Completato con successo il primo trapianto di trachea, una sfida inseguita da decenni: è una notizia importante anche per i pazienti covid.

Una 56enne di New York è diventata la prima persona al mondo ad affrontare e superare un trapianto di trachea, un’operazione estremamente complessa e a lungo considerata impossibile. La paziente, Sonia Sein, è un’ex assistente sociale che aveva subito danni estesi alla trachea nel 2014, quando era stata intubata per le conseguenze di un grave attacco d’asma. Il ventilatore polmonare le aveva salvato la vita ma anche lesionato alcune porzioni dell’organo che diverse operazioni chirurgiche non erano riuscite a riparare. Da allora, la donna respirava attraverso un lungo tubo connesso a un foro (stoma) praticato nel collo.

CHE COS’È LA TRACHEA. L’intervento, durato 18 ore e compiuto a gennaio da un’equipe di 50 specialisti, è considerato riuscito: Sein assume massicce dosi di immunosoppressori per evitare un rigetto, ma a tre mesi dall’operazione non ha avuto complicazioni e conduce una vita attiva, respirando in modo indipendente.

La trachea è un tubo lungo una dozzina di centimetri e formato da una serie di anelli di cartilagine che mette in comunicazione la laringe (l’organo della gola che ospita le corde vocali) alla parte superiore dei bronchi. Questa struttura elastica e flessibile, capace di espandersi e contrarsi quando inspiriamo, espiriamo, tossiamo, parliamo e deglutiamo, è fondamentale per far arrivare l’aria dall’esterno ai polmoni, e dunque per parlare e per avere una normale funzione respiratoria.

CHE COSA È CAMBIATO. Finora trapiantare la trachea da un donatore si era rivelato assai più difficile di trapiantare o ricostruire reni, fegati, cuori e polmoni. L’ostacolo principale era mantenere l’organo irrorato dalla complessa struttura di vasi sanguigni che lo connette al sistema vascolare del paziente. Eric Genden, il chirurgo che ha guidato l’equipe, ha ovviato al problema trapiantando nella donna non solo la trachea, ma anche i grossi vasi che ossigenavano l’esofago e la ghiandola tiroide del donatore, un giovane uomo di cui non è stata diffusa l’identità. In questo modo la trachea è rimasta connessa alle riserve di sangue originali.

DOPO L’INTERVENTO. A tre mesi dal trapianto la donna può mangiare e respirare normalmente, e le sue cellule stanno cominciando a moltiplicarsi nella trachea ricevuta dal donatore, segno che l’organo sta gradualmente diventando “il suo”. Si tratta di un passaggio importante perché una trachea ben funzionante è in genere composta da sottili ciglia che trasportano il muco verso l’esterno e mantengono pulite le vie respiratorie. La paziente ha ancora un foro nel collo che permette di ispezionare con una sonda l’organo trapiantato, ma anche questo accesso dovrebbe essere richiuso in poche settimane.

OLTRE LA PANDEMIA. Anche se la procedura è sperimentale, e occorrerà seguirne gli sviluppi nel tempo, la riuscita del trapianto dà speranza a tutti quei pazienti che hanno avuto la trachea danneggiata da ustioni, difetti congeniti, tumori o lunghi periodi in terapia intensiva: a questa lista si sono aggiunti, nell’ultimo anno e mezzo, i sopravvissuti a forme gravi di CoViD-19, che sono rimasti a lungo connessi a ventilatori polmonari.

Attraverso la chirurgia è possibile sostituire le parti danneggiate della trachea con protesi, parti di tessuto coltivate in laboratorio o prelevate dalla pelle o dalle cartilagini del paziente stesso. Ma non sempre questi interventi sono risolutivi, e sapere che esiste un’ulteriore possibilità salvavita è un punto di partenza incoraggiante.

 

Fonte: focus

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