Se pensiamo di cominciare a vedere la fine dell’incubo sanitario chiamato Covid, sarà bene sapere che il prezzo che abbiamo pagato e che continueremo a pagare in vite umane fino al giorno di una raggiunta immunità di gregge è un assaggio di quello che ci aspetta.

Il giorno in cui ne saremo fuori, faremo i conti con la peggiore delle ondate. Quella che abbiamo colpevolmente rimosso. Quella che porta il nome e la sofferenza delle centinaia di migliaia di pazienti che hanno avuto in sorte di contrarre malattie gravi, potenzialmente letali e invalidanti come e più del Covid, alla vigilia o nel corso di questo anno e mezzo di pandemia. Malati che non hanno avuto più reparti ospedalieri in cui ricoverarsi o che hanno visto diradarsi, fino a scomparire, visite specialistiche ed esami che, per dire, avrebbero potuto diagnosticare tumori prima che la loro metastasi li rendesse non più aggredibili. O che avrebbero anche soltanto impedito che si cronicizzasse un male non ancora tale.

I nuovi dati di Agenas, l’Agenzia sanitaria nazionale delle Regioni, aiutano a comprendere di cosa stiamo parlando. Dello spessore dei danni collaterali della pandemia. Nei primi sei mesi del 2020, i ricoveri sono stati 3,1 milioni, contro i 4,3 dello stesso periodo dell’anno precedente. Il che significa che sono andati perduti 1 milione e duecentomila pazienti, il 28 per cento del totale. Per altro, se si considera che nella statistica sono compresi anche i malati Covid, è agevole concludere che l’attività di cura destinata agli “altri malati” si riduce ulteriormente. E ancora: in 9 mesi, vale a dire da gennaio a settembre 2020, si sono perse qualcosa come 52 milioni di visite specialistiche e prestazioni diagnostiche, cioè il 30 per cento. Milioni di italiani non sono stati dal cardiologo, dal neurologo, dal ginecologo, dall’oculista e non hanno fatto risonanze, ecografie, tac.

Se si volesse fare un calcolo spannometrico e tecnicamente impreciso di quante vite umane sia costata sin qui la sanità interrotta, si potrebbe far riferimento ai dati Istat del 2020 che hanno fatto registrare un incremento di 100mila decessi, di cui 75mila imputabili al virus (il totale è stato di 745mila). Si potrebbe cioè concludere che sono stati 25mila in più i pazienti scomparsi per mancata o insufficiente cura. In realtà, a sentire gli epidemiologi, per stimare con precisione gli effetti della sanità interrotta sulla mortalità ci vorrà del tempo. E dunque, è meglio restare aggrappati a dati oggettivi nella loro esattezza. Che dicono, ad esempio, questo: nella prima parte del 2020, in Italia sono stati fatti il 22 per cento di interventi in meno per il cancro alla mammella, il 24 per cento in meno per quello della prostata e addirittura il 32 per cento in meno per quello al colon.

I ricoveri per regione

Nel 2020 (Gennaio – Giugno) meno 1.222.287 ricoveri rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente

Per giunta, la sanità non è una scienza esatta come la matematica. Non sempre -1 più 1 fa zero. E dunque non basterà di qui in avanti recuperare quel terzo di prestazioni perdute a pazienti non Covid per rimettere in equilibrio la bilancia della prevenzione e sterilizzare il danno di ciò che non si è fatto. Chi ha avuto un infarto o un ictus e non è stato curato, chi ha visto rimandare l’intervento per una patologia oncologica e anche chi ha semplicemente trascurato un problema all’apparenza banale ha compromesso la sua partita con la malattia. “Anche nella seconda parte del 2020 la sanità ha fatto meno prestazioni rispetto allo stesso periodo del 2019. Anche se, forse, la diminuzione è stata inferiore a quella del primo semestre”.

A parlare è Domenico Mantoan, il direttore di Agenas. Secondo lui “gli effetti di questa pandemia sulle altre patologie si avvertiranno per qualche anno”. E l’auspicio è che, “finita la campagna di vaccinazione, si possa tornare alla normalità del lavoro del sistema sanitario. Dobbiamo occuparci dei cronici, seguire i malati oncologici e tanto altro ancora”. Per Mantoan, una delle cose che ha insegnato la pandemia è “l’importanza della telemedicina, del consulto e del monitoraggio del paziente a distanza. Si tratta di sistemi che abbiamo iniziato ad utilizzare e vanno implementati. Come Agenas monitoriamo il sistema sanitario per conto delle regioni e se necessario diamo un supporto e spunti di riflessione, anche al ministero, per il piano di rilancio”.

Il presidente di Agenas, Enrico Coscioni indica la strada da seguire per far riprendere il lavoro della sanità. “Bisogna avere il coraggio di riequilibrare le cure ospedaliere, cioè la mobilità da una regione all’altra, e creare nuovi modelli assistenziali territoriali. In molte regioni il Covid lascerà comunque un’eredità in termini di personale, attrezzature e posti di terapia intensiva, che sono stati notevolmente incrementati e possono essere un’occasione buona per implementare le attività ospedaliere”.

La débâcle della prevenzione e cura oncologica

I bisturi sono rimasti nei contenitori sterili ovunque e per tutte le tipologie di tumore. E così c’è stato un taglio del 22 per cento degli interventi alla mammella, del 24 per quelli della prostata, del 32 per il colon, del 13 per il retto e il polmone, del 21 per il melanoma e del 31 per la tiroide.

In Lombardia, i dati sono ancora più crudi. Praticamente in tutte le voci. Con la mammella al -35 per cento, la prostata al -42 per cento e il polmone al -34 per cento. Insomma, la regione con più strutture ospedaliere, che proprio sulla qualità dei centri che curano il cancro ha costruito una sanità di eccellenza e di richiamo per chi vive in altre zone del Paese, è stata anche la più colpita dalla pandemia ed ha dovuto frenare tutta l’attività sanitaria. In Emilia-Romagna e Veneto, altre regioni che hanno fatto registrare tantissimi casi di Covid, le cose sono andate un po’ meglio. Si sono dunque fermati gli interventi, ma anche gli screening e le visite di controllo oncologiche hanno subito un calo pesante rispetto al 2019. Si è insomma interrotto tutto quel lavoro di prevenzione e controllo del cancro, con conseguenze che si misureranno di qui ai prossimi anni. Anche qui, qualche dato a livello nazionale. Tra gennaio e settembre 2020, lo screening della cervice uterina si è ridotto del 32 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019, quello della mammella del 30 e quello del colon-retto del 34 per cento. Nello stesso periodo, le visite di controllo per gli esenti per patologia oncologica sono scese del 3 per cento in Provincia di Trento e poco di più in Umbria. È andata malissimo in Basilicata (-60 per cento) e in Valle d’Aosta (-38 per cento). La Lombardia è la peggiore tra le grandi regioni, con -27 per cento.

Oncologia: diminuiscono le visite di controllo

Dati a confronto 2019 – 2020

Paolo Gontero è il direttore dell’urologia universitaria della Città della Salute di Torino, dove la scorsa primavera si è deciso di interpellare i principali centri italiani per capire quale fosse la situazione: “In generale abbiamo registrato una riduzione del 50 per cento con punte fino al 70 nell’attività oncologica-urologica. E dove l’attività ambulatoriale e chirurgica veniva mantenuta, si assisteva comunque a una drastica riduzione dell’afflusso dei pazienti, che preferivano rimandare l’accesso all’ospedale se non per motivi di estrema urgenza”. In particolare, i tumori infiltranti alla vescica, operati nella seconda metà del 2020 “si sono rivelati molto più aggressivi di quelli del 2019, decisamente in stadio più avanzato”. La situazione è tuttora molto complicata, aggiunge Gontero: “La percezione è che manchino diagnosi e che nel periodo post-Covid molti nodi verranno al pettine”.

Oncologia: gli interventi chirurgici sospesi

Marzo – Giugno 2019 / Marzo – Giugno 2020

Giordano Beretta, il presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica, Aiom, spiega che “gli interventi oncologici anche se non urgenti devono essere eseguiti in tempi rapidi. Un conto è un ritardo di sei mesi per una protesi d’anca, tutt’altro nel caso di un tumore, anche in stadio iniziale. Una soluzione potrebbe essere quella di garantire alcune strutture Covid free per recuperare le liste d’attesa. Teleconsulto e telemedicina hanno avuto una buona funzione nel periodo iniziale della pandemia, ma non sono il miglior strumento per pazienti in fase acuta”.

Diciannove anni buttati via

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