Stavolta, mentre tornavo da Roma, Sutri la vedevo un po’ annebbiata. In realtà, a parte le nubi che stanno accompagnando l’inizio di questa primavera lievemente prematura, entrata non il canonico 21 , ma il 20 marzo, l’aria era piuttosto limpida. Erano da poco passate le otto del mattino, e risalivo la via Cassia per ritornare verso casa, dopo aver compiuto un atto che per me significava un grande cambiamento.

Ho tirato diritto per essere a Viterbo il prima possibile, e mi sono accontentata di rimirare l’antico borgo dal basso.

L’ultima volta che l’ho visitata, invece, mi sono soffermata su ogni suo particolare, per cercare di rivivere gli anni lontani in cui ci recavamo a trovare alcuni amici di famiglia.

Questo comune, situato nella bassa Tuscia, da sempre gode di un’ottima fama, giustificata dalle numerose vestigia che la rendono un territorio ricco di storia.

Fontana del Palazzo Comunale

La sua antichissima origine, sembrerebbe risalire a Saturno, quel dio che, cacciato dal Monte Olimpo, dimora di tutti gli dei, venne a stabilirsi nelle terre del Lazio. Dal nome suo nome deriverebbe l’antica denominazione della città, Sutrinas conferitale dagli Etruschi.

A testimonianza di questa leggenda, la presenza all’interno dello stemma della cittadina di Saturno a cavallo. Esso, considerato padre degli dei e degli uomini, fondò questa città che, col passare degli anni, guadagnò l’appellativo di “Antichissima”.

Quel che è certo, al di là di ogni potenziale origine divina, è che sono stati ritrovati reperti risalenti all’Età del Bronzo. Tra questi, numerosi frammenti appartenenti a vasi realizzati attorno al X sec. a.C. Le reali origini invece, parrebbero dover essere attribuite ad un popolo di navigatori orientali, i Pelasgi, che occupavano diverse località della Grecia orientale.

Sotto l’influenza del popolo dei Falisci, il piccolo centro si sviluppò in maniera modesta.

Con l’arrivo degli Etruschi la città subì un considerevole cambiamento, soprattutto a causa della sua posizione. Collocata alle pendici dei Monti Cimini, si sviluppò lungo la via che collegava Roma con i territori del nord.

Successivamente al periodo in cui Roma era ancora una monarchia, nel territorio si scontrarono varie volte Romani ed Etruschi, finché, nel 383 a.C., non dovette sottostare alla supremazia dei Romani. Individuata come la Porta d’Etruria e attraversata dalla consolare Cassia, divenne uno dei centri più fiorenti del centro Italia e assunse un ruolo militare e strategico di notevole rilevanza.

Con la caduta dell’Impero Romano, Sutri fu coinvolta nelle lotte tra i popoli longobardo e bizantino. Nel 568 fu conquistata dai primi, per essere poi riconquistata dai secondi. Il re longobardo  Liutprando la sottomise di nuovo per poi concederla, mediante quella che è conosciuta come la Donazione di Sutri, a Papa Gregorio II.

Questo evento segna l’inizio del potere temporale della chiesa  e la costruzione del Patrimonio di San Pietro. Sutri, da quel momento, diviene sede vescovile.

L’imperatore Enrico III, la scelse come sede del Concilio Ecumenico del 1046 e, all’inizio del secolo successivo fu sede dell’accordo avvenuto tra l’Imperatore Enrico V e Papa Pasquale II. Conosciuto come Iuramentum Sutrinum, con esso si decretò la fine della lotta per le investiture.

Il declino si manifestò nel XV secolo quando, durante il periodo delle lotte tra i Guelfi e i Ghibellini, venne appiccato un incendio, per mano di Nicolò Fortebracci, che danneggiò in maniera quasi definitiva il borgo, distrutto sessant’anni più tardi, nel 1493, a causa di una violenta alluvione. Soltanto due elementi sono rimasti in piedi dopo i tragici eventi: la Torre degli Arraggiati, torre campanaria della Chiesa di San Paolo e la Torre Fortebracci, risalente al XII secolo.

Da quel momento in poi, la cittadina visse un rapido e inesorabile declino, difatti, le rotte commerciali vennero direzionate verso Ronciglione, feudo farnesiano. Sutri, si trasformò così una cittadina rurale di scarsa importanza all’interno dello Stato Pontificio.

Alla fine del 1700, venne conquistata dalle truppe francesi e accomunata a Ronciglione, per poi essere nuovamente ceduta allo Stato Pontificio durante la Restaurazione.

Nel 1861, anno della proclamazione del Regno d’Italia, Sutri si rese indipendente.

Quel pomeriggio d’inverno in cui sono tornata nel comune della bassa Tuscia, ho pensato a quanti anni fossero passati da quando mi muovevo, bambina, tra le viuzze del suo centro storico.

Il sole stava tramontando, e gli alberi che delineano la via Guglielmo Marconi, sembravano volessero ripararci dall’incedere del buio e dalle minuscole goccioline d’acqua che, in un’ipotesi neanche troppo lontana, sarebbero potute cadere sulle nostre teste.

Alla nostra sinistra, si innalzava la Scuola Primaria del paese, prima sede di tante noi insegnanti che, prima di avvicinarci alle nostre agognate mete, abbiamo dovuto, spesso senza troppo dispiacere, girovagare per la provincia, specialmente a sud.

Scuola Primaria

Poco più in avanti, sempre sul lato destro, un bell’edificio dalle pareti interrotte da ampie vetrate dalle quali  si infilavano i raggi bassi del sole di gennaio. Abbiamo scoperto essere una casa di riposo per anziani, un luogo malinconico se si pensa a quanto possa deprimente trascorrere gli ultimi anni della propria vita al di fuori delle pareti che ci hanno fatto da scudo e che hanno visto le nostre esistenze modificarsi parallelamente allo scorrere degli eventi.

Dopo un breve tratto in discesa, abbiamo solcato la porta che introduce al paese dal lato nord-occidentale.

Porta Morone

Stretta tra due pareti edificate con mattoni in tufo, parte di mura cittadine corrispondenti a due diverse epoche,  è stata aperta intorno alla metà del 1500 e si decise di dedicarla al cardinale Giovanni Morone che, proprio in quel periodo, dimorava nella cittadina. A testimoniare il fatto, uno stemma presente all’interno del bellissimo Duomo.

Ad un occhio inesperto, tutti i secoli di storia che porta con sé non appaiono. Difatti, nei primi anni dello scorso secolo, essa fu ampliata, assumendo l’aspetto che oggi conosciamo. Ingrandendosi, sconfinò fino all’adiacente Convento delle Carmelitane, al cui interno vi è un monastero, definito il più antico Carmelo d’Italia.

Abbiamo camminato un po’, io ed il mio uomo, che quel giorno aveva scelto di accompagnarmi. In realtà, era io che accompagnavo lui, e con l’occasione, ci siamo fatti un giro.

Mio figlio non mi asseconda quasi mai, al contrario di ciò che avviene con le mie figlie femmine, e così, le nostre perlustrazioni sono state tanto frettolose da dover richiedere una seconda visita sul posto.

Ci siamo incamminati al di sotto dell’arco e dopo poche decine di metri, voltandoci verso sinistra, abbiamo scorto una costruzione interessante, sebbene piuttosto modesta. Le chiese, sono gli edifici che preferisco. Al loro interno conservano la storia, nel suo senso più profondo.

Di frequente mi fermo a pensare a quanti credenti si siano introdotti in esse accesi dalla speranza dell’aiuto celeste, e ne siano usciti consolati da quel momento di empatia e unione col divino. Il silenzio, che pervade le navate delle chiese, elargisce un senso di pace ed equilibrio che, difficilmente, si riesce a raggiungere nella vita di tutti i giorni.

Il selciato della piazzetta antistante la chiesa, disegna una forma circolare che riluceva a causa dell’umidità che iniziava a farsi insistente.

Quella che è oggi una piccola cappella, originariamente fu un vecchio castello, costruito in epoca medievale che divenne, nella prima metà del XV secolo il monastero delle Carmelitane. Questo, fu diviso in due parti conseguentemente alla porta poco distante.

L’interno della Chiesa della Santissima Concezione, ha un soffitto molto alto, e proprio nella parte superiore è collocato il matroneo delle suore. In seguito ad alcuni lavori di restauro eseguiti negli anni ’30, al suo interno e nella cripta sottostante, sono state riscoperte molte tombe delle religiose che vissero nel convento.

Chiesa della Santissima Concezione

Siamo usciti, aprendo l’anta della porta in legno con delicatezza, quasi a non voler interrompere il momento di elevazione che avevamo raggiunto.

Abbiamo continuato a camminare voltandoci ora a dritta, ora a manca ed osservando le botteghe, soprattutto alimentari, alloggiate al piano terreno di quegli antichi palazzi.

Abbiamo così raggiunto la porta che immette sulla piazza principale del paese, laddove sono collocati gli uffici comunali, alloggiati all’interno di un interessante palazzo.

Le vie sono piuttosto strette, a tratti anguste, e contenute in ali di palazzine costruite senza fare appello ad un preciso piano regolatore. Il tufo si alterna all’intonaco e una piccola piazza si apre sull’antica Chiesa di San Silvestro, che  ha visto avvicendarsi eventi a partire dal lontanissimo 1046 quando, al suo interno, si svolse il Concilio di Sutri e per la cui occasione la contessa Matilde di Canossa dotò la torre campanaria della giusta inquilina, la campana. Si crede, inoltre, che in essa siano conservate le reliquie di Papa Silvestro.

Poco più un avanti un altro spiazzo, stavolta più esteso, contiene una fontana in peperino simile a quelle che adornano le piazze viterbesi.

C’era silenzio, e il tintinnare dell’acqua che cadeva nelle vasche ha accompagnato i nostri passi fino alla piazza centrale, detta del Comune.

Questa porzione di Sutri ci ha sorpresi, soprattutto per la luminosità che è in grado di emanare anche in una giornata in cui i fenomeni atmosferici ingrigiscono l’aria.

Piazza del Comune

Il luogo sa d’antico e, a confermare a tesi, è la storia del paese che ci indica che proprio su quel terreno, nel punto mediano della via principale che taglia in due il centro storico,  sorgeva il Foro della città romana.

Il maestoso arco con la torre campanaria, segna l’ingresso alla piazza; sulla sua facciata interna vi sono diverse decorazioni e una lastra in marmo in cui vengono citati tutti i sutrini caduti nel corso della Grande Guerra.

In posizione centrale, una bella fontana in marmo in stile barocco, dalle origini non troppo lontane.

La nostra attenzione non poteva che essere attratta dall’edificio che ospita il municipio. Un portone ad arco, dalle dimensioni imponenti, cela un corridoio e un cortile. In esso abbiamo ritrovato elementi appartenenti a diverse epoche, sebbene la forma attuale la debba ai nobili Altoviti che, all’inizio del XVI secolo, lo ornarono di fregi, stemmi e fasci che rifiniscono le finestre.

L’androne, conosciuto anche come “Antiquarium”, conserva reperti e resti di varie epoche. La punte di diamante del richiastro è costituita da un sarcofago romano trasformato in fontana. Alle pareti, gli stemmi delle casate che si sono succeduti nelle stanze, iscrizioni e statue.

Antiquarium

Questo museo a cielo aperto, l’ho visitato l’ultima volta che mi sono recata nel paese, in una mattina che precedeva di poco la “maledetta” zona rossa. Evidentemente, si sentiva nell’aria. C’era poca gente in giro, qualche persona che si recava al lavoro e alcuni anziani.

Abbiamo girato un poco, e ci siamo ritrovati sulla piazza in cui si erge la Chiesa di San Francesco.

Era chiusa, purtroppo. E’ stato un peccato non aver potuto visitare questo tempio sacro fondato, secondo la tradizione, da San Francesco d’Assisi nel 1222 e dedicato al patrono d’Italia dopo la sua canonizzazione.

I papi Giulio II della Rovere e Leone X si ricordano come fautori di ampliamenti e ammodernamenti.

Gli ultimi restauri, invece, sono databili al periodo che seguì la II Guerra Mondiale. Sui cieli di Sutri, piovvero bombe in abbondanza e le ripercussioni di questi attacchi minarono pesantemente l’antica chiesa che venne negli anni successivi restituita al vecchio splendore.

Chiesa di San Francesco

In quel momento, mentre ammiravamo la piazza e le costruzioni che la delimitano, a causa di qualche nuvola piangente, siamo stati costretti ad aprire di nuovo il nostro ombrello colore del bosco che, donandoci un tetto dello stesso colore della natura, ci ha riportati con la mente alla nostra visita precedente, quella in cui lo splendore delle antiche pietre dell’anfiteatro ci aveva guidati verso  la scoperta che, quella mattina, stavamo effettuando.

Un forte odore di pellame e la magia di vivaci colori ha attirato i nostri sensi. Siamo entrati, e abbiamo dialogato un po’ con la cordialissima proprietaria. Eravamo in cerca di notizie, di racconti e, lei, ci ha indirizzati verso un abitante che ci ha raccontato una bella storia, fatta di solidarietà e di buoni sentimenti.

Sutrium

Ci ha parlato dell’eccidio dei 17 avieri sardi che si trovarono a passare per Sutri, provenienti da Orte e diretti al porto di Civitavecchia per imbarcarsi e fare ritorno a casa. Essi, furono fucilati dalle milizie tedesche. I loro corpi, straziati, vennero raccolti e sistemati in bare realizzate dai cittadini.

A ricordo del tragico episodio venne eretto un ceppo commemorativo.

Sutri è come un portagioie da cui fuoriescono gemme e monili preziosi.

Ci ha impressionato la Cattedrale di Santa Maria Assunta, duomo della cittadina,  costruito su edifici sacri preesistenti.  Sono stati effettuati tre rifacimenti, il primo era in stile paleocristiano, il secondo di epoca pre-romanica e il terzo romanico. Ulteriori restauri risalgono al XVIII secolo.

Duomo di Sutri

Quando siamo entrati nella cattedrale, c’era la messa. Il suono dell’organo ci ha incantati, assieme ai colori restituiti dallo splendido pavimento in stile cosmatesco.

L’esterno è, anch’esso, ammaliante e impreziosito dal campanile in pietra di tufo con cornici in peperino e caratterizzato da quattro ordini di finestre, uno dei pochi resti della chiesa medievale (X-XI sec.).

Accanto al duomo, sorge Palazzo Doebbing, ex sede della Diocesi di Sutri e, oggi, edificio in cui vengono allestite  mostre di alto livello.

Allontanandoci dalla piazza che accoglie due dei più preziosi gioielli, abbiamo percorso le strette vie che ci riportavano alla nostra automobile.

D’un tratto abbiamo scorto una cappella e, due uomini, vedendoci interessati, sono scesi dalla macchina e si sono offerti di aprirci le sue porte.

La luce ha iniziato a risplendere nella piccola Chiesa di San Rocco, nata nei primi anni del XVII secolo. Non abbiamo visto opere di valore che potessero impressionarci, ma abbiamo notato un semplicità capace di riportarci indietro nel tempo, a quando tutto era più scarno e, sicuramente, più  apprezzato.

Chiesa di San Rocco

La nostra visita stava terminando, abbiamo dovuto accelerare i passi e, con dispiacere, trascurare ricchezze che ci siamo ripromessi di onorare.

Lasciando Sutri, abbiamo guardato verso l’alto, e l’abbiamo osservata, ancora una volta, con gli occhi ebbri di tanta meraviglia.

 

Fonte: Viterbox

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