Sono ormai trascorsi 16 anni dalla morte di Karol Wojtyla, il Papa, il Santo, che seppe unire popoli di religioni diverse e che seppe portare la sua croce trasformandola in amore.

Dall’anatema contro la mafia pronunciato nella Valle dei Templi di Agrigento, alla spettacolarità del suo magistero, impegnato a portare la parola evangelica in ogni parte del mondo, alle sue encicliche, agli Angelus, alla colomba che si avvicinò a lui quando non riusciva più a parlare. In 27 anni ha contribuito a cambiare il mondo.

Indimenticabili per tutti i giorni che segnarono il passaggio alla Casa del Padre di San Giovanni Paolo II. Era provato da una lunga malattia vissuta con una testimonianza cristiana.

I fedeli lo avevano visto, giovane e forte, scalare montagne e viaggiare in tutto il mondo portando il suo messaggio di fede. Poi, anziano e malato, con la croce sulle spalle, senza voce, stare vicino a chi lo amava, fino all’ultimo.

Con il suo carisma attrasse non solo i credenti, ma anche persone lontane dalla Chiesa. Un insegnamento che andò oltre la sua esistenza terrena.
Oggi, nel pieno dilagare dell’epidemia, la crescita dei contagiati e il bollettino quotidiano del numero dei morti, ci sentiamo impreparati ad affrontare le difficoltà. Dobbiamo colmare il senso di vuoto con i veri valori, lasciando quelli effimeri da una parte.

Giovanni Paolo II sapeva che la vita è una veloce corsa verso la Festa dell’abbraccio con Dio. La vita ci dà la possibilità, anche nei momenti più duri, di prepararci all’incontro, di purificarci attraverso le sofferenze.

Il dolore indubbiamente fa paura a tutti, ma quando è illuminato dalla fede diventa un percorso di fede.

Domenica prossima sarà Pasqua e, anche quest’anno, vivremo una festa “diversa” per rispettare le disposizioni di contrasto al contagio. Anche l’ultima Pasqua di Giovanni Paolo II fu segnata dalla malattia. Quell’ultima Pasqua di Papa Wojtyla ha tanto da insegnare ancora.

Oggi, Venerdì Santo, ricordiamo anvhe l’ultimo Venerdì Santo di Giovanni Paolo II, durante la via Crucis. Indimenticabile è la scena che abbiamo visto in televisione: il Papa, ormai privo di forze, teneva il Crocifisso con le sue mani e lo guardava con stringente amore . Sembrava che Giovanni Paolo II pensasse: “Gesù, anch’io sono in croce come te, ma insieme a te aspetto la Risurrezione”.
Ci tornarono in mente tante immagini del suo pontificato.

L’immagine sorridente del Papa appena eletto che diceva in un incerto italiano: ”Se mi sbaglio, mi corrigerete”, ora aveva lasciato il posto a un anziano Pontefice, che non riusciva più a parlare, ma che metteva tutta la sua forza ancora nel portare la croce con dignità e amore. Come dovremmo fare tutti noi.

Le ultime ore di Karol Wojtyla trascorsero come tutta la sua vita, legate alla Polonia. E siccome la Polonia non la vedeva più dal 2002, epoca del suo ultimo viaggio nel paese natale, fu essa ad accompagnarlo verso il momento del Ritorno. Raccontano infatti le cronache che, quando Giovanni Paolo II lasciò la Terra, attorno a lui vi fossero, a recitare il rosario, le suore che avevano cura della sua vita quotidiana. Polacche. Il suo segretario, Stanislao Dziwisz, polacco.  Il cardinale Jaworsky, l’arcivescovo Rylko, il vescovo Mokrzicky e l’amico Styczen. Tutti polacchi. Unica eccezione il medico personale, l’archiatra professor Buzzonetti.

Tutti gli altri vennero avvertiti solo un attimo più tardi: il cardinal Sodano, segretario di Stato, il cardinal Somalo, il Camerlengo. Persino Joseph Ratzinger, il braccio destro, giunse in un secondo momento. Per non dire di Camillo Ruini.

Al Camerlengo fu lasciata l’incombenza di pronunciare la frase di rito, “Vere Papa mortuus est”: il papa è effettivamente morto. Ma l’ultima parola del pontefice, un “amen” sussurrato con un fil di voce al termine di una preghiera, il Camerlengo non l’aveva potuta sentire. Gli restò solo da rispettare la tradizione che vuole un velo di lino essere delicatamente deposto sul volto del defunto, mentre Buzzonetti espletava pratiche più scientificamente appropriate per constatare il decesso.

Non passarono che poche ore che qualcuno gli attribuì il titolo di Magno, che la Chiesa riserva ai più grandi: Gregorio, che riempì di sé e di Cristo il vuoto dell’Alto Medioevo; Leone, che dette al vescovo di Roma primazia su quello di Costantinopoli e, soprattutto, fermò Attila sulle rive del Mincio.

“Non abbiate paura”, disse a un mondo che all’epoca tremava schiacciata dall’incubo dello scontro atomico. “Non abbiate paura, ripetè, “ aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”. Ecco la risposta antropologicamente giusta anche per combattere contro la pandemia, oltre ai mezzi messi a disposizione dalla scienza e dalla medicina.

Solo una fede come la sua poteva compiere l’impresa, e infatti la compì. Perché c’è chi con la fede smuove le montagne, ma Karol Wojtyla con la sua fede le montagne le spaccava.

Un ultimo ricordo del Padre Santo: venne a Viterbo, andò a pregare alla Madonna de La Quercia, vide la Macchina di Santa Rosa.
Viterbo e il mondo lo amano e anche ora lo sentono vicino.

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