Tutti noi conosciamo questo incipit.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva oscura
Che la diritta via era smarrita.”

Tutti noi abbiamo, almeno una volta, ripetuto queste identiche parole.

Eppure quanto scritto dal Sommo Poeta è sempre parso lontano a chi, purtroppo, lo vive come un contorto insieme di semplici frasi antiche, appartenenti a un tomo vetusto e culturalmente distante.

Tuttavia Dante Alighieri (nato a Firenze tra il 21 Maggio e il 21 Giugno del 1265) riesce a far vivere, attraverso i propri iconici endecasillabi, una modernità fuori dal tempo, capace di un ciclico ritorno socio-culturale che scinde la metafora religiosa.

È l’eterno senso di attualità che scaturisce dalle consunte pagine dei tre regni ultraterreni che, a settecento anni di distanza dalla morte del Sommo (13-13 settembre 1321), ci porta a intitolare alla sua memoria uno degli anni più, ironicamente, cupi della nostra storia collettiva.

Gli scontri politici, i dubbi morali, le ideologie controverse di una terra divisa tra stato e chiesa, ma non solo. Dante è anche poesia, paesaggi sconfinati le quali vette lontane si fondono a misteriose figure fuori dal tempo, voci che lottano per essere ascoltate così da poter trasmettere le proprie truci verità.

Da queste voci, disperse nei meandri dell’inferno (Canti XII e XIV dell’inferno) scaturisce costante un nome, seppur indirettamente. Viterbo.

La nostra città è tappezzata dalle orme del poeta che, già all’interno del dodicesimo canto del primo regno, dove vengono puniti i violenti, si trova a narrare delle vicissitudini politiche locali. Viterbo si vede teatro di un omicidio.

Sulla scalinata della “Chiesa del Gesù”, anticamente “Chiesa di S. Silvestro”, viene ucciso, dalla mano di Guido di Montfort, Enrico di Cornovaglia, cugino del Re d’Inghilterra Enrico III.

“Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’una gente che ’nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.
Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola” (XII Inferno)

Successivamente, all’interno del quattordicesimo canto, il sommo non può astenersi dal rinominare la terra della Tuscia, dedicandosi, però, alle ambiguità morali.

Dante elegge, infatti, come fonte del mesto fiume Flegetonte, le acque sulfuree del Bullicame; all’interno delle quali, anticamente, le “Meretrici” si immergevano per trarre sollievo dalle malattie veneree contratte.

“Quale del Bulicame esce il ruscello
Che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
Lo fondo suo ed ambo le pendici
Fatte eran pietra, e i margini da lato;” (XIV Inferno)

Nonostante i secoli trascorsi il testo Dantesco rimane tra i più alti picchi della letteratura mondiale e, anche se prettamente circoscritta al regno demoniaco, possiamo affermare che la nostra amata città ne farà sempre parte.

La divina commedia non può essere ridotta a un incipit o un insieme di figure retoriche blande e trascurabili.

È un manuale, un resoconto storico di ciò che è stato e, inevitabilmente, continuerà ad essere.

Non tutti lo sanno, ma ogni giorno calpestiamo gli stessi passi del sommo Dante Alighieri, attraversando una “Città dolente” che, un giorno, riuscirà a “Riveder le stelle”.

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