Esce «Lauro», il nuovo album del cantautore tra introspezione e sogno: «Tutto il disco è un manifesto femminista».

Tre album — «Lauro» esce venerdì 16 aprile — e due Festival di Sanremo in 14 mesi. Achille Lauro non se la prende mai una pausa?
«Posso anche non scrivere per 6 mesi e poi in 3 giorni, quando ho da dire e da dare, mi vengono tante canzoni. Ne avevo un centinaio pronte e con i side project “1990” e “1920” ho incasellato quelle con un’anima sonora simile. Sono stati dei viaggi fuori controllo, fuori dalle regole del mercato. Questo album è più mio, riflette la mia identità: un lato più introspettivo e uno più punk-rock-grunge».

Sui social l’ha definito «l’ultimo album». Smette?
«Voglio fermarmi. Scrivere è qualcosa di strettamente legato al vivere. Quando sarà il momento tornerò. Ad un certo punto, però, mi piacerebbe sparire come Mina e lasciare solo la musica».

La copertina è il gioco dell’impiccato e la parola da indovinare è il suo nome… È lei quello appeso?

«È una mia tela che ha accompagnato anche i quadri sanremesi. Un gioco per bambini che raffigura qualcosa di controverso, una metafora della vita. Ma c’è anche un’altra chiave: nel gioco non ci possono essere insieme l’omino che ha perso e la parola completa. La O rossa allora diventa il rifiuto della fine, l’andare avanti, la seconda possibilità davanti ai bivi della vita».

La sua la racconta nella title track in cui dice di non voler stare più «4 giorni sveglio» e «fare colazione con le pillole». È la vita sregolata della famosa villa dove vi rinchiudete per fare i dischi? Ha messo la testa a posto?
«Mi tolgo dalla discussione sul tema (ride). Quando qualcuno parla della villa della perdizione, e può anche essere così, non sa che dietro quello c’è un sogno e un investimento totale che all’inizio è stato fatto con i soldi delle nostre tasche, non di una casa discografica o della famiglia.»

Achille Lauro è solo moda e marketing…
«I miei progetti non sono solo abito e parrucca. Sono ossessionato dai dettagli e intervengo su tutto. Non credo di fare arte o poesia, ma come un artigiano immagino un progetto e mi pace seguirlo e toccarlo con mano».

L’hanno paragonata a Renato Zero, ma lui non l’ha presa bene: «io non facevo il clown».
«Di Renato Zero ce n’è uno solo. Sono d’accordo. Ma anche di Achille Lauro ce n’è uno solo. I costumi ci accomunano, ma abbiamo identità distinte con qualcosa di unico e originale».

Un brano si chiama «Generazione X», ma lei da anagrafe fa parte della «Y».
«Siamo simili, siamo la nuova generazione X: non seguiamo la religione, non crediamo in chi ci ha preceduto e nel futuro. Siamo una generazione, e lo dico in “Latte +” che ha portato tutto all’eccesso, guardate il rapporto ch abbiamo con il telefono. A noi di tutto serve sempre di più».

«Artisti del niente. Bukowski di merda» canta sempre in «Generazione X». Cosa intende?
«L’arte ha perso senso, Bukowski da emblema della rivolta è diventato un commento che si usa per i post di Instagram…».

In «Femmina» parla di uomini «ad ogni costo».
«Guardo a un lato pericolosamente comune del carattere dell’uomo, quella virilità dietro la quale ci si nasconde per sminuire la donna. Più in generale, tutto il disco è un manifesto femminista».

«Sessualmente tutto, genericamente niente» ha detto al festival: che ne pensa del ddl Zan?
«In un momento di transizione della nostra società come quello attuale, il diritto di scelta deve essere alla base di tutto. La libertà di scegliere chi amare, ma anche quella di che musica fare, serve per non chiuderci nei recinti e privarci della novità».

«Matrimonio» con bacio sul palco di Sanremo a parte, non collabora da tempo con Boss Doms. Separazione artistica?
«Lui fa musica elettronica da prima ancora che ci conoscessimo ed è tornato a quella passione. Ha ambizioni anche internazionali e si deve dedicare anima e corpo a quello. Ma per spiegare che non c’è una lite basti dire che lo produce la mia società».

Fonte Corriere della Sera.it

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