„Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui. “

Il patrimonio culturale italiano è, sotto ogni punto di vista, inestimabile.

La mole incessante di produzioni pittoriche, scultoree, musicali, performative e letterarie prodotte dai nostri connazionali, passati e presenti, non può essere vista in altro modo, se non come una pantagruelica espressione di un carattere artistico innovativo.

Tuttavia, fra tutti i grandi nomi che venerabilmente ricordiamo, c’è n’è uno che spicca per virtuosismo, controversia, storia, talento, eleganza e raffinatezza.

Il nome del poeta che, seppur comunemente accostato alla pura immoralità, veglia, instancabile, sul culto della parola scritta è Gabriele D’Annunzio.

Tutti noi conosciamo e apprezziamo, chi più chi meno, il Poeta Vate pescarese (12 marzo 1863 – 1° marzo 1938) che, venuto al mondo sotto il segno del mezzogiorno italiano, consacra la propria vita al servizio dell’arte e all’accensione dei piaceri. La vita e l’arte si fondono indissolubilmente.

Tra le più grandi opere spiccano i romanzi manifesti del movimento decadentista nazionale (Il Piacere, L’innocente, Le vergini delle rocce), le poesie intrinseche di una misteriosa, quanto erotica, spiritualità borghese (Primo Vere, Canto novo, Intermezzo di rime) e le modernissime, seppur dal retrogusto antico, opere teatrali D’annunziane (La città morta, La Gioconda).

Ma una storia ancor più degna di essere raccontata di quelle scritte dal Vate è, senza dubbio, la leggenda della sua vita; costellata di aneddoti d’irriverenza e genialità.

È ancora un liceale quando, nel 1879, pubblica la sua prima raccolta di poesie, intitolata, profeticamente, “Primo Vere”.

Il successo è assicurato, ma, smanioso di distinguersi da una massa dalla quale non si sente attratto, il giovane Gabriele escogita un estremo stratagemma al fine di garantirsi il successo letterario.

«Gabriele d’Annunzio, il giovane poeta già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso nel nostro giornale, giorni addietro (5 novembre) sulla strada di Francavilla, cadendo da cavallo per improvviso mancamento di forze, restò morto sul colpo. Fra giorni doveva uscire la nuova edizione del suo Primo vere…».

Sono queste le parole che, falsamente, vengono incitate nella divulgazione dal Vate stesso, al fine di raggiungere un successo editoriale conclamato, per poi, giorni dopo, smentire ogni affermazione, godendosi la fama derivata.

Giunto a Roma e iscrittosi alla facoltà di lettere si lascia, senza resistenza alcuna, distrarre dalla vita mondana della capitale, finendo così per dimenticare ogni ipotesi di Laurea.

Ma la mancanza di titoli non può fermare una mente che, pervasa dall’estetismo, dal panismo e dal superomismo, verte verso l’esigenza di un infinito.

D’Annunzio si afferma, molto rapidamente, tra gli autori più apprezzati della sua contemporaneità, arrivando a guadagnarsi l’ingresso alle esclusive “Case Aristocratiche”.

Sarà proprio in questi “circoli” che il poeta darà spesso sfoggio di una sua iconica, quanto irriverente, “ironia intellettuale”, facendosi adulare da un pubblico, a sua detta ignorante, per opere non ancora scritte o, addirittura, inventate sul momento.

I punti cardini della sua poetica sono chiari: la continua ricerca di una esclusiva raffinatezza artistico-biografica, il raggiungimento di una fusione adulatrice tra uomo e natura e, non meno importante, il superamento della morale comune tramite il concetto di “Super-Uomo”.

Gabriele D’Annunzio è figlio di un tempo in discesa, in contrasto tra l’avanzare di un futuro affascinante e il richiamo classicista dell’antichità.

Sarà forse per questo motivo che condurrà una vita fatta di continue contraddizioni e scoperte.

Gira l’Italia, soggiornando anche a Firenze e a Napoli, tenta la vita politica, facendosi eleggere deputato fra le file di estrema destra, passando poi all’estrema sinistra, instaura rapporti con la Massoneria del gran Maestro Ettore Ferrari (con il quale inaugurerà L’Università Popolare di Milano) e si trasferisce anche in Francia.

Durante il soggiorno francese il Vate non manca di tessere rapporti con altri grandi artisti dell’epoca, tra cui Debussy, Proust e Marinetti.

Nemico conclamato (Ironicamente) delle Università, egli rifiuta ogni proposta di cattedra, compresa la domanda di qualifica come “Accademico della Crusca”.

Troppi, veramente troppi, sono gli aneddoti di questa vita immaginifica che, nel 1910, si esprime nell’adesione al “Partito Nazionalista Italiano”.

Tuttavia la sua attività bellica durante il primo conflitto mondiale si limita al propagandismo puro. Quale arma avrebbe mai potuto utilizzare il Vate pescarese? La parola.

La sua popolarità cresce a dismisura, ormai il culto della sua esistenza, vissuta tra lusso e debiti, viene surclassato dall’immagine di un uomo senza confini, arrivando a intimorire anche il nascente partito fascista.

D’Annunzio rappresentava una vera e propria minaccia per il partito che, nonostante si vociferi di qualche attentato non riuscito, decide di onorarlo, rabbonendolo tramite ricchezze e riconoscimenti.

Sotto il regime egli conia nuovi vocaboli, dediti alla sostituzione di anglicismi ormai comuni, come: tramezzino, velivolo, scudetto e il celeberrimo motto Eja, Eja, Alalà.

Oltre che poeta fu anche aviatore, uomo mondano, politico, e militante severo dell’ideale della “rinascita”.

D’Annunzio si spenge il 1° marzo 1938 per emorragia cerebrale, ormai quasi totalmente cieco e indisposto, all’interno del suo “Esilio Dorato” presso il “Vittoriale”.

A consolarlo, durante i sui ultimi momenti, c’erano i figli, gli amori passati, ricchezze inestimabili, onorificenze di ogni sorta e, proprio come egli desiderava, il ricordo di una vita indimenticabile.

“Non ducor, duco!” (Non sono guidato, guido!)

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