Mentre il bambino parlava con noi, un nutrito gruppo di persone entrava nella piazzetta in cui giocavano i ragazzi.

Il vociare era quello della festa che si stava avvicinando, la Pasqua. Strano, di questi tempi. Il covid ha posato un velo di silenzio sulle nostre vite, ha interrotto le nostre terribili e odiate routines, quelle a cui oggi aneliamo più di ogni altra cosa.

Le parole di coloro che si stavano avvicinando, ci cullavano come una nenia mentre discutevamo sulla destinazione d’uso del piccolo edificio che vedevamo al di là della gola. Abbiamo ipotizzato essere una piccola chiesa di campagna, un minuscolo casino di caccia, o un’abitazione antica e sperduta nella folta vegetazione che la circondava. Soltanto grazie alle spiegazioni di un abitante del luogo, abbiamo saputo essere una piccionaia.

A passi lenti ma decisi, abbiamo portato i nostri occhi appassionati vero l’estremità del borgo, passando tra vicoli e archetti, calpestando il selciato senza provocare il benché minimo rumore che potesse spezzare la tranquillità che regnava nelle piccole strade secondarie.

Concattedrale di Santa Maria Assunta, duomo di Gallese

L’ampia facciata della cattedrale in stile neoclassico ci ha sorpresi. La piazza in cui è collocata non è molto grande, e la sua maestosità, in un contesto come quello, assume un grado altissimo. Di fronte ad essa, una lapide ricorda quanti Gallesini siano morti per la patria durante la guerra.

Con il sole che ci accarezzava e scaldava i nostri fianchi, in un pomeriggio che si stava facendo frizzante, siamo entrati all’interno della Concattedrale di Santa Maria Assunta, duomo di Gallese.

Il sacro edificio, sebbene si pensi che sia stato costruito sulle fondamenta di una chiesa più antica,  è stato edificato in tempi non troppo remoti: terminato nel 1796, venne consacrato nel 1819.

Ed è proprio all’interno della chiesa, mentre ne ammiravamo le opere che la rendono uno scrigno di tesori, che abbiamo incontrato quello una persona speciale. Non sempre accade ma, quando succede, sono certa di non sbagliarmi.

Ci siamo soffermati a lungo a osservare le tele, incuriositi da un vuoto di cui non riuscivamo a comprendere il significato.

Interno del Duomo

In quel momento ci è venuta incontro una persona, che poco dopo abbiamo scoperto essere Don Remo, il parroco che, poco prima, aveva officiato la funzione.

Ci ha spiegato che la Soprintendenza si sta occupando del restauro dell’affresco posto nella navata di sinistra della chiesa e della tela mancante, in cui è rappresentata la morte di Sant’Aniceto, della quale avevamo notato l’assenza, databile al XVIII secolo.

A far compagnia all’opera appena citata, ve ne sono diverse altre, tra cui un prezioso altare in marmo, realizzato nel 1861, e la pala d’altare che propone l’Assunzione di Maria Santissima, attribuita al settecentesco pittore italiano di origini tirolesi Cristoforo Unterperger. E’ presente anche una tavola raffigurante l’Adorazione dei Magi appartenente alla scuola Veneto-Cretese  del XVI secolo.

Ma i racconti che più ci hanno affascinati, riguardavano le tradizioni che connotano il borgo, quelle che attirano, ogni qual volta vengano onorate, una moltitudine di visitatori dalle località più o meno distanti.

Don Remo, uomo di cui la simpatia è certamente una delle doti più evidenti, ha chiamato in suo aiuto il priore della Confraternita di San Famiano, il patrono del comune di cui stiamo raccontando, il signor Giorgio Ridolfi che, con pazienza e maestria,  ha arricchito le nostre conoscenze con tanti aneddoti e curiosità, senza tralasciare l’aspetto storico.

Don Remo e il signor Giorgio Ridolfi

Questa splendida voce gallesina, ci ha narrato la tradizione delle “zitelle”, ragazze oneste ma povere che in quel fazzoletto di terra sospesa nella piana del Tevere, in tempi molto remoti, avevano come unico destino quello di votarsi a Dio, vista l’impossibilità di portare dei beni in dote, com’era tradizione, quando ci si sposava.

E’ passato circa mezzo millennio da quando la comunità decise di creare quello che oggi verrebbe definito una sorta di welfare. Alcuni abitanti facoltosi, difatti, decisero di assegnare le prime doti in denaro alla zitelle, e legarono quella che sarebbe divenuta una tradizione centenaria a San Famiano, facendo in modo che il  paese le avrebbe aiutate se esse fossero rimaste fedeli al Santo e avessero sfilato durante la processione che si svolge in suo onore il 7 agosto, vestite con un abito composto di un unico telo in stoffa proveniente da Gubbio e tenuto insieme da spille. Questo, difatti, era l’abito che distingueva le storiche zitelle e che veniva poi utilizzato come corredo.

Le zitelle

Si sa che fino alla Seconda Guerra Mondiale, le zitelle erano dotate. Poi, sono subentrare le famiglie, le quali hanno acquisito il diritto di far sfilare accanto a loro le “madrine”. Queste ultime, fino al 1989 erano vestite in abiti civili poi, dall’anno successivo, è stato stabilito di vestirle di abiti rinascimentali e far loro dono di una medaglia raffigurante il San Famiano.

La figura della zitella, come sottolinea il signor Ridolfi,  è comune a molte realtà, sia nello Stato della Chiesa che nell’ Italia Settentrionale. A Gallese, il fatto di avere un collegamento diretto con il santo, ha fatto sì che la tradizione non si perdesse con l’avanzare degli anni.

Questo è uno dei due punti di forza dell’estate del borgo. L’altro è incarnato dalla cosiddetta “bengalata”, il cui nome è un chiaro riferimento ai bengala, ossia ai fuochi colorati che venivano utilizzati nel paese omonimo durante la caccia alla tigre.

Pare che la prima edizione di quello che si presenta come un vero e proprio spettacolo, risalga all’anno 1946 e che venne organizzata da ex combattenti come ringraziamento per essere tornati dai luoghi delle battaglie.

Non è cosa facile che la “bengalata” riesca. E’innanzitutto necessario che ci sia vento favorevole, altrimenti il fumo sprigionato potrebbe risultare eccessivo e rovinare la festa.

L’alta cinta muraria della cittadina, la sera del 7 agosto, diviene la protagonista di uno degli spettacoli pirotecnici più affascinanti che abbiamo mai visto, anch’esso messo in scena in onore del santo.  Intorno alle 22, quando il buio ha avvolto da oltre un’ora le antiche pietre gallesine e la statua del santo sta entrando in paese, migliaia di bengala si accendono di colpo facendo sorgere il giorno.

Abbiamo avuto ancora il piacere di ascoltare Don Remo e il signor Giorgio mentre ci illustravano le emozioni e la devozione dei cittadini mentre partecipano alla Processione del Cristo Morto, quando si svolge, durante il Venerdì Santo,  per le vie del paese,  oppure intanto che descrivevano il folclore della Corsa della Stella, dove le sei contrade gallesine si contendono la vittoria durante il Palio di San Famiano.

Ci siamo congedati da chi tanto ci ha narrato e ci siamo diretti verso l’esterno. Ci siamo voltati verso l’altare maggiore, chinando il capo, in segno di rispetto, a colui che ci dona, ogni giorno, la gioia di vivere e di scoprire.

Uscendo, ci siamo resi conto che la luce del sole era molto più tenue di quando eravamo entrati, e la nostra stella stava scomparendo, pian piano, per portare il chiarore, e con esso il nuovo giorno, a chi sta dall’altra parte del mondo.

Abbiamo vagato un po’ per le vie del centro storico, il nucleo più antico. Abbiamo percepito un forte senso di serenità che ha condizionato, in maniera positiva, il nostro atteggiamento. Abbiamo fotografato con gli occhi i tanti vicoli e i palazzetti in mattoncini, abbiamo scrutato all’interno delle botteghe ancora aperte nonostante fosse quasi sera, e  ci siamo meravigliati di fronte alle insegne che sembravano provenire dagli anni ’60.

Belvedere di Gallese

Ma ciò che più ci ha riempito il cuore, è stata la gente. Tanta gente in piazza. Ordinate in gruppetti, le persone chiacchieravano. Nulla di più semplice. Nulla di più giusto. Nulla di più normale, in un periodo che è tutto, tranne che normale.

Ci siamo diretti verso la nostra automobile, abbiamo lasciato il borgo e siamo discesi verso la Basilica di San Famiano, che si trova al di sotto del paese.

La chiesa è collocata sul lato destro della strada che si dirige verso il fiume Tevere. Di fronte ad essa, un verdissimo prato che conferisce un ulteriore senso di quiete all’edificio ecclesiastico.

San Famiano, a cui la chiesa è dedicata, nacque a Colonia nel 1090 e morì a Gallese, nel 1150. Il suo nome sta a indicare la “fama” che aveva conquistato.

Basilica di San Famiano

Sembra che, non appena giunse in paese, il 17 luglio 1150, abbia compiuto il suo primo miracolo facendo sgorgare l’acqua dal terreno. Il monaco pellegrino Quando, questo il nome che gli fu assegnato dai suoi genitori, che dalla terra in cui nacque intraprese un lungo viaggio, durato oltre trent’anni, che lo portò  sino in Terra Santa e che toccò un copioso numero di monasteri italiani, arrivò poi nel territorio di Gallese. Mentre si trovava a Roma, gli apparvero in sogno gli Apostoli Pietro e Paolo che gli indicarono, appunto, il borgo di cui raccontiamo come meta del suo ultimo pellegrinaggio.

Il monaco aveva molta sete, e colpì col bastone una pietra tufacea, di cui questo luogo è ricco. Immediatamente, sgorgò dell’acqua.

In quel sito, oggi, sorge la chiesa rupestre San Famiano a Lungo, che contiene la sorgente miracolosa e che è divenuta meta dei pellegrini che onorano il santo il 17 di luglio.

San Famiano a Lungo

Quando, il 28 di luglio,  prima di ammalarsi, compì alcuni miracoli all’interno del borgo dove morì  l’8 agosto 1150. Il suo ultimo desiderio fu quello di essere seppellito in una grotta appena fuori dal centro abitato, quella che attualmente è  la cripta della basilica. L’intera popolazione, riconoscendone la santità lo onorò trasportando la salma nel posto in cui avvennero le prime guarigioni miracolose.

Ancora oggi, il corpo riposa sul tufo sul quale venne adagiato.

La strada che costeggia la basilica, prosegue verso un luogo che è rimasto per noi misterioso. Delle Cavità Ipogee di Lioano, difatti, nessuna traccia. Non le abbiamo trovate, forse eravamo ancora disattenti e presi dai ricordi di qualche giorno prima, quello in cui avevamo visitato il borgo.

Sappiamo che l’appellativo dato a questi ambienti deriva dalla località in cui sono collocate e che non ci sono notizie certe riguardo il loro reale utilizzo. Non esistono testimonianze scritte su queste antiche costruzioni, anche se alcuni credono che siano delle tombe.

Abbiamo seguito le indicazioni che si trovano lungo la via, e imboccato un viottolo di campagna, poi  ci siamo immessi all’interno di una tagliata origine falisca. In quel punto, la luce ha iniziato a calare.

Era mattina, e l’umidità scesa durante la notte non si era dissolta sotto i raggi del tiepido sole d’aprile. Aprile, mese di grandi aspettative, aprile che ci illude con il sapore della primavera e che ci fa precipitare dentro giornate piovose nel tempo che intercorre tra battito di polso e il successivo.

Ci siamo fatti abbindolare dal nostro istinto, che non voleva altro che fuorviarci verso un luogo colmo di fascino, seppure di reperti archeologici non ne abbiamo scovati.

Alcuni cani, dall’interno del recinto in cui erano alloggiati, hanno proclamato con forza che stavamo percorrendo un tratto di strada prossima al loro territorio. Non ci siamo fatti intimidire e, seguendo la terra umida, abbiamo scoperto un il letto di un fiumiciattolo, attorniato da una moltitudine di canne di bambù. l paesaggio si è tinto immediatamente di verde e la temperatura, che si stava facendo ancor più bassa, ci ha invogliati a risalire in macchina.

Abbiamo lasciato quel pezzo di terra sconosciuta e ci siamo inoltrati in viottoli di campagna. Di tanto in tanto, qualche trattore rallentava la nostra marcia, ma non era un dispiacere, visto che il nostro viaggio non faceva che allungarsi.

Tornando, siamo passati di nuovo al di sotto della cinta muraria di Gallese, e abbiamo notato il cancello del Palazzo Ducale aperto. Il cartello evidenziava il divieto d’ingresso.

Palazzo Ducale

Per una volta abbiamo trasgredito le regole e siamo entrati. Di soppiatto, ci sembrava quasi di commettere un reato. Ma la bramosia di trovarci in un luogo quasi maiestatico, ci ha spinti a restare, e a immaginare quando, dalla vetrata che dà sul balconcino, si intravedevano le belle dame i cui esili corpi erano relegati in raffinati corsetti. Chissà con quante storie avrebbero potuto affascinarci…

 

Fonte: Viterbox

 

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