Il Comitato “Terapia domiciliare Covid19 in ogni regione” punta a cambiare il Protocollo nazionale per una cura tempestiva, dopo aver ottenuto dal Tar del Lazio la sospensione della nota Aifa, con riferimento alla “vigile attesa” e alla somministrazione di paracetamolo nei primi giorni della malattia.

Intervista a Valentina Rigano, portavoce del comitato Terapia domiciliare Covid-19

Nato nel periodo del primo lockdown nazionale, oggi il gruppo facebook “Terapia domiciliare Covid19” conta più di 250 mila membri, mentre sono 250 i medici iscritti al Comitato e migliaia gli altri medici che lavorano nell’ambito del social. Alla base del loro “lavoro” di volontariato vi è la convinzione che il covid-19 sia una malattia da affrontare ai primi sintomi a casa propria. Ma quali sono gli ostacoli che si oppongono a quella che sembrerebbe la soluzione più ovvia? Ne abbiamo parlato con la portavoce Valentina Rigano.

“L’idea del comitato – spiega – è nata dall’avv. Erick Grimaldi che da Napoli, nel periodo del primo lockdown, si è interessato in qualità di professionista e di cittadino a quello che stava succedendo nelle varie regioni. Vivendo in Campania, dove in quel momento non c’era la stessa situazione problematica di altre regioni, s’informava in previsione di quello che sarebbe potuto accadere e che poi è accaduto anche al Sud. E si è accorto che i dati erano diversi, cioè in Lombardia c’erano più casi di decessi, mentre in Piemonte ce ne erano molti di meno e ha cercato di capire perché questo accadeva”.

“Focalizzandosi sulle Usca (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) – prosegue la portavoce – per capire come funzionava il primo punto di raccordo tra la popolazione e la medicina territoriale, ha scoperto una serie di medici che anziché aspettare tra la tachipirina e capire cosa succedeva, decidevano di curare le persone dandogli dei farmaci che loro reputavano fossero corretti per provare a contrastare il Covid. Da qui, lui ha cominciato ad avere contatti con vari gruppi di medici, soprattutto in Nord Italia, li ha messi in rete. Uno di questi gruppi, il più numeroso, quello lombardo che si è anche auto-denominato “Medici in prima linea”, era già in contatto, sin dalle prime settimane, con i medici di Wuhan per capire come stessero curando la popolazione cinese. Così è nato questo scambio virtuoso e produttivo di esperienza di prima mano che nel corso dei mesi si è consolidato, fino a quando non sono riusciti insieme, medici di base e ospedalieri, a capire quale fosse la tempistica, importante, per combattere il Covid. Subito dopo è nato il gruppo facebook. Tramite questo gruppo l’avv. Grimaldi ha messo insieme i medici e coloro che avevano bisogno di supporto a distanza e poi sono arrivati fisioterapisti, psicologi, biologi, farmacisti, volontari insomma si è creata una macrorete. Tutta questa attività di supporto è svolta in forma di volontariato con medici del sistema sanitario nazionale che quando finiscono di svolgere il loro lavoro si dedicano ai pazienti”.

La rete opera nel groviglio degli ostacoli burocratici e normativi che di fatto non rendono facile la definizione di un Protocollo nazionale di cura domiciliare. Ma non solo. “In questi giorni – precisa Valentina – ci sono tanti appelli, articoli di giornali che parlano di medici che avrebbero curato a domicilio utilizzando dosi massicce di cortisone, con tante persone arrivate in ospedale conciate peggio di quello che avrebbero dovuto essere. Questo non è l’approccio dei medici del Comitato, perché il cortisone da solo non serve a niente e soprattutto va dato in tempi e modi e quantità precise che non si possono generalizzare”.

Per non dimenticare la vicenda della sospensione dell’autorizzazione ad usare l’idrossiclorochina

“Il problema è che alcuni dei farmaci che sono stati usati come l’idrossiclorochina sono stati oggetto di studi finanziati da società private, piuttosto che università, che ne vorrebbero far passare la sua pericolosità o inefficacia. Sono studi che come riferiscono i medici del comitato, sono stati fatti con campioni per lo più che non sono inerenti alla realtà di quello che vanno a curare i medici a domicilio”. Però, aldilà della idrossiclorochina, i medici del Comitato utilizzano altri farmaci, non è quindi una battaglia per quel farmaco lì, quel farmaco per loro funziona ma ce ne sono anche degli altri”.

Allora quali sono gli ostacoli che si oppongono a quella che sembrerebbe la soluzione più ovvia?

“Il problema è che in Italia per poter utilizzare un Protocollo farmacologico devi avere degli studi randomizzati. Gli studi non ci sono, farli è molto complicato perché devi trovare l’istuzione/università che ti sostengono; devono passare al vaglio tutta una serie di approvazioni che non si sa bene perché in questo momento si faticano ad ottenere. Fare una raccolta dei dati significherebbe avere la richiesta di un’istituzione, per la legge sulla privacy il medico non può mandare dei documenti con i dati sensibili di una persona senza la sua autorizzazione. Invece se lo richiedesse il ministero sarebbe un’altra cosa”.

Avete raggiunto una prima vittoria con la sentenza del Tar del Lazio con la sospensione della nota Aifa del 9 dicembre 2020. Cosa cambia nella gestione della malattia?

“Diciamo che è già la seconda, perché già quella del Consiglio di Stato ha permesso di annullare la sospensione di idrossiclorochina. Cambia che il medico facendo firmare un consenso firmato può somministrare il farmaco”.

Quali altre iniziative sono necessarie affinché si possano curare bene a casa i pazienti affetti dal Covid-19?

Adesso stiamo dialogando con le istituzioni. La Regione Piemonte ha già risposto con un nuovo protocollo farmacologico di cura domiciliare. Con la Lombardia siamo a buon punto, stiamo aspettando di avere l’incontro conclusivo con l’assessore al Welfare Moratti. Abbiamo in agenda un appuntamento con la regione Lazio. Siamo sulla stessa linea con Molise, Abruzzo e adesso ci ha contattato il Friuli Venezia Giulia. Abbiamo avuto un incontro con il Ministero della Sanità e siamo in attesa di avere una seconda riunione per capire come far lavorare e ascoltare questi medici e pensare di poter cambiare il Protocollo nazionale che sarebbe la vittoria più grande.

Come vi occupate dei cittadini che si rivolgono al vostro Comitato?

Vengono gestiti tramite il gruppo di facebook. Si aiuta e si supporta chi ha bisogno. Abbiamo dei numeri talmente grandi che anche i medici che ci danno una mano cominciano ad essere pochi. Quando qualcuno ha bisogno si iscrive al gruppo e, solo in caso di necessità, posta una richiesta, poi i volontari veicolano a seconda del paziente, della località e della gravità al primo medico libero che li contatta privatamente. Abbiamo delle regole rigidissime, tutto quello che è complottismo, no vax e proteste non viene assolutamente preso in considerazione. Ognuno è libero di pensare come vuole ma nel nostro gruppo si parla solo di supporto domiciliare.

Quante segnalazioni ricevete al giorno?

Tra le trecento e mille al giorno. Quello che noi facciamo è solo un tentativo di aiutare le persone, sfruttando una piattaforma. Mi sembra che questo gruppo sia un esempio virtuoso di quanto possono essere potenti i social network se usati nel giusto modo. Non c’è niente di strano e non facciamo cure alternative, vengono usati solo farmaci legali, riconosciuti, utilizzati magari per altre patologie in scienza e coscienza da medici che hanno esperienza pluritrentennale.

Francesca D’Atri

Fonte: free-news.it

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