Nella mia classe delle scuole superiori c’era un folto gruppo di studentesse che proveniva dalla provincia. Eravamo davvero poche noi viterbesi. Devo  usare il genere femminile in quanto, la mia era, una classe di sole ragazze.

La popolazione maschile, all’Istituto Magistrale, era pressoché inesistente. All’interno della sez. B, quella cui ero iscritta, era presente una forte rappresentanza di Vasanello.

Devo esser sincera, mio malgrado. All’epoca eravamo fermamente convinte che in provincia ci si annoiasse, vista la palese mancanza di attrattive, e pensavamo che le nostre compagne si divertissero meno di noi.

Qualche decennio fa, Viterbo si animava il sabato pomeriggio, specie in inverno, quando si andava al Corso, o nelle piazze più in voga. Così, se chiedevamo loro come passassero il tempo durante il fine settimana, o in estate, ci rispondevano, candidamente, che avevano il “prato”.

In quel comune, posto in linea quasi perfettamente retta a est del capoluogo, sono ritornata moltissimi anni dopo per andare a prendere mio figlio, invitato a pranzo a casa di una sua compagna di scuola. Era sera, non ho fatto caso al prato, ma soltanto alla grande piazza su cui sorge il castello, di lì, poco distante.

Castello Orsini

Poi, Vasanello, l’ho riscoperta in una grigia mattina d’autunno, al termine di un giro che ci aveva portati per altri borghi. Abbiamo deciso di tornare circa sei mesi dopo, per approfondire quanto ci avesse colpito, e per scattare foto che contenessero il sapore della bella stagione.

Con una punta di dispiacere, ci siamo dovuti arrendere al maltempo che stava imperversando da settimane nei nostri cieli, e le immagini scattate, curiosamente, mostrano una solida continuità nei colori.

La via che conduce  nel luogo che abbiamo deciso di esplorare, attraversa diversi altri paesini, e obbliga a solcare i Monti Cimini. La strada provinciale Vasanellese, giunge direttamente nell’ampia Piazza della Repubblica in cui, appunto, trova il meritato spazio, il Castello Orsini.

Giulia. Giulia Farnese detta La Bella. La figura di questa nobildonna ci sta accompagnando nel nostro peregrinare all’interno della provincia viterbese.

Abbiamo iniziato a seguirne le vicende durante l’estate, quando restammo incantati dall’imponenza del Palazzo Farnese di Capodimonte, in cui ella, secondo molti, nacque e trascorse lunghi periodi della sua vita. Ne abbiamo avvertito la presenza nella sua dimora estiva, a Gradoli, da cui si gode una magnifica vista sul Lago di Bolsena. L’abbiamo ritrovata, poi, matura nel Castello di Carbognano, dove pare dimorò negli ultimi anni della sua giovane vita.

La Bella Giulia, a cavallo dei secoli XV e XVI, nel castello, che costituiva l’edificio più importante del feudo di Bassanello (questo il nome del borgo fino al 1949 di cui il marito era signore), passò i primi anni del suo matrimonio con Orsino Orsini, dal quale ebbe l’unica figlia, Laura che, a lungo, si ipotizzò fosse nata dalla sua relazione con Papa Alessandro VI Borgia, di cui fu la favorita tanto da essere nota, a Roma, come “la sposa di Cristo”.

Ma la storia del castello, parte da molto più lontano, da circa due secoli prima. Nel 1285, difatti, venne fatto costruire quale baluardo all’ingresso dell’antico borgo. Fu Orso Orsini che decise di erigere il primo torrione con funzione difensiva. Dopo soli quattro anni, il mastio passò ad altri casati.

Durante la seconda metà del ‘400,  tornò agli Orsini che diedero nuova vita al maniero, il quale venne tramutato in una dimora gentilizia. Per realizzarla, i soffitti vennero affrescati così come altri elementi furono ornati con motivi araldici che stavano a rappresentare i matrimoni tra famiglie blasonate.

Faceva freddo la mattina che abbiamo accarezzato con gli occhi le alte mura. Le abbiamo rimirate, con uno sguardo languido, quasi a voler impietosire le serrature del grande cancello in ferro affinché si aprissero.

Ne abbiamo perlustrato i dintorni, cercando testimonianze del passato.

Campanile della Chiesa di San Salvatore

La bella Chiesa di San Salvatore, con il suo elegante campanile, è apparsa dinanzi a noi. Posta al limitare dell’abitato, di fronte al quale si scopre una verdeggiante vallata, ha la facciata rivolta verso oriente e, nell’epoca in cui venne eretta (a cavallo tra il ‘900 e il 1000), era protetta da un colonnato.

In stile romanico, è divisa in tre navate da due file di quattro colonne in peperino e contiene diverse opere pregevoli, tra cui una Madonna della Rondine con Bambino e Santi,  un tabernacolo-ciborio del XVI secolo e diversi affreschi.

La facciata, che è caratterizzata da due esili colonne semi inglobate in essa, subì l’abbattimento del portico nel XIII secolo. Al posto di quest’ultimo, venne innalzato quel ricercato campanile, composto di pietre in travertino, che si erge per sei piani e 28 metri. Eleganti bifore (al primo piano) e trifore (nei restanti piani) con colonne in peperino, donano leggiadria alla già agile struttura.

Si dice che le pietre con le quali è stato realizzato, siano state prelevate dall’adiacente Via Amerina, nella quale fungevano da basamento.

Al di là dello stile e delle caratteristiche architettoniche, è interessante rivelare la leggenda che accompagna la costruzione del bellissimo campanile.

Sembrerebbe, difatti, che al suo posto, in tempi molto più antichi, ci fosse un mausoleo eretto a memoria dell’ultimo re etrusco, Elbio, che venne sconfitto dai Romani presso il poco distante Lago Vadimone nel 309 a.C.

La Via Amerina nacque attorno al 240 a.C. dopo la conquista del territorio da parte dei Romani, quale collegamento tra la città di Veio e l’attuale Amelia, che allora era conosciuta come Ameria. Venne percorsa da numerosi eserciti, questo il motivo per cui   si trovano lungo il suo percorso  torri di avvistamento e castelli.

Essa si staccava dalla Cassia nella Valle del Baccano e, attraverso l’antico Ager Faliscus, metteva in comunicazione Roma con l’Umbria. Il percorso segna le città di Nepi, Falerii Novi, Castel sant’Elia, Civita Castellana, Fabrica di Roma, Corchiano, Gallese, Vasanello e Orte.

Nel borgo di cui stiamo parlando, l’antica strada, attraversa la valle e risale fino al castello e a Piazza della Repubblica.

Le nuvole, in maniera pacata e indecisa, hanno iniziato a diradarsi, a sfuggire pigramente, quasi fossero lentamente calamitate verso l’esterno, lasciando sul selciato sottili goccioline di pioggia a memoria del loro passaggio.

L’acqua, in quel contesto, sembrava voler essere a forza la protagonista. L’abbiamo vista sgorgare, gaia e fresca da una piccola fontana posta sul retro della chiesa. Ci siamo lasciati guidare dal nostro istinto per vicoli e pizzette. Era mattina presto, l’assenza dei rumori ha fatto sì che i nostri passi risuonassero, seppure fossero volutamente leggeri.

Ci siamo trovati di fronte al Palazzo Comunale, e abbiamo ricordato il momento in cui lo avevamo visitato, alcuni mesi prima. L’edificio non sembra essere troppo antico, e presenta degli orologi a vela che, probabilmente, stanno ad emulare due torri civiche.

In una delle sale dell’edificio abbiamo scoperto, all’interno di una cornice, un manifesto d’epoca che pubblicizzava gli eventi che si sarebbero tenuti in occasione della festa patronale di San Lanno Martire.

Manifesto d’epoca

Basanello, 1893. Prima settimana di maggio. Le funzioni religiose, un po’ come accade oggi, si alternavano ai festeggiamenti, tra i quali spiccavano lo sparo dei mortari, l’innalzamento di un globo aerostatico, la corsa dei cavalli e l’immancabile banda musicale, che arrivava addirittura dagli Abruzzi.

La cappella dedicata al santo, si trova appena fuori il borgo, proprio nel luogo in cui egli venne martirizzato.

Lando era un militare romano, nato a Colonia e martirizzato sul finire del III secolo, a soli 16 anni. La storia di questo ragazzo di nobile famiglia cristiana, sceso dalla terra teutonica fino a Roma per far parte della guardia del corpo dell’Imperatore Diocleziano, è molto affascinante e ci porta a peregrinare, come fece lui, seguendo la Via Amerina, sostando a Falerii e giungendo a Bassanello, dove predicò e fece alcuni miracoli, tra cui quello di restituire la vista a un cieco. Si fece anche molti nemici tra i pagani, che gli imputavano la diserzione dai propri templi, uno dei quali venne fatto crollare proprio dalla fede che contraddistingueva il giovane. Quel crollo e la successiva morte di coloro che erano all’interno, provocarono l’emissione della condanna definitiva, la decapitazione, che avvenne proprio al di fuori delle mura dell’abitato.  La devozione popolare, fa sì che ogni giorno i cittadini offrano fiori che vengono posti  accanto all’altare.

Scendendo le scale del palazzo, per mezzo di una finestrella, abbiamo notato i tetti del paese, che si dispiegavano davanti a noi come delle monocromatiche ali di farfalla.

Quando siamo usciti al di fuori dallo stabile, una piazzetta si parava di fronte a noi e su di essa abbiamo ammirato un palazzetto dai particolari molto raffinati.

Siamo stati lieti di passeggiare a lungo per le vie del  centro, e ci siamo anche ritrovati ad entrare in alcune botteghe, tra cui una di frutta e verdura. Era il mese di ottobre, e da una cesta intrecciata in vimini, si sprigionava con forza l’acre odore della terra bagnata dei Monti Cimini. Dei grandi funghi porcini mostravano la loro pregiata imponenza, che superava di molti passi la propria natura: una, seppur nobile, muffa.

Chiesa di Santa Maria Assunta

Abbiamo raggiunto il limitare settentrionale dell’abitato, laddove il terreno trova il suo equilibrio sulla punta di uno costone roccioso e, tornando indietro, mentre ammiravamo i balconcini e le tante finestre adornate da fiori colorati e piante grasse, ci siamo imbattuti nella bella e antica Chiesa di Santa Maria Assunta, risalente addirittura al X secolo.

Sembrerebbe che sia stata eretta sui resti di un tempio pagano. La sua peculiare, e per qualche verso irregolare, forma ne fa un edificio che cattura l’occhio al primo sguardo. Il portico quattrocentesco, si affianca al campanile e a un contrafforte merlato. L’interno del tempio è suddiviso in tre navate che giungono al presbiterio. Alle pareti delle absidi, vi sono due affreschi del XII secolo in cui si avvertono influssi bizantini. Anche i capitelli contengono degli elementi piuttosto rari e ricercati; ai disegni geometrici di accompagnano sculture volte a rappresentare foglie d’acanto e animali dalle forme fantastiche.

Notevolmente apprezzabili anche la tavola dell’Assunta, di cui non si conosce l’autore e il fonte battesimale del XVI secolo.

All’interno della cripta sono conservate le reliquie del santo patrono, Lando, il cui nome, per via delle cadenze dialettali, divenne Lanno. Allo scopo di ricordare la sua sacra figura,  nel 1754, l’argentiere Vincenzo Belli, realizzò un busto in argento sbalzato.

Abbiamo di nuovo ammirato le possenti mura di quella che da fortezza divenne una dimora gentilizia, e siamo caduti, come fosse un sogno, all’interno delle sue ampie stanze, arredate ancora alla maniera del tempo. Ci è apparsa in mente, ancora una volta, la delicata Giulia, contessa e sposa quindicenne che, a causa della sua avvenenza, potenziata dal biondo dei suoi capelli in origine castani, ma che amava schiarire con i rimedi che usavano le donne del Rinascimento, divenne la chiave del successo e della salita al Soglio di Pietro del fratello, il Cardinale Alessandro Farnese, divenuto Papa Paolo III.

Poco più che ragazzina, divenne l’amante di un uomo quasi sessantenne. La riconoscenza non era certo una dote dei Farnese, tanto che, per cancelllare il ricordo della donna, sfregiarono i medaglioni in cui era raffigurato il suo volto, rendendolo, così, soltanto una leggenda.

Di lei, all’interno della sua stanza da letto, restano due unici oggetti: un baule e una cassapanca in cui era alloggiato il corredo e le epiche lenzuola nere tra le quali amava distendersi e far risaltare il candore del suo incarnato.

Abbiamo immaginato che camminasse in quel salone delle feste, che riporta gigli e unicorni, simbolo della blasonata famiglia, e ornato da magnifici putti, attribuibili alla scuola del Pinturicchio, tra cui ne spunta uno più bello degli altri che sarebbe stato dipinto proprio dal maestro.

Poi, l’immaginazione ha lasciato spazio, finalmente, alla realtà, quando il cancello che ci impediva di avvicinarci alla costruzione, si è aperto.

Giardino Castello Orsini

Ci siamo inoltrati nel cortile, tra il verde dei prati e il grigio della pietra. Incuriositi, ci siamo spinti oltre, fino ad una depandance, Di seguito, un interessantissimo giardino, dalle forme originali.

Il giardino medioevale, ci ha deliziati all’istante. E’ stato ricostruito successivamente ad un approfondito studio di fonti scritte e iconografiche, ed è stato suddiviso in quattro settori.

L’ Hortus (Orto delle verdure e dei frutti), l’ Hortus Conclusus (Giardino d’Amore), l’Herbularius (Giardino delle piante officinali e aromatiche) e il Pomarium.

L’intento dei progettisti è stato quello di ricostruire un giardino di piante autoctone, che fosse precedente all’ingresso dell’era moderna (1492). I documenti esaminati, la pianta dell’Abbazia di San Gallo e il Capitolario De Villis di Carlo Magno, con la sua lista di piante, vennero redatti in epoca lontanissima, addirittura nell’VIII secolo.

Giardino medioevale

Costeggiando il perimetro esterno del giardino, abbiamo notato una costruzione che sapeva d’antico. Il terriccio che si era accumulato ai bordi delle finestre, le donava un aspetto abbandonato. Dal vetro oramai opaco, abbiamo scorto alcuni manufatti in ceramica. Il locale, che abbiamo scoperto essere la Fabbrica Misciattelli, nata per volontà del Professor Paolo Misciattelli fu trasformata in un centro all’avanguardia, grazie agli artisti che prestarono la loro opera all’interno di essa; tra  questi Guttuso, Spadini, Del Drago, Mazzacurati, Francesconi. Le opere furono realizzate con macchinari evoluti e con lo speciale impasto di argilla bianca.

L’attività della ceramica Misciattelli cessò nel 1978, quando la richiesta del prodotto di qualità venne suffragata da una produzione seriale.

Prima di andarcene da Vasanello, ci siamo fermati a mangiare un pezzo di pizza bianca al di fuori del forno del paese. Era saporita e ben cotta.

La gente del luogo sostava al di fuori del bar a chiacchierare. Qualche donna era in fila davanti al camion della porchetta in attesa di risolvere il pranzo che avrebbe consumato, assieme alla propria famiglia, di lì a poco. Qualche bambino, vestito del grembiulino a quadretti che si usa alla scuola dell’infanzia, faceva ritorno a casa dando la mano alla propria mamma.

Una realtà ancora tranquilla, quella che ci si mostrava mentre assaporavamo la gustosa colazione.

Ci siamo diretti verso la nostra automobile, e abbiamo rivolto lo sguardo ancora una volta verso il castello.

Ho ripensato ai discorsi di tanti anni fa, quelli che facevamo a scuola, quando pensavo di essere una privilegiata soltanto perché vivevo in città. Ho sorriso al pensiero di come, invece, mi stessi sbagliando.

La realtà non è sempre come appare.

Neanche le persone, lo sono.

“Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei” , amava dire Giulia Farnese. Ed io non potrei essere che d’accordo.

 

Fonte: viterbox

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