Prima o poi dovremo percorrerla. Le stiamo dietro come si sta a un amore che  fa battere il cuore e sospirare. E lei se ne sta lì, immobile, affascinante, loquace nei suoi silenzi, moderna nelle  sue ruggini.

Ogni sua  stazione è un monumento al nobile passato e all’incuria contemporanea.

Alte sterpaglie ne invadono le rotaie inservibili. L’ho solcata, qualche pomeriggio addietro. Ho avuto la sensazione che la pelle delle mie gambe fosse stata graffiata dalle quelle rigide erbacce.

I miei occhi non erano sufficienti a contenere gli scorci e per saziare la fame di conoscenza che da una vita porto con me.

Tutto ciò che cade in disuso, o che giace abbandonato, è come una potente calamita.

Sempre la solita storia. Mi piace immaginare quanta vita sia passata laddove, ora, non c’è che polvere, calcinacci e ferri vecchi.

La Stazione Gallese Bassanello, il secondo, è l’ antico nome della vicina Vasanello, sulla linea ferroviaria Civitavecchia Orte, abbandonata da oltre venticinque anni, e in servizio dal 1928 al 1994, è un piccolo edificio dalla forma di parallelepipedo di un colore che serba in sé le tonalità dell’ocra e del rosa salmone.

Una greca di piastrelle gialle, contiene il nome della fermata.

C’è molto verde intorno, che è avanzato in maniera così prepotente da invadere lo stabile.

Le porte del piano terra, in completo degrado, permettono di scrutare all’interno.

Mi sono affacciata verso quello che doveva essere uno degli uffici. A terra erano sparsi i fogli di un vecchio registro. L’inchiostro era oramai sbiadito, e dei fitti numeri e delle parole si leggeva ben poco. Ho ritratto la testa, mi sono voltata verso sinistra, ed ho guardato quel ponte su cui saremo poi passati per far ritorno a casa.

Il sole era basso, e una luce aranciata, che annunciava l’arrivo del crepuscolo, illuminava la strada ferrata che stavamo inseguendo da mesi.

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 Stazione di Gallese Bassanello

Gallese siamo arrivati percorrendo una lunga discesa, nonostante il paese, abitato da quasi 2800 abitanti, si trovi arroccato su di una collina tufacea e protetto da profondi dirupi che ne dovettero costituire, nei lunghi secoli della sua storia, un’ottima difesa.

Un imponente muro ha stimolato la nostra curiosità, obbligandoci a parcheggiare in tempi brevissimi affinché non dovessimo attendere troppo per scoprire cosa contenesse.

Ad esso si contrappone l’ampia vallata e, in lontananza, si ammira nella sua inconfondibile forma, che si erge sfacciatamente sulla piana, il Monte Soratte.

Non appena ho chiuso lo sportello,  sono andata a sedermi sul muretto che delimita la strada.

Una volta temevo l’altezza, ora non so cosa pagherei per guardare il mondo dall’alto.

Diverse persone si muovevano per le strade dell’abitato, assortite per sesso ed età.

La quiete, tipica dei piccoli centri, ben si accompagnava alla luce che andava, lentamente, calando. La giornata era stata serena, e l’aria d’aprile, piacevole e briosa, iniziava a irrigidirsi, al punto di costringermi a chiudere il mio giubbino di pelle color ghiaccio che, fortunatamente, avevo portato con me.

Una volta giunti in piazza ci siamo resi conto di trovarci, una volta ancora, in un luogo la cui terra era stata calpestata già migliaia e migliaia di anni fa.

Addirittura durante l’Età del Bronzo, alcuni primi stanziamenti iniziarono a sorgere nella Piana del Tevere in territorio gallesino. Si trattava perlopiù di permanenze giornaliere, sebbene alcuni pastori, durante il periodo della transumanza, scendevano dai Monti Sibillini, dal Monte Velino e dal Gran Sasso, per arrivare alla zona di Campitelli, dove era possibile guadare il fiume.

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Affaccio sulla gola

E fu così che, le antiche genti, rendendosi conto dalla ricchezza del territorio, data dalla sua stessa conformazione e dalla sostanza della terra, che lo rendeva un luogo particolarmente fertile, decisero di stabilirvisi. Inoltre, potevano contare sul legname fornito dai boschi, sulla selvaggina che dimorava in esso e su una grande quantità di prodotti ittici di cui era ben fornito il fiume.

Le comunità che vennero a formarsi, decisero così di stabilirsi sui numerosi pianori tufacei presenti in quell’ampia vallata. Le semplici capanne, divennero nel giro di alcuni secoli, gruppi di abitazioni in mattoni che andarono a formare i primi vici.

Una nota essenziale fu la navigabilità del Tevere, che favorì gli scambi e il commercio del legname della vicina Selva Cimina.

Vennero costruiti addirittura due porti, in cui giunsero mercanti greci. Si dice che questi diffusero l’epica greco-troiana, le leggende che le si accompagnano e i personaggi che le animavano.

Ed è forse qui che nasce l’attuale nome del borgo. Gallese, difatti, deriverebbe da Halesus, figlio del re di Micene Agamennone, che approdò sulle coste tirreniche e risalì il Tevere fino al luogo in cui avrebbe fondato la città di Falerii, abitata, poi, dal popolo dei Falisci.

Questa zelante ipotesi venne formulata  nella metà del XVI secolo dallo storico locale Antonio Massa. La testimonianza materiale della teoria è nella Fontana Alesana, il cui nome è chiaramente collegato all’ eroe miceneo, che si trova in prossimità della tagliata falisca di Loiano e sulle cui pareti si nota la rappresentazione iconografica di una barca che parrebbe rimandare all’epopea degli eroi fuggiti da Troia che giunsero, solcando le acque del Tevere, sino a Orte.

La storia di Gallese passa poi per i Falisci, che dovettero soccombere ai Romani nel 241 a.C. e vede la discesa dei Galli Senoni verso Roma, a cui erroneamente era accostata la denominazione della città.

Il III secolo a.C. fu anche quello della costruzione delle vie Amerina e Flaminia che possono considerarsi fondamentali per lo sviluppo della cittadina.

Di epoca romana, rimangono a Gallese le vestigia delle ville in cui i patrizi andavano a trascorrere i loro lunghi periodi di otium.

Nel 733 d.C. divenne proprietà della chiesa e nell’XI secolo subì la conquista da parte di Gerardo di Galeria conte di Sutri. Successivamente a un breve periodo di indipendenza, venne sottomessa a Viterbo per essere poi feudo di famiglie blasonate: gli Orsini, gli Spinelli, i Colonna, i Della Rovere, i Carafa, i Madruzzo e gli Altemps.

Nel 1585 Gallese fu poi elevato, per volere del pontefice Sisto V, al rango di ducato e nel XIX secolo passò in mano alla famiglia Hardouin, che  nel 1861 ricevette da Papa Pio IX il titolo ducale. Una componente della nobile famiglia, Maria, figlia del duca Giulio, fu l’unica moglie del Vate, da cui ebbe anche tre figli: Mario, Gabriellino e Ugo Veniero D’Annunzio.

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Primavera in Piazza Castello

La primavera, in Piazza Castello, è prepotentemente penetrata in noi. E lo ha fatto per mezzo del suo inconfondibile profumo e dei suoi delicati colori, che infondono ilarità immediata, e così, tra  un sorriso e un “buon pomeriggio” ai presenti, abbiamo iniziato la nostra esplorazione per le vie del borgo, come avrebbe detto il caro Giosuè.

Sulla grande piazza, spicca una fontana in peperino in cui sono stati scolpiti diversi stemmi araldici.

In cima, un gallo che sembra essere in movimento. L’acqua sgorga da canne in metallo collocate nella bocca di alcuni leoni.

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Fontana di Piazza Castello

Di fronte, in tutto il suo maestoso splendore si erge il Palazzo Ducale che, unito al paesaggio struggente, potrebbe bastare a fare del comune della Tuscia orientale, un luogo in cui organizzare gite.

Il grande edificio sorge su quella che era la Rocca del paese, che venne edificata agli inizi del XIV secolo, e per la quale la chiesa nutriva interessi tanto forti da volerla sottrarre a Bonifacio di Vico.

Le azioni belliche ripetute nel tempo che vennero a verificarsi, danneggiarono la Rocca, che venne restaurata a spese della Camera Apostolica.

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Palazzo Ducale

Nei decenni che seguirono, lo stabile, ambito da vari feudatari, subì numerose variazioni e ampliamenti  che videro mutare anche l’essenza del borgo grazie, ad esempio, alla realizzazione di un acquedotto ligneo che portò acqua corrente alla cittadina prelevandola dal fosso della Petrara, passando per l’antica Rocca fino a Piazza di Nuto, situata presso il centro dell’abitato. L’opera fu eseguita nel 1480 e la fonte da cui veniva attinta l’’acqua  si trovava poco distante alla Fontana delle Tre Cannelle, che guarda all’attuale Piazza Matteotti.

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Fontana delle Tre Cannelle

Ci siamo soffermati a lungo, mentre eravamo in piazza, ad osservare il palazzo.

Ogni volta che ci accingiamo a compiere una visita, nonostante il più delle volte ci capiti di raggiungere luoghi noti, rimaniamo sempre a bocca aperta di fronte alle ricchezze che il passato e i magnanimi signori che ne sono stati protagonisti hanno lasciato come memoria.

Anche quello che potrebbe sembrare l’abitato più insignificante, è stato in grado di stupirci.

La Tuscia, è un po’ una terra di mezzo tra gli splendori della città eterna e quelli, meno eclatanti ma molto ben sfruttati, della vicina Toscana.

A Roma il passato ha lasciato le tangibili vestigia di quella che è stata la città più importante del mondo antico, mentre a nord, la bella regione con cui confiniamo, raccoglie, anch’essa, le testimonianze dell’impegno delle famiglie di mecenati che, grazie ai grandi artisti, alcuni dei quali hanno avuto origine in quelle terre, hanno fatto delle città un vero forziere di tesori.

Noi, stiamo in mezzo. Non possediamo il clamore dell’Urbe o la raffinatezza fiorentina. Però, abitiamo un territorio che, con orgoglio, vanta la presenza di dimore storiche e chiese  antichissime.

Il Palazzo Ducale di Gallese, come già ricordato, è il risultato della ristrutturazione della Rocca medievale, i lavori di ripristino agli antichi splendori, si devono al volere delle Famiglie Borgia e Della Rovere, che li commissionarono ad Antonio da Sangallo il Vecchio (1463-1534). Sembrerebbe anche che, nel XVI secolo, il Vignola abbia effettuato un intervento, sebbene non ve ne siano certezze.

Nella trasformazione del castello, invece, è sicuro il ruolo del cardinale Marduzzo, che acquistò Gallese nel 1560 e lo cedette in un primo tempo al nipote Fortunato e nel 1579 al cardinale Marco Sittico Altemps . Nel 1585  vennero apportati ulteriori cambiamenti per mano della nobile famiglia austro-italiana.

Diverse vicende amorose  si intrecciarono nelle sue stanze, come quella tra la duchessa vedova e  il sottufficiale francese Hardouin, di stanza a Roma, cui venne attribuito, dopo regolare matrimonio, il titolo ducale. Oppure il legame tra Maria, della stessa famiglie e il grande Gabriele d’Annunzio, oppure ancora  quella funesta che coinvolse la presunta adultera Violante Caraffa che venne strangolata nel 1559 per mano di un sicario assoldato dal marito in quella che è oggi definita la stanza dell’ “Amore Tragico”. La leggenda narra, addirittura, che il fantasma della bella Violante, bruna dal viso ovale di una considerevole statura, vaghi per le grandi stanze del palazzo, e c’è chi  afferma di averci addirittura conversato.

Gli interni del palazzo si snodano in saloni e grandi camere, molte delle quali affrescate. Grandi vetrate illudono il visitatore e fanno in modo che esso si riesca ad immaginarsi immerso nella lussureggiante natura che circonda lo storico stabile.

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Parco del Palazzo Ducale

Il Giardino della Sasseta, è il parco di pertinenza della villa e si sviluppa in direzione nord-ovest. In esso vi era anche un giardino all’italiana, una zona naturalistica in cui sono presenti  lecci, castagni e abeti e un lago sotterraneo.

La corte interna è una vera meraviglia. Statue disposte in maniera lineare accolgono coloro che discendono le due scale che sembrano abbracciare i due putti posti in cima ad esse. Al di sotto, una splendida fontana. Un grande e lussuoso ambiente posto come fosse una balconata accoglie statue, busti e affreschi.

Sofisticate dame incipriate, eleganti e strette nei loro corsetti, si muovevano delicatamente lungo i raffinati ambienti che hanno fatto da scenario alle vicende delle nobili famiglie. Fuori, il polverone sollevato dai carri che andavano e tornavano dalle campagne circostanti. Yin e yang. Il nero e il bianco. La notte e il giorno. La povertà e la ricchezza. Come sempre facce della stessa medaglia. Complementari e in lotta tra di loro.

Abbiamo lasciato il palazzo, ci siamo rivolti verso il borgo. Siamo furtivamente saliti su di una scala che conduceva ad un’abitazione per scattare una foto, a mio parere bellissima.

Abbiamo poi percorso alcuni vicoli, ci siamo affacciati sulla gola che divide il borgo dalle zone circostanti e ne abbiamo ammirato i colori e il carattere spiccatamente selvaggio.

Abbiamo svoltato e scorto una piazzetta. Era piena di bambini che giocavano a pallone. Li abbiamo guardati con gioia, alcuni non hanno neanche notato la nostra presenza, impegnati come erano a rincorrere il pallone. Uno di loro ci ha fermati, ci ha detto il suo nome e  ha declamato ciò che nella sua vita è più importante: la classe frequentata, il nome del fratello e il suo gioco preferito.

Gli abbiamo sorriso, appagati dal modo in cui ci ha accolti nel suo paese e dalla cordialità dimostrata.

Ma il bello, doveva ancora arrivare.

(fine della prima parte)

 

Fonte: viterbox

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