L’Agenzia europea per i medicinali si riunisce da oggi per rivalutare i casi di trombosi legati ai vaccini. Anche Londra è intenzionata a fissare una soglia d’età per le fiale che aveva sempre difeso. Il disturbo dovrebbe essere inserito nel bugiardino fra gli effetti collaterali. In Italia tredici segnalazioni sotto esame.

Anche la Gran Bretagna annuncia limitazioni per AstraZeneca. Londra, che pure aveva sempre difeso la sicurezza del suo vaccino, giovedì scorso ha ammesso di aver registrato 30 casi di una rara forma di trombosi legata alla somministrazione di AstraZeneca, di cui 7 fatali, su 18,1 milioni di vaccinati. Secondo indiscrezioni di stampa, la Gran Bretagna potrebbe fissare un limite d’età al di sotto del quale preferire un altro prodotto. La decisione era già stata presa il 18 marzo dalla Francia (vaccino riservato agli over 55) e il 30 marzo dalla Germania (agli over 60). Domenica l’Olanda aveva sospeso del tutto AstraZeneca. Anche l’Agenzia del farmaco italiana (Aifa) potrebbe fare una scelta simile, dopo la segnalazione di 13 casi sospetti, di cui probabilmente una metà fondati.

Per l’azienda anglo-svedese ieri si è aperto anche un nuovo capitolo della guerra commerciale con l’Unione Europea: secondo l’agenzia di stampa Reuters, che cita fonti australiane, Bruxelles ha bloccato l’export di 3,1 milioni di dosi di AstraZeneca verso l’Australia. Finora solo una richiesta di export era stata negata, quella di 250 mila dosi che erano in partenze dall’Italia sempre verso l’Australia.

La scelta di fissare un limite di età nasce invece dall’osservazione che i casi di trombosi venosa cerebrale legata a un calo delle piastrine e a un aumento della proteina d-dimero sono concentrati fra i vaccinati al di sotto dei 60 anni, soprattutto nelle donne, tra i 4 e i 16 giorni dopo l’iniezione. Prima della campagna vaccinale questa combinazione di sintomi non veniva osservata praticamente mai. Con AstraZeneca in Europa su 9,2 milioni di vaccinati ci sono stati 62 casi con 14 morti. Anche l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) che si riunisce oggi fino a venerdì è ormai incline a riconoscere che il problema è legato al vaccino di AstraZeneca. La trombosi venosa cerebrale con calo di piastrine dovrebbe entrare nel foglietto illustrativo non più come eventualità cui prestare attenzione, ma come effetto collaterale vero e proprio.

L’andamento delle vaccinazioni in Italia

Anche il vaccino di Johnson&Johnson, durante le sperimentazioni, avrebbe fatto registrare un caso sospetto in un giovane uomo, mentre Pfizer e Moderna non hanno dato segnali di allarme. Questo potrebbe indicare che il problema riguarda i vaccini che usano il metodo del vettore virale (anche Sputnik e ReiThera): ma per ora si tratta solo di un’ipotesi. L’Ema è in contatto con l’Fda americana (gli Usa somministrano già Johnson&Johnson ma non hanno intenzione per ora di usare AstraZeneca) per rendersi conto di eventuali problemi anche lì.

Anche sulle cause di questo problema la medicina brancola nel buio. Una delle piste seguite è che il vaccino, per ragioni sconosciute, in alcuni individui inneschi un fenomeno auto-immune, con gli anticorpi che si rivolgono contro le piastrine del sangue e un’attivazione anomala di alcuni fattori di coagulazione, che formano trombi. Questo spiegherebbe perché le donne sono più rappresentate (soffrono di più di problemi auto-immuni) ma non perché non ci sono casi fra gli anziani. Comunque la si guardi, la sindrome resta un mistero.

Le persone colpite da trombosi (almeno per quanto riguarda i casi italiani), non avevano né avevano avuto il Covid. Solo in pochi casi si trattava di donne che prendevano la pillola. Erano spesso totalmente sane, come nel caso del militare 50enne di Mantova, donatore di sangue e sottoposto a controlli regolari. Né ci sono indicazioni su come curare questa strana sindrome. La terapia che ogni medico somministrerebbe in caso di trombosi – eparina o altri anticoagulanti – con questa forma peculiare rischia di estendere il danno.

Fissare un limite d’età per il vaccino appare la scelta più logica, ma si scontra con la necessità di far marciare la campagna vaccinale. L’Ema aggiornerà i dati statistici, inserirà la trombosi venosa cerebrale fra gli effetti collaterali e cercherà di fornire più dettagli possibile sulla natura della malattia e sulle condizioni preesistenti delle persone colpite. Ma difficilmente si spingerà oltre, fornendo raccomandazioni agli stati. Le sue indicazioni infatti vengono seguite anche dall’Organizzazione mondiale della sanità, che con altre ong internazionali sovrintende al programma Covax per la distribuzione dei vaccini in 92 paesi poveri. Bloccare la distribuzione di AstraZeneca, un prodotto economico (costa 2,5 euro) e facile da conservare a temperatura di frigo, vorrebbe dire tagliare le gambe alle immunizzazioni in molte aree in via di sviluppo.

Lo scenario più probabile è che ogni nazione decida in base alla diffusione del virus e alla disponibilità di vaccini. I paesi nordici con una pandemia non troppo grave sceglieranno probabilmente il blocco. Norvegia e Danimarca non hanno mai ripreso le somministrazioni di AstraZeneca, dopo il primo allarme di metà marzo. Germania e Francia manterranno il limite dell’età, seguiti forse dall’Italia (le consultazioni fra Aifa e ministero della Salute sono in corso). Molto dipenderà dallo stato delle forniture degli altri vaccini promessi, Pfizer in testa. L’Europa dell’est invece, che conta molto su AstraZeneca per contrastare il virus, dovrebbe mantenerne l’uso.

Fissare un limite d’età può apparire al momento la scelta più equilibrata. Le trombosi venose cerebrali colpiscono infatti più i giovani, in particolare le donne, e questa è la categoria in cui il Covid fa meno vittime. Il rapporto fra rischi e benefici, che è chiaramente a favore del vaccino nella popolazione generale, nella popolazione femminile al di sotto dei 60 anni potrebbe diventare più sfumato. Si spera che l’Ema, fra giovedì e venerdì, dia cifre più chiare anche su questo. Per ora l’Agenzia ha fatto sapere che le persone colpite sono circa una ogni 100mila vaccinati al di sotto dei 60 anni e le vittime una su tre, o poco meno. Non sono numeri insignificanti per un vaccino che deve essere sottoposto a somministrazione di massa. Bilanciare queste statistiche con la necessità di proteggerci dal Covid al momento è un rompicapo che non ha trovato una soluzione ideale.

Fonte: La Repubblica.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *