Il ritorno alla normalità è incoraggiato da un nuovo studio. Secondo i numeri forniti dall’Health Protection Surveillance Centre di Dublino all’Irish Times, solo un contagio su mille sarebbe avvenuto all’aperto.

Contrarre il virus all’aperto è difficilissimo

Questi numeri trovano riscontro nella letteratura scientifica mondiale. Uno studio dell’Università della California, che ha preso in rassegna cinque ricerche internazionali sulla trasmissione del coronavirus, ha rilevato che è 19 volte più probabile infettarsi al chiuso che all’aria aperta.

Alla Canterbury Christ Church University, il professor Mike Weed ha analizzato 27 mila casi di Covid-19 da 6 mila differenti archivi di dati. I numeri associati a contagi avvenuti all’aperto, ha riferito all’Irish Times, erano “così pochi da essere insignificanti a livello statistico”.

È giunto il momento di tornare alla normalità

Davanti all’evidenza di questi dati crediamo sia giunto il momento di riaprire tutto gradualmente e ripristinare le libertà fondamentali per far ripartire il Paese. Lo studio sembra parlare chiaro e dimostra senza equivoci che il contagio negli spazi aperti è minimo. I numeri ci dicono che dei 232.164 casi di SARS-COV-2 rilevati dall’inizio della pandemia al 24 marzo di quest’anno, solo 262 erano attribuibili ad una trasmissione avvenuta all’aperto. Si tratta dello 0,1% del totale. In sostanza solo una persona su mille si sarebbe infettata in un luogo non chiuso. Tra l’altro la gente è esasperata e la manifestazione del 6 Aprile davanti al Parlamento rappresenta il dissenso ideologico di cittadini e lavoratori alle continue restrizioni.

In Irlanda sulla base dei dati resi pubblici dall’Health Protection Surveillance Centre, è stato confermato il ripristino delle attività sportive all’esterno a partire dal 26 aprile. Riapriranno i campi sportivi, compresi quelli per il golf e il tennis. Dal 5 maggio ripartiranno invece gli zoo e i siti archeologici, oltre ad alcune attività commerciali all’aperto.

Zeynep Tufekci, sociologa e docente presso la School of Information and Library Science dell’Università del North Carolina, insiste da tempo sul fatto che la comunicazione sui rischi del contagio sia stata fuorviante. Perché insistere sull’importanza di restare a casa se i luoghi esterni a patto di osservare le solite regole di buonsenso sono più sicuri delle mura domestiche? Eppure, spiegava Tufekci a febbraio, “continuiamo a dire alle persone di indossare una mascherina e restare a casa. Non è quello che dovremmo fare a questo punto della pandemia”. Questo modo di comunicare, basato su informazioni parzialmente fuorvianti, è “assolutamente controproducente”, perché “se non ti fidi delle persone” loro “non si fideranno di te. E non c’è niente di più importante nella comunicazione sulla salute pubblica che conquistare la fiducia delle persone”.

Tufekci cita a mo’ di esempio le spiagge che, dice, sono “probabilmente il posto più sicuro in cui si ci si può trovare in una pandemia” e che pure sono state additate come luoghi a rischio contagio. Da qui la domanda: ha senso sconsigliare (o impedire) alle persone di frequentare parchi, spiagge e altri ambienti all’aperto? Secondo la sociologa le autorità dovrebbero smetterla di ragionare in termini paternalistici. “Non stiamo parlando di bambini piccoli, ma di adulti” che andrebbero messi al corrente dei rischi affinché, osserva Tufekci, siano in grado di decidere da soli se una situazione può essere o meno di pericolo.

 

Fonte: nicolaporro

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