Viterbo e dai suoi allievi.

Tra le opere, assumono grande evidenza quelle che rappresentano San Giorgio e il drago, eseguita dal Maestro di Corchiano e due rappresentazioni di San Biagio. In una di queste è facile notare il pettine in ferro da cardatore con cui venne torturato. Tale strumento è presente anche nello stemma cittadino, e si accompagna al giglio dei Farnese, nobile famiglia che anche in questo comune posto sulla Via Amerina ha lasciato, forti, le sue tracce.

Torrione della Rocca Farnese

Siamo andati alla ricerca della Rocca Farnese, sapevamo che la famiglia ne possedeva una anche in questo comune tanto prossimo a Civita Castellana.

Nel 1539, Corchiano e il suo territorio furono uniti alla contea di Ronciglione, annessa, a sua volta, al Ducato di Castro, istituito due anni prima per Pierluigi Farnese da suo padre, il papa Paolo III.

Qualche anno più tardi l’antico castello, edificato nel XII secolo, venne ristrutturato e trasformato in dimora signorile dai nuovi proprietari, nonostante ciò mantenne quelle peculiarità che ne facevano una struttura difensiva.

Nel 1674 venne operato un forte intervento di restauro. Alcuni scatti fotografici sono a testimoniare che la rocca si conservò in uno stato discreto fino agli inizi del ‘900.

Negli anni 50 del XX secolo venne demolito il lato sud e tredici anni dopo crollò parte del  lato nord. Il castello, fino a quell’epoca, fu abitato. Successivamente a quegli eventi venne abbandonato e demolito, in maniera quasi integrale nel 1979.

Ne rimane un torrione realizzato  con blocchetti regolari di tufo, in cui si concretizza la tecnica muraria cinquecentesca, che punta gli occhi sulla forra. Al suo posto vi è ora un belvedere, da cui abbiamo ascoltato il grido della natura, che oseremmo definire, selvaggia.

I gatti sono i principi incontrastati dei borghi, specie se questi sono silenziosi e poco transitati. Ne abbiamo visti diversi aggirarsi per vicoli e piazzette, sostare sui davanzali delle finestre o accovacciati sugli scalini. Alcuni più robusti, altri più agili, come quello che, stupendoci, si è infilato nella spaccatura di un vecchio portone in legno.

I loro passi, morbidi e decisi, hanno segnato la strada che, poi, ci siamo trovati a percorrere.

Altri animali, quella mattina, hanno attirato i nostri sguardi.

Ci siamo fermati per fotografare la rigogliosa natura che popola la vallata e, sporgendoci dal muretto che delimita il belvedere, abbiamo avvistato due macchie color grigio che si muovevano pigramente. Una coppia di asini si spostava lungo le sterrate della forra, col tipico piglio dell’animale abituato alla fatica e alla sopportazione.

Scala che porta alla Forra

Ho disceso i gradini. Ho lasciato chi mi accompagnava a mirare il panorama e a cercare la giusta inquadratura, per avventurarmi alla ricerca di un passato remoto.

La scalinata è scavata direttamente nella pietra tufacea, quella di cui è costituito lo sperone su cui poggia questo comune in cui trovano dimora circa 3700 abitanti.

L’assenza del benché minimo rumore riconducibile all’uomo, mi ha calata nell’atmosfera cui anelavo. Sonno dovuta tornare alla realtà in breve, dato che il nostro giro era ancora da compiersi.

Ci siamo inoltrati per le vie del centro storico, andando con la memoria alla lunga storia che caratterizza la cittadina.

Molti secoli prima della nascita di Cristo, all’incirca nell’VIII secolo,  nel territorio settentrionale dell’area in cui si era insediata la popolazione dei Falisci, sorgeva un antica città della quale sono stati ritrovati diversi reperti. Fonti letterarie antiche, la identificarono con Fescennium. A essa è collegata un particolare genere letterario, che coincide con la poesia popolare che sembrerebbe essere alla base della satira romana.

L’origine dei Fescennini, questo è il loro nome, pare si debba a quanto veniva recitato durante le feste agresti che si svolgevano per celebrare il raccolto. Durante questi  allegri simposi, era tradizione festeggiare  l’abbondanza  recitando  versi in forma sboccata e licenziosa, come ringraziamento.

Il sito archeologico, inoltre, assunse un ruolo di primaria importanza nell’agro falisco, a causa della sua posizione che permetteva un serrato controllo delle vie di transito che, pur non attraversando i Monti Cimini, erano loro adiacenti.

Ma la zona era stata popolata ancor prima,  si pensa addirittura nel Paleolitico, come è testimoniato da una serie di ripari posti all’interno di grotte, che prendono il nome di “cavernette falische”.

La città conobbe un periodo di floridezza attorno al IV sec. a. C. e, in tempi di poco successivi, anche gli Etruschi la popolarono, come si evince dalle tombe rupestri con facciata a portico, ancora oggi visibili nella località in cui fu edificata la Chiesa della Madonna del Soccorso, attribuita a Giuliano da Sangallo e riconosciuta quale monumento nazionale.

La cittadina iniziò a spopolarsi in seguito alla conquista romana di Falerii Veteres, l’antica Civita Castellana.

Fino al limitare dell’alto medioevo il comprensorio di cui si narra, visse un periodo di pace che s’ interruppe con la discesa delle popolazioni barbare,  le quali saccheggiarono e devastarono Falerii, sebbene avesse possenti mura e una serie formata da cinquanta torri che non riuscirono, però, a proteggerla. Gli abitanti, allora, lasciarono i propri ricoveri e si rifugiarono sui quei dirupi che rappresentavano per loro la salvezza.

L’antica Fescennium si ripopolò attorno all’anno 1000: in quel periodo furono eretti numerosi castelli. Anche il nome del paese variò tramutandosi in Hortiano. Alla sua guida vi era il capitano di ventura Ranieri di Farolfo. Dopo di lui, e fino al 1472,  i Di Vico e gli Orsini furono signori del paese.

Grazie ai Farnese, già menzionati per via della Rocca, Corchiano si arricchì di opere architettoniche di notevole valore. La famiglia dominò per circa 110 anni: questo è il motivo per cui il giglio farnesiano di trova scolpito su molti dei suoi edifici.

Successivamente alla distruzione della città di Castro e al dissolvimento del ducato, Corchiano passò in mano alla Chiesa e poi ad altre signorie. Nel 1798 fu occupata dalle truppe francesi ed eletta dall’esercito di Napoleone a cantone del Distretto Cimino. Si dice che questo sia stato il periodo più cupo della storia corchianese. In seguito tornò sotto la Camera Apostolica fin quando si compì l’Unità d’Italia, nel 1870.

Chiesa Santa Maria del Rosario

Percorrendo i vicoli abbiamo incontrato, stretta in uno di essi, la Chiesa di Santa Maria del Rosario. Ne abbiamo osservato la cornice in peperino del più antico portale, che riporta la data del 1423.  Il secondo, invece, fu aperto nei primi anni del secolo scorso, sebbene la cornice provenga dall’antica chiesa romanica di San Valentino, abbattuta successivamente all’Unità d’Italia. Un alto campanile a vela domina su di essa e sulle costruzioni addossate.

Ci è dispiaciuto non poter entrare e ammirare i suoi interni, nei quali sono custodite diverse opere di pregio, tra cui un olio su tela del 1745 raffigurante la Vergine con il Bambino che  reca la corona del Santo Rosario.

Ci siamo spostati lungo i lati del costone su cui poggia l’abitato e, volgendo lo sguardo verso il basso, abbiamo osservato con attenzione il sito in cui si svolge il presepe vivente, in cui sono visibili le piccole grotte dove sono alloggiate figure e rappresentazioni.

Uscendo dalla parte più vecchia del paese, dopo esserci immersi nel dedalo di vie che lo compongono, ci siamo ritrovati di lato la Fontana Farnese, in peperino e con i gigli scolpiti, in cui l’acqua fuoriesce da nove cannelle.

Fontana Farnese

Abbiamo terminato la nostra passeggiata con una colazione rigenerante presso un locale accogliente e che offre prodotti freschi e ottimi al palato.

Ci siamo incamminati verso l’uscita del paese, andando alla ricerca Via Amerina, e ci siamo soffermati a osservare gli imponenti monumenti naturali di cui, giustamente, i cittadini  vanno fieri.

Le Forre di Corchiano si trovano lungo il Rio Fratta, un affluente del Tevere. Oltre a caratterizzarsi per la cospicua quantità di testimonianze archeologiche, rappresentano un ambiente in cui è presente una spiccata eterogeneità ambientale in cui vi è la presenza di ecosistemi diversi, come quello fluviale, rupestre, boschivo e agricolo.

La varietà di ambienti fa sì che convivano diverse specie animali, tra cui una rara tipologia di gatto selvatico, istrici, cinghiali, tassi, ghiri, donnole, volpi, martore, faine, lepri e una forte diversità di specie di uccelli.

Forre

Non è stato   semplice, però, trovare il tracciato della Via Amerina. Seguendo le indicazioni ci siamo immessi su una strada secondaria. Alcuni cartelli riportavano la dicitura “Cammino della Luce”, che abbiamo scoperto essere un percorso di circa 220 km che va da Perugia a Roma, e che tocca 23 comuni.

Lungo questa via si mossero i primi martiri e la utilizzarono per diffondere il Cristianesimo sin dai tempi delle persecuzioni di Diocleziano. Tra questi,  Santa Illuminata e Santa Firmina di Amelia, entrambe uccise dai prefetti dell’Imperatore.

Lasciando quella zona poco battuta, ci siamo diretti verso un luogo in apparenza selvaggio e, ancora una volta, ci siamo trovati di fronte alle pareti scrostate di una delle stazioni della Civitavecchia Orte.

Dobbiamo pensarci. Dobbiamo percorrere la strada ferrata. Dobbiamo fare in modo che la nostra chimera si concretizzi. Senza temere di dover fare a meno di un sogno.

Stazione di Corchiano

 

Fonte: viterbox

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