Vietato curare gli italiani, a casa, evitando cioè che le loro condizioni si aggravino, al punto da costringerli a ricoverarsi in ospedale.

E’ di gravità inaudita, a quanto sembra, l’ultimo atto della “guerra contro i cittadini” dichiarata dall’inqualificabile ministro della sanità Roberto Speranza, sopravvissuto al governo Conte e tuttora inspiegabilmente a capo del dicastero della salute nell’esecutivo guidato da Mario Draghi. Insieme all’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), il 23 aprile 2021 il ministero di Roberto Speranza ha infatti presentato ricorso al Consiglio di Stato contro l’ordinanza con la quale il Tar del Lazio, il 4 marzo scorso, aveva stabilito che i medici, nel trattamento dei pazienti positivi al coronavirus, potessero «prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni, secondo scienza e coscienza», senza necessariamente attenersi ai protocolli Aifa, che invece prevedono che le cure domiciliari si basino sulla semplice somministrazione di paracetamolo e sulla “vigile attesa” (dell’aggravamento delle condizioni del paziente).

Il ricorso, segnala “L’Indipendente Online“, arriva oltretutto a pochi giorni di distanza dal voto con cui il Senato, in modo quasi unanime (212 a favore, 2 astenuti, 2 contrari), ha chiesto al governo Draghi di approvare finalmente un protocollo unico nazionale per regolamentare e ampliare le cure domiciliari contro il Covid-19. Il ricorso di Speranza va nella direzione esattamente contraria.

Un atto che «lascia senza parole», come afferma in una nota il Comitato Cure Domiciliari Covid-19, ovvero l’associazione di medici che aveva presentato il primo ricorso, quello in favore delle terapie domestiche, che era stato accolto dal Tar. Il comitato sottolinea come quest’ultimo ricorso – quello di Speranza – vada contro le fondamenta stesse delle cure domiciliari, per le quali è necessaria «la libertà dei medici di fare riferimento alla propria esperienza e formazione, per curare i pazienti “in scienza e coscienza”, con libertà prescrittiva dei farmaci ritenuti più efficaci e la necessità di agire tempestivamente, ovvero entro le prime 72 ore».

Le indicazioni Aifa che piacciono a Speranza (”vigile attesa”, con solo l’inutile Tachipirina) sono finora servite a contribuire a quella che Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni chiamano “strage di Stato”: abbandonato a casa senza terapie domiciliari efficaci, il paziente – se la malattia si aggrava – finisce all’ospedale quando ormai è tardi, e spesso neppure la terapia intensiva può più bastare. «Non va dimenticato, inoltre – riconosce “L’Indipendente Online” – che la validità dei trattamenti domiciliari è ormai ampiamente dimostrata, non solo da diverse ricerche scientifiche, ma anche dall’esperienza di molti paesi esteri, che proprio attraverso migliori protocolli di cure domiciliari hanno ottenuto livelli di contagio e tassi di mortalità ben al di sotto di quelli italiani».

Nel nostro paese, peraltro, sono ormai centinaia i medici che hanno curato il Covid a casa: lo confermano i medici volontari dell’associazione “Ippocrate”. A Roma, il dottor Mariano Amici certifica di aver guarito il 100% dei suoi pazienti (non meno di 2.000) senza ricoverarne neppure uno. In attesa che in sede politica si contesti definitivamente il ministro Speranza, c’è chi ormai pensa alla possibilità di valutare anche gli eventuali profili penali della sua ultima, sciagurata iniziativa.

Il Consiglio di Stato boccia le cure domiciliari per il Covid-19

È piombata come un fulmine a ciel sereno la decisione del Consiglio di Stato di accogliere il ricorso del Ministero della Salute e di Aifa contro l’ordinanza del Tar del Lazio secondo cui i medici potevano prescrivere i farmaci più opportuni, secondo scienza e coscienza, per i pazienti Covid a domicilio, svincolandosi dalle linee guida che prevedono solo paracetamolo e vigile attesa.

Un cambio di rotta incomprensibile rispetto all’iter che stava vedendo nascere un protocollo univoco nazionale basato sull’esperienza sul campo di numerosi medici, tra cui il Professor Luigi Cavanna, che puntano sull’utilizzo di farmaci, diversi dalla tachipirina, nelle fasi precoci della malattia.

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