La pandemia è stata un’occasione d’oro per gli editori. Qualcuno si prenderà la briga di contare l’innumerevole messe di saggi scritti a tambur battente. E di alcuni di essi abbiamo parlato anche in questa rubrica.

Corrado Ocone prende lo spicchio del dibattito che maggiormente ci interessa: il virus e i comportamenti di media e governo hanno riportato alla luce il problema del rapporto, caro ai liberali, tra libertà e sicurezza. Il paternalismo di chi ci governa e che ci ordina come comportarci, e la gestione statalista delle conseguenze economiche della crisi sono una tenaglia che occorre affrontare da un punto di vista liberale. Per Ocone in Salute o Libertà (Rubbettino) questo è un dilemma storico e filosofico che parte da lontano.

All’origine di tutto il concetto di paura. Intesa in senso filosofico. Hobbes per primo scrive della necessità dello Stato di sottrarre gli individui dallo stato di natura, che però è anche stato di paura. La vita, per il filosofo, è ciò che giustifica la nascita del sovrano che si può contestare proprio e soltanto quando viene meno la sua funzione e cioè quando attenta alla nostra esistenza. Il giusnaturalismo di Hobbes è superato e mitigato, per così dire, da Locke. Non solo la vita, ma finalmente anche la libertà e la proprietà limitano il campo di azione del Leviatano. Per questo Locke più che Hobbes è il padre del liberalismo come noi lo intendiamo.

La carrellata filosofica e storica di Ocone continua con Montesquieu, il quale teorizza la paura come principio del governo dispotico, con Machiavelli che ci insegna la regola del potere decisamente incardinata nell’utilizzo della paura usata come strumento politico, e con Vico, più interessato a considerare la Paura, anzi il Terrore, come elemento fondativo della Storia.

Ocone finalmente arriva a Ulrich Beck. Più che filosofo, possiamo pragmaticamente definirlo sociologo della globalizzazione. E Beck in modo evidentemente più contemporaneo azzecca l’analisi: «la nuova legittimazione del potere si chiama rischio. Diventando strumento di legittimazione del potere, può essere da questo utilizzato per perpetrarsi creando insicurezza (parla di incertezze fabbricate)».

È sufficiente vedere come la questione del virus stia diventando oggi una questione di rischio. Prima il rischio della morte, che evidentemente e comprensibilmente si deve ridurre ai minimi, e poi il rischio del contagio che incomprensibilmente, per alcune fasce non toccate dalla patologia, si deve ridurre a zero.

Per farlo è necessario comprimere le libertà di ognuno di noi. Qui l’incertezza è fabbricata, come dice Beck, e occorre metterla in relazione a un rischio che è esistente, ma ampiamente esagerato.

 

Fonte: nicolaporro

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